Bosnia Terra di dolore. Parte 1: Europa e Onu per un massacro

5 agosto 2022 Lascia un commento

INTEMPERIE

E’ il 1992. Sull’onda indipendentista sollevata dalla morte del maresciallo Tito, anche la Bosnia dichiara l’indipendenza secondo l’esito del referendum approvato dai bosgnacchi e dai croati, boicottato dai serbo-bosniaci. E’ la miccia che accende il conflitto. Alla base, non il tribalismo etnico cui venne imputato e che è diventato un luogo comune, ma gli interessi degli stati europei.

Occorreva mettere un freno alla locomotiva dell’economia tedesca, cui si era aperta la possibilità di correre in direzione sud-est. Francia, Gran Bretagna, d’accordo con la Russia, mantennero un silenzio simile all’assenso mentre Slobodan Milosevic forniva sostegno militare ai Serbi di Croazia e di Bosnia. Del tutto palesemente, il ministro inglese Douglas Hurd sostenne il diniego delle armi ai bosgnacchi – i bosniaci musulmani – e il divieto di ritorsioni aeree della Nato sulle milizie serbe per “non prolungare i combattimenti”. Quanto vi fosse  di islamofobia, già al tempo, ancora non è stato…

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Mosca ruba il frumento, davvero?!

8 giugno 2022 Lascia un commento

Si legge: «La Russia è l’unica responsabile per l’incipiente crisi alimentare – ha proseguito, mentre l’ambasciatore russo lasciava Vassily Nebenzia la sala – Il Cremlino sta usando le forniture di cibo come un missile invisibile contro le nazioni emergenti».

Fa specie leggere che un paese come la Russia , al 3° posto nella produzione mondiale, sia la principale causa della fame in 14 paesi. Nessuna osservazione circa le condizionanti attività di rapina e furti legalizzati compiuti dalla Comunità Europea e dagli Stati Uniti. Vendere un prodotto per la Russia in questo momento è alquanto difficile sopratutto a causa delle limitazioni e chiusure operate dall’occidente atlantista che ha posto dei blocchi sulle transazioni bancarie come lo Swift.

E’ chiaro pertanto che l’interesse della Russia è quello di vendere i suoi prodotti, ma non è responsabile se qualche mago della finanza politicizzato ha messo dei cancelli per impedire di farlo.

Si continua a blaterare sul ladrocinio della Russia per il grano ucraino, sarà vero o falso è pacifico che nessuno lo sa, ma si sa per certo che l’occidente ha privato la Russia dei suoi introiti derivanti dalle attività economiche e finanziarie per un valore di 650 miliardi di dollari che certamente non sono paragonabili ai 100 milioni delle granaglie ucraine.

Qualcuno ci specula sopra e andrebbero cercati in quelle infami 4 “sorelle” del settore agroalimentare (Amber Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa, Bermuda), Cargill (Usa) Louis Dreyfus Commodities (Paesi Bassi) che possono decidere chi vive e chi no.

Il dovere della Bellezza (di Luigi Pecchioli)

1 giugno 2022 Lascia un commento
Canova

In una calda mattina di maggio, un uomo cammina verso la stazione ferroviaria. Un breve viaggio in treno verso la periferia, un atto quotidiano compiuto migliaia di volte per lavoro. Stavolta l’uomo viaggia per svago e si guarda in giro. Nonostante il sole, la città gli appare imbruttita. Non è la solita incuria, la sporcizia o il degrado progressivo dell’arredo urbano. Le vie, i palazzi municipali sono sfigurati, oltreché dai soliti ghirigori e dai graffiti senza senso di mille Bansky privi di talento e di vergogna, da centinaia di scritte multicolori che invadono edifici e strade. Insulti tra le tifoserie calcistiche cittadine.

Accanto alla stazione, un imponente muraglione grigio di contenimento del torrente interrato. Il tocco estetico dovrebbe essere l’acqua (fetida) che scende tra centinaia di mattoncini quadrati a sbalzo, altrettanto grigi. Più in là, sul viale che conduce al mare, torreggia un orrore architettonico di grandi dimensioni e straordinaria incongruenza con il contesto. Di fronte, una nuova scultura di difficile interpretazione per i semplici. L’uomo sale sul treno suburbano, comodo e persino bello, ma le fiancate e i vetri sono state scempiate dai forzati delle bombolette spray. Macchie di mille colori, informi e prive di senso, a meno che l’ignoranza impedisca di cogliere chissà quali messaggi.

