Venti di questi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo.

29 dicembre 2018 Lascia un commento

Pieni di alta coscienza ambientale,   di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano   gli automezzi a combustione interna, specie Diesel.  Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici.  Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà  solo auto elettriche  o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna , “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”.  Elon Musk , il più geniale imprenditore secondo i media ,   ha già costruito  la Tesla  Gigafactory,  “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette)  “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.


E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti,  non fossero convinti della convenienza di acquistare  auto elettriche con batterie al litio,  decisamente più costose?  Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene,   già annunciano:   vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino  entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”,  i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini. Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici,  per la sua  geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare  sussidi  pubblici).  Vi toccherà comprare un’auto elettrica.  Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e  insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E   anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico  “a segnale convenuto”  –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.  Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono,  è difficile dire;  ma dev’essere  lo stesso centro,  che sta dovunque e  in nessun luogo,  che ha comandato di  insegnare il gender ai bambini dell’asilo,  l’obbligo di 12 vaccini ai neonati,  il matrimonio ai sodomiti,  puntare all’abolizione del contante,   ridurre la Chiesa  cattolica ad una copia sbiadita di Human Right Watch, e presto legalizzare  l’eutanasia per le bocche inutili.  Tutte cose di cui fino a pochi anni fa nemmeno si parlava, e d’improvviso vengono attuate  dalle due parti dell’Atlantico, simultaneamente,  come da segnale convenuto.

La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti. Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”. Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock –   l’economia dell’intero mondo occidentale,  dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche  centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati   se possono li tengono in deposito;  la   velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra . L’obbligo di comprare auto elettriche,  con la  riconversione di tutta la rete di rifornimento  dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione,  quella che vi diranno è  la più virtuosa:  contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per   bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto  coi loro particolati dannosi.

Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano   quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri –  Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio  –  perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.

Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.

Non solo, ma ogni anno  si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto:  quanto di  questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti,  ogni  anno vanno a  fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici.  Insieme,  beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno,  perché  il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.

https://fr-fr.facebook.com/france5/videos/10153640360249597/

Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5,Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.

Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto extraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.

Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.

Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.

Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.

Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.


Una volta scaricati, i containers  sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono  per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di   rottami metallici e di plastica,  di  stracci e vestiti vecchi, di  carta usata da riciclare.  Tutto ciò che ci resta  dopo aver consumato  cose che un tempo sapevamo fare,  ma che adesso compriamo perché ci costano meno che  pagare i nostri  operai.  Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale.  Basta pensare all’eventualità che   il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca  o – facilissimo – Ormuz  : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna.

Tratto da: Blondet & Friends

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La misura è colma, basta!

18 agosto 2018 Lascia un commento

Quando la misura è colma è necessario dare spazio a tutti quelli che ne sentono la necessità di esporre idee che posso servire a ricostruire questa immane fogna che siamo diventati che è l’italia.

Leggi tutto…

Genova chiama, Italia, come sempre , sorda

17 agosto 2018 Lascia un commento

Genova, un disastro annunciato, in cui molti hanno già versato inchiostro e lacrime, ormai è inutile parlare delle cose che si sarebbero potuto fare per evitarlo, ma è così da molto tempo. Si scrisse qualcosa qui e qui sulla inettitudine delle amministrazioni genovesi circa le diverse alluvioni a cui è sottoposta questa città e il disinteresse del politico a sistemare le cose è inserito in un piccolo codice del suo patrimonio genetico.
Oggi Genova è in mano al potere di Forza Italia, mentre addietro il testimone del comando l’ha sempre avuto il centro sinistra. Ma non ci si fermi al colore di facciata, perché il marcio non fa distinzioni. Sia da destra che da sinistra le nefandezze non si contano e l’ultima è proprio il crollo di questo viadotto.

Purtroppo sembra che a noi italiani la cosa ci indigni solo il tempo  per animare qualche discussione dopodiché si passa ad altro argomento. Meschini!