Il potere della bruttezza è diventato dittatura. Per una volta attento al paesaggio familiare che conosce da sempre, l’uomo prende atto che il brutto, l’informe, il deforme si sono impadroniti del paesaggio urbano e fanno breccia nel suo animo. Intristito, mette mano al giornale e constata la povertà di linguaggio, il lessico limitato, la superficialità, la sintesi sbrigativa. Il brutto domina anche la parola scritta; i messaggi della comunicazione puntano sull’attimo, un urlo sboccato che tenta di catturare per un istante l’attenzione di un pubblico distratto a cui si vendono prodotti, idee e stili di vita.

Il giorno prima lo stesso uomo visitava una mostra di pittura. Una nuova doccia gelata, un’altra indigestione di macchie. Dovunque, il brutto si impone come cifra e simbolo dell’epoca, nell’indifferenza di un pubblico disabituato, diseducato, narcotizzato dai messaggi di critici menzogneri. La bruttezza ha conquistato la pubblicità: sempre corriva, ha abbandonato le famiglie da Mulino Bianco e il richiamo sessuale immediato per propagandare, insieme con la forma-merce, il meticciato, il green, il nomadismo dell’uomo sradicato, precario della vita cui è ingiunto di essere felice nonostante non abbia e non sia nulla.

La Via Crucis continua: l’uomo comincia a osservare gli altri viaggiatori. Il chiacchiericcio di ieri è sostituito dalla concentrazione sullo schermo dello smartphone. Chi parla al telefono, lo fa a voce alta senza remore: nessuna riservatezza, il linguaggio è elementare e il turpiloquio generalizzato. L’abbigliamento combina sciatteria, ostentazione, volgarità e bruttezza. Conta che stracci più o meno costosi siano firmati, come si dice, o che magliette e camicie abbiano stampate scritte nel globish di massa, l’anglo grugnito globalizzato. I pantaloni escono dalla fabbrica già sdruciti e strappati. Finto minimalismo, autentico festival della trascuratezza elevato a modo di vita. Povere le nostre mamme, che con pochi mezzi rammendavano gli abiti laceri per farci fare bella figura, come allora si diceva.

Visibilmente, la maggioranza, senza distinzione di censo e di età, veste allo stesso modo. Unica differenza, il marchio e il prezzo. L’aspetto della gente è così livellato che se ci attenessimo all’abbigliamento, sarebbe difficile distinguere tra classi alte e basse, o meglio, tra plebe ricca e povera (Nicolàs Gòmez Dàvila).

Plebe, appunto, adusa al deforme e all’informe, al punto di non accorgersi di vivere nel trionfo del brutto. L’idiota, il principe Myshkin di Dostoevskij esclamò: la bellezza salverà il mondo. Se è vero, la bruttezza lo rovinerà e forse ci è già riuscita. La bellezza deve addirittura essere salvata dall’estinzione, dalla crassa indifferenza di un’epoca e di un pensiero dominante in cui vale solo l’utile, ciò che serve immediatamente per fare denaro o svolgere una funzione. Difendere, mantenere, rivendicare la bellezza diventa un dovere morale, un’impresa da eroi fuori tempo.

Parafrasando Orwell, per il quale in tempi di menzogna universale dire la verità è un atto rivoluzionario, proclamare la bellezza in un epoca di brutture è un gesto rivoluzionario. La ribellione in nome dell’estetica. Al di là delle mode e della cura maniacale del corpo- botox, trucchi pesanti, la mania regressiva neo tribale di tatuaggi generalmente privi di significato, talora uno sfregio alla naturale bellezza dei corpi- la folla solitaria dà un’impressione di incuria, trascuratezza, disordine interiore prima che esteriore. Bruttezza dell’epoca riflessa in sguardi vuoti, posture volgari, interfaccia del brutto che ci circonda.