Eppure i crolli fanno vittime, danni di milioni di euro, creano scompiglio nelle amministrazioni, rendono le persone più irritate e sempre più insoddisfatte della politica che la amministrano. Eppure non accade nulla e il senso della gente è sempre lo stesso: non è successo nulla a me e posso andare avanti.
L’italiano, in genere, è incapace di fare squadra di stare unito nel momento del bisogno e di intervenire contro questi fatti che sono costati alla comunità diversi miliardi, sudore e fatica dei contribuenti. Nulla, a pagare son tutti contenti, perché tra pagare e prendere un bastone in mano ed usarlo c’è un bella differenza eh!

Una nota volutamente nascosta

8 dicembre 2016 1 commento

Riporto:

“Nel febbraio del 1916 si venne a conoscenza del fatto che una rivoluzione venne fomentata in Russia e che le seguenti multinazionali e i seguenti individui erano coinvolti per portare avanti questi piani distruttivi. Jacob Schiff; Kuhn, Loeb & Co. (Directors: Jacob Schiff, Felix Warburg, Otto Kahn, Mortimer Schiff, Jerome H. Hanauer); Guggenheim; Max Breitung. Da queste informazioni risulta che la rivoluzione bolscevica, scoppiata un anno dopo la pubblicazione, fu finanziata, pianificata e messa in atto da gruppi di interesse ebraici. Nel aprile del 1917, Jacob Schiff dichiarò pubblicamente che fu solo grazie al suo supporto finanziario che la rivoluzione poté avere luogo. In primavera dello stesso anno, Schiff iniziò a supportare Trotsky il quale ricevette anche un contributo da parte del “Foreward”, una pubblicazione ebraica di New York. Trotsky e co. vennero anche supportati da Max Warburg e Olaf Aschberg della Nye Bank di Stoccolma, come anche da un altra organizzazione ebraica, la Rhine-Westphalian Syndicate e da Jivotovsky, un potente ebreo la quale figlia finì per sposare Trotsky. Delle relazioni vennero dunque create tra ebrei ultra capitalisti e quelli che si fingevano essere dalla parte del proletariato, i comunisti.

Di Barbara Nervi

Il commento (pragmatico e finanziario):

Prima che tanti Compagni diano di matto, leggendo il post condiviso premettiamo che queste evidenze, incontrovertibili, non dimostrano certo che Lenin fu un agente dell’Alta finanza, ma solo che l’Alta finanza ebbe interesse a finanziarie la rivoluzione bolscevica (come in altri contesti ha finanziato questo e quello, anche Hitler in Germania). Ora è indubbio che soprattutto Jacob Shift ebreo bancario americano fu il più solerte a finanziare i bolscevichi e in questo c’era anche una sua personale avversione verso lo zarismo, ma NON SI DEVE vedere l’opera della Alta finanza a finanziare il bolscevismo come una cospirazione ebraica. Questo è sbagliato e porta fuori strada. In realtà gli interessi dell’Alta finanza furono una strategia molto complessa e di larga portata, proiettata nel tempo, un qualcosa di incredibile, ma estremamente concreto, ma figuratevi se l’Alta finanza poteva avere simpatie per il comunismo, ma solo business. Tutto nasce dal fatto che nei primi anni del ‘900 , con il petrolio divenuto il maggior elemento per l’Industria e i traporti, si andò a creare una specie di accordo nel mondo finanziario tra i Rothshild, i Rockfeller, i Morgan e tutti i satelliti bancari minori. In sostanza l’Alta Finanza divenne CAPITALISMO MONOPOLISTA, lanciato alla conquista dei mercati in concorrenza con il vecchio capitalismo imprenditoriale in declino. Il petrolio era l’elemento più significativo che sosteneva la potenza di questa Alta finanza monopolista. Essa si basava sull’asse City di Londra – Wall Street di New York, con tutte le relative Power èlites, controllava oltre la metà delle regioni del pianeta con le risorse della terra (oggi controlla tutto!), soprattutto i ricchi e potenti Stati Uniti. Questi vampiri considerarono che la Russia zarista, pur estremamente arretrata, soprattutto tecnologicamente , ma altrettanto ricca di materie prime e anche petrolio, uscendo vittoriosa dalla guerra, assieme agli altri alleati, in virtù del grande progresso scientifico esploso a cavallo dei due secoli, avrebbe potuto, in pochi anni, uscire dalla sua arretratezza e diventare il più pericoloso concorrente e rivale del capitale monopolista finanziario. Soprattutto per il petrolio, la Russia zarista avrebbe putto venderlo sul mercato a prezzi bassi, mettendo in crisi l’impero anglo americano della British Petroleum e della Standard Oil. Era necessario che la Russia venisse sconvolta, anzi doveva uscire dalla guerra, per evitare che la vincesse con gli alleati franco, anglo americani. E la rivuluzione bolscevica., che nel frattempo montava a causa delle ristrettezze e degli orrori bellici, era talmente cresciuta che poteva assolvere due compiti, funzionali Alta finanza: Primo: far uscire la Russia della guerra, come infatti è avvenuto. Secondo: instaurare in Russia il comunismo, un sistema economico, che a prescindere da ogni considerazione ideologica, sarebbe stato un sistema produttivo sicuramente non competitivo con i paesi capitalisti e quindi la Russia non sarebbe mai stata un concorrente per il capitale monopolista e i ricchi mercati occidentali. Quello c he è esattamente avvenuto. ECCO PERCHE’ L’ALTA FINANZA FINANZIO’ LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA. Non c’è bisogno di ipotesi cospirazioniste manovre ebraiche ecc. Che ci saranno anche state, ma sono del tutto secondarie.

A cura di Antonio Pocobello


E’ vero, la finanza non ha confini e nessun colore se non quello del potere economico e dove si può guadagnare essa va. Ma questa è solo una faccia della moneta di scambio e chi la gestisce sono sempre le solite persone.

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Belgio e Parigi, legati da un filo sottile: strage di stato.

22 marzo 2016 Lascia un commento

L’Europa sotto attacco, queste le prime espressioni dei vari camerieri europei.

Così come Parigi anche in questo caso si ripete il copione della strage di stato.

Fino a quanto le popolazioni europee dovranno sopportare questa ignobile e criminale farsa?

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Francia, ipotesi o certezze?

10 gennaio 2015 3 commenti

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Ancora una volta la Francia diventa l’obbiettivo di queste fantomatiche cellule terroristiche islamiche. Che sia vero? Tutto il mondo occidentale raccoglie questa notizia con disprezzo per quello che è accaduto a Parigi, ma pochi, almeno sino ad ora, provano a vedere come la situazione potrebbe realmente essere.

Proviamo a fare una panoramica degli eventi.

Belgio: un criminale, cosiddetto islamista, compie una strage. Molte ombre e dubbi sulla paternità del criminale assalto, lo stesso Telegraph sostiene la tesi di una guerra interna alle forze dei servizi segreti sionisti. Ma anche Haaretz porta avanti la stessa ipotesi.

Francia 2012: un islamico, Mohammed Merah, un individuo in scooter, con
il casco, spara e uccide prima un parà francese a Toulouse, poi altri tre a Montauban (tutti
nordafricani, fra l’altro), infine quattro studenti e insegnanti di una scuola ebraica. Verrà identificato come una vecchia conoscenza della DCRI (Direction Centrale du Réinsegnement Interieur, la loro Digos). Su questo personaggio si riscontrano alcune cose strane: aveva una pistola (una colt 45) caratterizzata da una modifica fatta solo ed unicamente per le forze speciali francesi, inoltre indossava un giubbotto antiproiettile della polizia tagliato su misura del suo minuto corpo. Sul Il Foglio dell’epoca si leggeva che Merah aveva viaggiato in Medioriente sotto copertura della DGSE (Servizi segreti Francesi), mentre lo Shin Beth l’aveva arrestato anni prima in possesso di un coltello. Molti dubbi e domande se le pongono anche i francesi su questi caso rimasto irrisolto. Ma anche il noto musicista ebreo Gilad Atzom ipotizza che Merah fosse stato istruito dalle forze dei servizi israeliani per creare dei false-flag.

Ma perché dovrebbero essere così sciocchi da colpire degli ebrei? E perché oggi si colpiscono delle persone appartenenti ad un giornale satirico proprio nella terra dell’illuminismo, della libertà di pensiero, purché non antisemita? Chi si giova di questi misfatti?