Che cosa aspettarsi da generazioni che la scuola- il potere – ha modellato a immagine e somiglianza del mediocre e dell’identico, uguali in basso, senza ordine interiore, privati di modelli positivi e di riferimenti etici? L’uomo è un essere mimetico: imita la bellezza se gli viene proposta come modello, ma anche il suo contrario. Nel mondo capovolto il brutto è al potere e il deforme è sul trono. La responsabilità è dello spirito del tempo, lo zeitgeist, che non nasce da solo, è l’espressione del gusto, della volontà, degli interessi della classe dominante, la post borghesia che ha mandato al potere non la fantasia invocata nel Sessantotto, ma l’ignoranza scaltra dei bottegai senz’anima, il regno dell’anodino, del brutto, del seriale, e insieme del bizzarro e del capriccioso.

La bellezza, tuttavia, resta, come aspirazione dell’essere umano, speranza, tensione verso l’alto che nessun materialismo, nessuna pratica da contabili può scacciare. Alla fine tornerà, attraverso l’esperienza, lo stupore della bellezza, la vita dello spirito, lo sguardo estetico ed estatico. Il trionfo globale della bruttezza è un fenomeno che nessuno tratta come la catastrofe esistenziale che è. L’argomento non risveglia coscienze, non suscita collera né proteste. Tutt’al più una benevola commiserazione da parte di chi ha sempre questioni più importanti di cui occuparsi. Eppure si tratta di un fenomeno che nessuna epoca aveva vissuto con questa estensione: la sistematica distruzione della bellezza.

Ci sono sempre stati periodi più sterili di altri. Pensiamo alla fine dell’impero romano e alla decadenza prima della vigorosa rinascita benedettina, l’edificazione delle meraviglie romaniche e gotiche, ma anche la ripresa dell’agricoltura, dell’artigianato e delle scienze, sospinta dal recupero dei testi antichi e dal desiderio di essere all’altezza degli esempi del passato. Sulle spalle di giganti, seppero creare in ogni campo, arte, cultura, sapienza, bellezza. Mai era accaduto che un tempo e una civilizzazione, la nostra, sostituisse l’arte con la non-arte, ovvero perseguisse il brutto anziché il bello. Addirittura, esiste una corrente che si definisce, con onestà espressiva (e confusione mentale) “non arte”.  I suoi esponenti evitano di definirsi “non artisti”: tirano quattro paghe per il lesso come i manzoniani fustigati dal Carducci.

Claes Oldenburg teorizza: “un’opera è fatta per essere brutta, repellente, senza alcun significato per lo spirito e i sensi. Le opere non sono fatte per essere belle, ma perché, guardandole, non si capisca che cosa rappresentano e venga voglia di strapparle e passare via correndo. “. Obiettivo pienamente raggiunto in tutti i campi della vita sociale e anche nelle condotte e negli atteggiamenti individuali.

Certo, una grande quantità di bellezza resta ed è a disposizione di chi ancora riesce a vederla, distinguerla, restarne incantato. Il verbo intristisce: la bellezza “resta”: un fatto residuale. Le opere dell’ingegno del passato, quando non sono ridotte a fondale per i “selfie” o per la pubblicità (nella neolingua si dice location) sono in gran parte rinchiuse nei musei e nelle biblioteche, nei dischi, nei siti archeologici. Nessuna epoca si è presa tanta cura del passato artistico come la nostra, tempo della riproducibilità seriale dell’arte (W. Benjamin). Non creazione ex novo e in ogni caso “produzione”, ossia qualcosa che attiene all’industria, alla mentalità strumentale che inibisce l’esistenza dell’arte, afflato spirituale, oltreché tecnica raffinata, gusto estetico, intuizione lirica compiutamente espressa, nella splendida definizione di Benedetto Croce. Arte e bellezza conservate in una teca, tracce, vestigia, simili agli scheletri di animali estinti nei musei di storia naturale.

Si consuma una doppia distruzione nell’indifferenza di massa: si disperde la grande bellezza artistica e insieme la piccola bellezza quotidiana, quella che prima avvolgeva il nostro paesaggio abituale, dal nostro abbigliamento alle nostre case. Si spegne per inaridimento la creatività, una terribile siccità dello spirito. Diventiamo più acidi, più miseri dei nostri antenati poveri, più soli anche per l’abbandono dell’idea di bellezza, compagna silenziosa che ci seguiva come un’ombra e conferiva armonia, altezza, etica al cammino dell’esistenza. Diventa impossibile – diseducati e prigionieri di una greve dittatura del brutto, purché immediato, utile, funzionale- perfino la nostalgia della bellezza: la bruttezza ingoia tutto, divora e spinge in basso.