Vien da pensare che il mondo islamico sia impazzito tutto d’un tratto, che abbia perso completamente il pragmatismo che lo caratterizza, ma soprattutto che si stia tirando la zappa sui piedi in maniera anche troppo evidente. Ha senso? No! I pazzi in ogni comunità esistono da tutte le parti, ma arrivare a compiere un atto di sabotaggio come quello odierno ripreso da tutte le tv internazionali è al limite del grottesco, salvo l’impunità degli esecutori che potrebbero avere coperture molto altolocate nei servizi deviati francesi e con la collaborazione sempre attenta e precisa del Mossad.

E perché mai dovrebbero coprire degli assassini? La Francia in questi ultimi mesi ha messo a punto un documento che rappresenta per la comunista sionista francese e americana una spina al fianco della rivoluzione illuministica: il riconoscimento dello stato della Palestina, e non solo, la Palestina il 1°aprile dovrebbe far parte della Corte Internazionale contro i crimini di guerra (ICC) anche se gli Usa hanno evidenziato che la Palestina non essendo stato riconosciuto non è qualificata ad entrare nella Corte Internazionale.  Quale miglior occasione per far capire all’opinione pubblica francese e soprattutto europea che il mondo islamico è il peggior nemico? Quello che si mostra agli occhi è che l’islamismo non accetta nessuna satira, nessuna voce che esca dai canoni teologici che vogliono farci credere. L’Isis ne è una rappresentazione canonica della radicata idea alimentata proficuamente dagli interessi americani e sionisti di Israele.

La cosa più evidente in questa buffonata è che tutti i cosiddetti attentatori sono stati freddati e contro ogni logica non si saprà mai chi sono, chi li ha mandati, cosa volevano fare, quali erano i loro progetti. Stesso sistema usato con Merah, freddato lucidamente prima che si potesse sapere qualcosa. Eppure le forze dell’ordine sanno che una flebile testimonianza vale più di mille cartucce, ma in Francia come in altri luoghi d’oltreoceano si preferisce zittire anziché verificare. C’è comunque una coreografia degna di Hollywood: 88.000 agenti di polizia e delle forze speciali a caccia di 3 deficienti, forse 4 con un costo sociale mostruosamente enorme. C’è qualcosa che non quadra, così almeno appare.

In Francia si accoppano alcuni giornalisti (12) più 4 ostaggi del supermercato Kosher, si mobilitano esercito (le forze speciali), le teste di cuoio (o di legno), migliaia di agenti, l’aeronautica, vigli del fuoco, in servizi segreti in abbinata a quelli americani della Nsa e inglesi del MI6/MI5 compresi i sempre presenti del Mossad e nel frattempo, nelle stesse ore in Nigeria  le squadre di un altro pazzo (Boko Haram) fanno strage di almeno 2000 persone massacrandole a colpi di macete e quant’altro la fantasia produca.

Eppure i nostri media sono tutti febbrilmente eccitati di riportare la notizia più cruenta di quanto accaduto a Parigi. Caspita: non c’è sangue, non si vedono morti, non c’è il parapiglia e il terrore nelle facce della gente come si poteva scorgere in quelli di Kiev o del Donbass, ma il giornalismo affannato cerca comunque di emulare la sensazione dell’11/9 americano come dire “Anche noi! Anche noi abbiamo avuto un attacco di Al-Qaeda”. Possiamo essere da meno dei nostri cari alleati? Certo che no! Eppure analizzando alcune immagini è possibile scoprire che ci sono molti dubbi: il sangue del poliziotto freddato NON si vede, l’auto dei due attentatori ha le calottine dei retrovisori bianche, quella ritrovata dello stesso colore ha invece le calottine nere;

Auto_01

auto_02

questi fantomatici fratelli che hanno eseguito un’operazione di guerra istruiti (così ci dicono) nello Yemen, sono così istruiti da dimenticare addirittura la carta d’identità nell’auto per farsi riconoscere. Ma so proprio scemi ‘sti due qua, vi pare? Addirittura uno perde una scarpa, ma il giornalismo becero ci indica la freddezza dell’uomo, la raccoglie e se ne va con calma in auto. Altra cosa le riprese video:come facevano i giornalisti a sapere che in quella pare della strada si sarebbe stato un evento del genere? Mistero e perché assieme a loro c’erano anche alcune persone con giubbotto antiproiettile? Come mai è stato ammazzato proprio colui (Bernard Maris) che aveva proposto la cancellazione del debito pubblico francese? E come mai un ufficiale di polizia si suicida prima di inviare il suo rapporto sulla sorveglianza di alcune vittime di Hebdo?