Sparisce la distinzione, finanche la dignità del passato, comune a poveri e ricchi, come mostra un’opera d’arte “politica”, il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, l’avanzata carica di energia, di decoro di un proletariato a cui povertà e fatica non avevano sottratto il naturale orgoglio. Ci crediamo giganti che hanno soppiantato i nani di ieri poiché possediamo più cose, più beni, più mezzi. Mancano i fini, di cui la bellezza era testimone, pietra di paragone.

Siamo laceri come gli abiti pre strappati dai fabbricanti. Paghiamo per estendere al corpo la sciatteria dell’animo, nebbia che non permette di riconoscere la bruttezza di cui diventiamo parte. Poveri di spirito perché l’unica ricchezza a cui ambiamo è materiale. Per le strade, ci assale la medesima materia scabra di cemento squadrato, ingrigito, priva di grazia. Non “serve”, compare come passivo nel conto economico, dunque è inutile: quel che conta è che la struttura si sostenga e assolva una funzione. Tutto secco, pratico, semplice: l’ordine meccanico degli schiavi. Senza bellezza, “i morti sono più morti dei personaggi dei libri” (Alvaro Mutis), nei quali ci rifugiamo per scaldare il cuore e vivere con l’immaginazione ciò che lo sguardo non vede più.

La bruttezza è l’acceleratore della corsa verso il basso. Bisogna ritrovare la bellezza, ricrearla, un’esigenza che dovrebbe partire dalle classi dirigenti, i cui gusti e desideri influenzano tutti. Scriveva Muriel Barbery ne L’ eleganza del riccio: “ai ricchi, il dovere del bello. Altrimenti, meritano di morire.”

Per possedere il senso del bello, però, occorre educazione, il contrario di una vita di consumi, desideri, istinti. Bisogna volere un destino, ignoto all’esausto viandante d’Occidente. Un passante solitario, angosciato, solitario, come intuì Nietzsche, la cui tragica consapevolezza terminò in follia. “Nessun Dio ci sostiene? Nessuna Ragione dà veramente ragione? Nessun Al di là guida i nostri passi? Siamo soli più di quanto nessun uomo è mai stato in nessun luogo? “Senza il conforto della bellezza che apre il cuore- un lacerto di eternità- solo il cammino che si spezza è legge a se stesso. Per questo abbiamo l’arduo dovere della bellezza, contro l’aridità che il brutto insinua nei cuori. Scriveva Saint Exupéry: “se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare la legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito

ref: https://www.maurizioblondet.it/il-dovere-della-bellezza/

Il disgusto

19 febbraio 2022 3 commenti

Siamo a circa un mese (31-marzo-2022) dalla fine dello stato di emergenza e non si sprecano le vomitevoli, disgustose, aberranti dichiarazioni dei servi del potere.

Senza andare a scomodare il negativista Ricciardi, sempre attento a lanciare maledizioni e auguri nefasti per coloro che hanno fatto una scelta diversa, troviamo anche un’illustre sconosciuta, certa Dott.ssa Stefania Salmaso (laurea in Scienze Biologiche e un Perfezionamento in Statistica Medica), epidemiologa, che ravvede in quelli succitati la minaccia terribile che non sarà possibile un ritorno alla normalità proprio a causa di questo esiguo gruppo di circa 1 milione di persone. “Credo che il green pass sia una tutela che ancora vada mantenuta, posto che il rischio di infettarsi è molto alto”. Ora se questa persona è epidemiologa come è riuscita a formulare un pensiero del genere (antiscientifico) visto che il lasciapassare non ha nessuna funzione di tutela per i vaccinati, ma che anzi amplifica la diffusione dei contagi?

Nei fatti, la suddetta dottoressa, non fa altro che seguire gli ordini di scuderia e si da il caso che la banda parassitaria, che dovrebbe comporre un parlamento democratico, ha votato ieri la conferma della durata del lasciapassare discriminando in maniera bolscevica quasi 7 milioni di persone, tra le quali anche quelle con 1 o 2 dosi con 452 voti favorevoli 53 contrari.

Tutto allineato e previsto dalla tabella di marcia del WEF.

Io vengo dalla Bosnia

12 febbraio 2022 Lascia un commento

I tempi, le forze in causa, le migliaia di miliardi in ballo, la “pandemia” e quelle a venire, le azioni delle banche centrali sulla vita delle nazioni e dei continenti, le attività, da tempo programmate sulle vicende del Donbass non lasciano ben sperare.

Dal blog di Andrea Cecchi.

Ho già condiviso questo pezzo privatamente con alcuni amici. Si tratta di una mia traduzione del 2017, tratta dalle memorie di un sopravvissuto alla guerra in Bosnia. Perché ho deciso di pubblicarlo oggi sulla newsletter? Perché il nuovo trend che ci aspetta e che è già iniziato prevede il verificarsi di sempre più gravi disordini pubblici con episodi anche di guerriglia urbana dilagante. La crisi economica, la disoccupazione e l’influsso sempre più massiccio di immigrazione di varie etnie, saranno la miccia che sarà usata per scatenare inevitabilmente conflitti, principalmente giocati sulle differenze dovute al profilo razziale. Il multiculturalismo è fallito. Le etnie si scontrano, non si integrano. Ma ogni scusa sarà buona per creare caos.

COSA FARE SE SCOPPIA IL CAOS

LE MEMORIE DI UN SOPRAVVISSUTO ALLA GUERRA IN BOSNIA

Trad. Andrea Cecchi 17/07/2017

Io vengo dalla Bosnia. Come sapete dal 1992 al 1995  c’è stato l’inferno. Sono riuscito a sopravvivere un anno in una cittadina di 6mila abitanti senza acqua, elettricità, carburante, assistenza medica, pubblica sicurezza, servizi di distribuzione, e ogni tipo di servizio pubblico tradizionale e controllo centralizzato.

La nostra città era stata isolata dall’esercito e per un anno intero la vita si è trasformata in un vero e proprio inferno. Non c’era nessun corpo di polizia, solo gruppi armati. Chi era armato proteggeva la propria famiglia e la propria casa. Quando tutto ebbe inizio, alcuni erano più preparati di altri, ma la maggior parte delle famiglie avevano cibo disponibile solo per pochi giorni. Alcuni avevano delle pistole. Pochi avevano AK47 o fucili da caccia. Dopo uno o due mesi iniziarono ad agire le gang, distruggendo tutto. Massacri, genocidio e pulizia etnica. Gli ospedali, per esempio, si trasformarono in mattatoi.  La polizia non c’era più e il personale dell’ospedale se n’era andato.

Io sono stato fortunato: la mia famiglia a quel tempo era abbastanza larga (15 persone in una casa grande, 6 pistole e 3 AK), e siamo sopravvissuti quasi tutti. Gli americani lanciavano viveri dagli aerei ogni 10 giorni per aiutare le città sottoposte a blocco militare.  Non era mai abbastanza.

Alcuni (molto pochi) avevano il giardino.

Ci vollero tre mesi prima che le persone iniziassero a morire di fame e di freddo.

Noi andavamo a prendere porte e finestre dalle case abbandonate. Strappando via i pavimenti in legno e i mobili pur di avere qualcosa da bruciare per riscaldarci.

Molti morirono di malattia, specialmente per colpa dell’acqua (due nella mia famiglia). Noi bevevamo soprattutto l’acqua piovana, mangiavamo piccioni e topi. Il denaro divenne presto inutile. Si tornò al baratto.  Per un barattolo di Tushonka (carne in scatola) potevi avere una donna (è triste dirlo ma era così). La maggior parte delle donne che si prostituivano erano madri disperate.

Armi, munizioni, candele, accendini, antibiotici, benzina, pile, batterie e cibo: combattevamo per queste cose come animali. In queste situazioni, cambia tutto.  Le persone diventano mostri. Era disgustoso. La forza stava nei numeri, per una persona da sola, l’essere ucciso o rapinato era solo questione di tempo, anche se era armata.

Oggi io e la mia famiglia siamo preparati bene. Sono ben armato e ho fatto esperienza. Non importa quello che può accadere – un terremoto, uno tsunami, una guerra, gli alieni, i terroristi, un collasso economico, disordine civile – La cosa importante è ricordarsi che qualcosa accadrà.

Ecco la mia esperienza. Regola numero uno, non separarsi dalla famiglia. Bisogna prepararsi insieme, anche scegliendosi  amici fidati.