Le domande sono tante e per ora non c’è una risposta assoluta, ma quello che rimane dopo un avvenimento del genere, che probabilmente ha creato dei lutti, è il vuoto, l’assenza completa della sensazione di far parte di una società che ormai è completamente priva di valori, allo sbando senza nessun riferimento alla realtà. Questi fatti sono sicuramente reali, almeno dovrebbero esserlo, ma si poggiano su un castello di sabbia che prima o dopo crollerà rovinosamente su chi li ha architettati, purtroppo con loro molti di noi ci andranno dietro.

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Aggiornamento:

I fatti di Charlie Ebdo, che caso, sono stati secretati, ovvero top-secret, segreto di stato.

Ma non erano stati dei terroristi a compiere questi misfatti? Chissà Hollande cosa risponderebbe a qualche impavido giornalista che si arrischiasse di fargli una domanda sulle indagine di questa “strage”.

Un bel tacer non fu mai scritto…

3 gennaio 2015 Lascia un commento

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Una delle cose che spesso denuncio al giornalismo prezzolato è di dimenticare, di lasciar perdere, di essere sciattoni, sfuggenti e arrivisti, sempre sulla cresta dell’onda della notizia del giorno, dimenticando fatti e misfatti del passato che comunque sono sempre presenti ed attuali, poiché il presente ed il nostro futuro si regge su quanto è avvenuto in passato.

20 anni fa in  una zona dell’Africa, il Ruanda, in 100 giorni furono massacrate oltre 1.000.000 di persone nell’indifferenza totale delle nazioni del mondo. Il silenzio assordante e le assurde interpretazioni che vi furono all’epoca non furono utili per evitare i massacri efferati che quella gente subì ad opera degli Hutu contro i Tutsi. Per la verità non pare esistano differenziazione di razza tra i due gruppi Hutu e Tutsi, ma solo una distinzione di carattere sociale che fu utile ai coloni (i belgi) per seminare zizzania e creare quel miscuglio ideale per scatenare i massacri che accaddero nel 1994 e prima ancora nel 1963.

Gli assassini in Ruanda non usarono camere a gas, ma ottennero armi e munizioni dalle stesse nazioni che gridavano al massacro. Israele fu una di queste, fornendo armi e munizioni, fucili e granate, tutto materiale sottratto durante la guerra dello Yom Kippur del 1973. Possiamo leggere anche in wikipedia: «Durante un notiziario del 2000 il The Guardian rivelò che "l’ex Segretario generale dell’ONU, Boutros Boutros-Ghali, giocò un ruolo importante nella fornitura di armi al regime Hutu, il quale ha realizzato una campagna di genocidio contro i Tutsi in Ruanda nel 1994. Come ministro degli esteri in Egitto, Boutros-Ghali ha facilitato un affare di armi nel 1990, che era di $26 milioni (18 milioni di sterline) di bombe di mortaio, lanciarazzi, granate e munizioni, trasferite dal Cairo al Ruanda. Le armi furono utilizzate dagli Hutu in attacchi che hanno portato fino a 1.000.000 di morti"» Indovinate da dove venivano le armi che l’Egitto esportava?

La notizia evidenzia con chiare argomentazioni come la corte di Tel Aviv abbia rigettato una petizione che chiedeva di rivelare le esportazioni di armi agli Hutu negli anni ‘90. Ma la stessa cosa sta accadendo anche oggi, sotto i nostri occhi e vicino alle nostre coste italiche, migliaia di persone sono costrette alla fuga o, nei casi peggiori, ad essere vilmente massacrate da bande finanziate sempre dagli stessi che allora armavano gli Hutu. Sempre gli stessi!

Il silenzio è d’obbligo, sono ancora vivi e vegeti coloro che permisero una mostruosità del genere e l’onorabilità è salva.

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