  1. Come muoversi per la città in sicurezza. La città era divisa in comunità lungo le vie. La nostra via era formata da 15-20 case pattugliate costantemente da cinque uomini armati per proteggerci dalle gang e dai nemici. Tutti gli scambi avvenivano nelle strade. A circa cinque chilometri di distanza c’era un’intera strada adibita agli scambi, ma arrivarci era pericoloso a causa dei cecchini. Poteva accadere anche di essere derubati dai banditi. Io ci sono andato solo due volte quando avevo bisogno di medicine, soprattutto antibiotici.Nessuno usava più le automobili in città. Le strade erano bloccate dalle macerie e da altre automobili. La benzina era molto costosa. Se c’era la necessità di andare da qualche parte, bisognava farlo di notte. Mai spostarsi da soli o in gruppi troppo numerosi – sempre 2 o 3 uomini al massimo. Tutti armati, spostarsi rapidamente, nell’ombra, attraversando le strade accanto alle macerie e mai nelle zone aperte.  C’erano molte gang di 15-20 uomini. Alcune anche di 50 uomini, ma c’erano anche molte persone normali come tu ed io, padri o nonni che ammazzavano e rubavano. Non c’erano buoni o cattivi, ma una via di mezzo, sempre pronti al peggio.
  2. E la legna? La città era circondata da boschi, perché bruciavate porte e  mobili?  Non c’erano tanti boschi intorno alla città. Era una bella città, con ristoranti, cinema, scuole, persino un aeroporto. Ogni albero in città e nei parchi venne tagliato nei primi due mesi,  come combustibile per riscaldare e per cucinare. Bruciavamo tutto ciò che bruciasse. Mobili, arredamento, porte, finestre pavimenti. Legna che brucia velocemente. Non c’erano fattorie perché quelle fuori città erano controllate dal nemico. Eravamo circondati. Anche in città non sapevamo mai chi fosse il nemico.
  3. Quale tipo di conoscenza ti è tornata utile in quel periodo? Per avere ben chiara la situazione in quel momento bisogna capire che è stato come tornare all’età della pietra. Per esempio, avevo una bombola di gas da cucina, ma non lo usavo per riscaldamento, era troppo costoso! Ho attaccato alla valvola della bombola un adattatore da me congegnato e con quello ci ricaricavo gli accendini. Gli accendini erano preziosi. Se veniva qualcuno con un accendino vuoto, io glielo ricaricavo e in cambio mi dava una scatoletta di cibo o una candela. Io ero un paramedico. In quelle condizione, le mie conoscenze divennero la mia ricchezza. In quella situazione, l’abilità di riparare le cose vale più dell’oro. Le scorte e gli oggetti finivano, ma la le tue capacità riuscivano a procurarti da mangiare. Vorrei dire questo:  imparate a riaccomodare le cose, le scarpe o le persone. Il mio vicino ad esempio sapeva fare il kerosene per le lampade e non ha mai sofferto la fame.
  4. Se tu avessi 3 mesi per prepararti, adesso che faresti? Me ne andrei da questo paese! (scherzo). Adesso so che qualsiasi cosa può collassare all’improvviso. Ho una bella scorta di cibo, articoli per l’igiene, pile, ..almeno per 6 mesi di autonomia. Abito in una casa sicura ed ho una casa con il bunker a 5 chilometri da qui con altri 6 mesi di scorte pure lì. È in un piccolo villaggio. Anche le altre persone che ci abitano sono ben preparate. La guerra ci ha insegnato. Ho quattro armi da fuoco e 2000 munizioni per ognuna di esse. Ho il giardino e ho imparato a fare l’orto. Mi fido del mio istinto, Quando senti dire che va tutto bene io se che invece ci potrebbe essere un altro collasso ed io ho la forza di proteggere la mia famiglia, perché quando tutto collassa, devi essere pronto a fare cose brutte, per tenere in vita i tuoi figli e i tuoi familiari. Sopravvivere da soli è praticamente impossibile. Anche se sei armato e pronto, se sei solo morirai. L’ho visto accadere molte volte. È molto meglio quando si è in gruppi abbastanza larghi di familiari e amici, tutti preparati e con competenze e abilità in vari campi.
  5. Di cosa è necessario fare scorta? Dipende. Se hai in programma di vivere rubando, ti servono solo armi e munizioni. Tante, tantissime munizioni. Altrimenti cibo in scatola, articoli per l’igiene, pile, accumulatori e piccoli oggetti per gli scambi come coltelli, accendini, tabacco, acciarini, sapone. Anche l’alcol. Quello che si conserva bene. Il whisky economico è ottimo per barattare.  Molte persone morirono per mancanza di igiene. Quello che serve sono piccole cose semplici, ma in grande quantità. I sacchi dell’immondizia, ad esempio; ne occorrono tanti. Anche la carta igienica e piatti e posate di plastica non riutilizzabile. Lo so perché non ne avevamo e per me, una buona scorta di articoli igienici è più importante del cibo. Puoi sempre riuscire a sparare a un piccione o trovare qualche pianta commestibile, ma non puoi sparare al disinfettante. Disinfettante, varechina, sapone, guanti di gomma, maschere protettive e kit del pronto soccorso con cui curare le ferite e le bruciature. Puoi anche riuscire a trovare un dottore ma poi non riesci a pagarlo. È meglio saper usare gli antibiotici. Ce ne vogliono un sacco ed è sempre bene farne scorta. Bisogna scegliere armi semplici. Io porto con me una Glock.45, mi piace, ma è un’arma rara da queste parti e allora ho anche due pistole TT (il tipo più usato di pistola per cui anche le munizioni sono facili da reperire). Non mi piacciono i Kalashnikov, ma vale lo stesso ragionamento: ce l’hanno tutti e allora lo devi avere anche te. È utile avere piccoli oggetti che passino inosservati. Ad esempio: un generatore può essere utile, ma 1000 accendini Bic sono meglio. Un generatore fa rumore e attira l’attenzione, ma 1000 accendini sono piccoli, compatti e possono essere facilmente barattati. Noi raccoglievamo l’acqua piovana in 4 grossi barili e poi la facevamo bollire. C’era anche il fiume, ma l’acqua divenne sporca quasi subito.  Per questo è indispensabile avere contenitori per l’acqua, taniche, bidoni e secchi.
  6. Oro e argento erano importanti? Si. Personalmente ho scambiato tutto l’oro che avevamo per ottenere delle munizioni. A volte riuscivamo a mettere le mani su soldi come dollari o marchi tedeschi. Potevamo usarli per comprarci qualcosa ma erano rari e il corrispettivo era astronomico, ad esempio, una scatoletta di fagioli costava 30-40$. La valuta locale invece, perse subito tutto il valore. Tutto ciò che ci serviva lo ottenevamo attraverso il baratto.
  7. Il sale era caro? Si. Ma il caffè e le sigarette molto di più. Io avevo molto alcol, così barattavo senza problemi.  Il consumo di alcol crebbe vertiginosamente. Oltre 10 volte rispetto al tempo di pace. Forse oggi sarebbe più utile fare scorta di sigarette, accendini, pile. Prendono meno spazio, ma io a quei tempi non ero un survivalist. Non ci fu tempo per prepararsi.  Fino a pochi giorni prima che iniziasse lo sfacelo, i politici continuavano a ripeterci in TV che era tutto apposto e che non c’era motivo di preoccuparsi.  Quando c’è caduto il cielo sulla testa abbiamo portato via quello che siamo riusciti a prendere.
  8. Era difficile comprare le armi da fuoco? La polizia aveva confiscato molte armi prima della guerra, ma noi le avevamo nascoste. Adesso ho un’arma registrata legalmente. Secondo la legge ciò si definisce detenzione temporanea.  In caso di disordine pubblico, il governo confisca tutte le armi registrate, è bene ricordarselo. Ci sono persone che hanno armi detenute legalmente, ma anche altre armi possedute in modo anonimo in caso che quelle legali vengano confiscate. Chi ha dei beni facilmente scambiabili può riuscire ad ottenere un’arma anche in situazioni difficili, ma ricordate: il momento peggiore sono i primi giorni e lì non c’è tempo di cercare un’arma per proteggere la propria famiglia. È una pessima idea farsi trovare disarmati durante il caos e il panico.  Nel mio caso, c’era un uomo che aveva bisogno di una batteria per auto per alimentare la sua radio e gliene procurai una in cambio di due fucili da caccia. A volte ho scambiato munizioni per del cibo. Mai fare gli scambi a casa e mai per grossi volumi. Erano pochissimi quelli che sapevano cosa c’era a casa mia. La cosa importante è di immagazzinare più cose possibile in base allo spazio disponibile. Col tempo si capisce cosa ha più valore. Anzi, mi correggo, al primo posto della lista ci sono le armi e munizioni, e poi, forse al secondo posto, maschere e filtri antigas.
  9. E per la sicurezza? La nostra strategia di difesa era molto semplice. Ripeto, non eravamo preparati e abbiamo usato ciò che potevamo usare. Le finestre erano fracassate e i tetti danneggiati dopo i bombardamenti. Abbiamo sbarrato le finestre con sacchi di sabbia e con le pietre. Il cancello l’ho bloccato con macerie e immondizia e usavo una scala per scavalcare il muro di casa.  Quando tornavo a casa, qualcuno da dentro mi passava la scala. C’era un tizio nella nostra strada che si era completamente barricato in casa. Aveva fatto un buco nel muro nella casa abbandonata del vicino e lo usava per entrare in casa sua. Una sorta di passaggio segreto. Sembrerà strano, ma le case più protette furono le prime ad essere distrutte e saccheggiate. Nella zona dove abitavo io, c’erano delle belle ville con muri di cinta, cani, allarmi e sbarre alle finestre. Sono state le prime ad essere attaccate. Alcune hanno retto,  altre no. Dipendeva da quante mani e armi c’erano dentro a difenderle. Penso che la difesa sia molto importante, ma bisogna farlo in modo discreto. Se siete in una città e scoppia il caos, occorre un posto semplice che non dia nell’occhio con molte armi e munizioni. Quante munizioni? Il più possibile. Fate in modo che la vostra casa sia il meno attraente possibile. Adesso ho una porta blindata, ma quella serve soltanto a contenere la prima ondata di caos.  Se dovesse accadere di nuovo, adesso, passata la prima ondata, lascerei la città per unirmi ad un gruppo allargato di familiari e amici. Si sono verificate delle situazioni, durante la guerra, ..non c’è bisogno di entrare nei dettagli, ma noi avevamo sempre una superiorità di fuoco e un muro di mattoni davanti a casa. Inoltre, c’era sempre qualcuno che guardava per strada. La qualità di come ci si organizza è fondamentale contro gli attacchi delle gang armate. In città si sparava continuamente. Il nostro perimetro era difeso in modo primitivo – tutte le uscite barricate dalle quali si aprivano feritoie per sparare. All’interno c’erano sempre almeno cinque membri della famiglia ponti ad aprire in fuoco in ogni momento e uno di noi stava fuori a controllare, nascosto in un rifugio. Durante il giorno stavamo sempre dentro per evitare i colpi dei cecchini. I più deboli sono i primi a morire. Chi sopravvive, combatte. Durante il giorno le strade erano vuote per paura dei cecchini.  La difesa era orientata verso il combattimento a breve raggio. Molti morirono uscendo di casa alla ricerca di informazioni. Ecco, è importante ricordare che eravamo completamente isolati senza né radio né TV – solo cose per sentito dire e nient’altro. Non c’era un esercito organizzato, ognuno combatteva per se stesso Non c’era alternativa. Tutti erano armati e pronti a difendersi. Mai indossare accessori di qualità quando bisogna andare in città. Ti ammazzano per prenderteli.  Se il caos scoppiasse domani, mi vestirei in modo anonimo per mescolarmi con gli altri e manterrei un atteggiamento umile e piagnucoloso. Non mi metterei abbigliamento tattico da guerriglia per segnalare le mie intenzioni belligeranti, gridando frasi tipo “ siete spacciati”! . No, …me ne starei in disparte, ben armato e preparato, ..osservando e calcolando bene le mie possibilità e la mia strategia insieme ai miei amici e fratelli.  Super difesa e super mega armi non hanno senso. Se qualcuno vede che hai cose preziose e utili e decide di rubartele, lo farà. È soltanto questione di tempo e di quante mani e armi si uniscono nell’intento.
  10. Come facevate ad andare in bagno? Abbiamo usato delle pale e un pezzo di terra vicino alla casa. Pensate che sia una cosa sudicia? Si, lo era. Ci lavavamo con l’acqua piovana o nel fiume, ma nel fiume era diventato troppo pericoloso. Non avevamo carta igienica e se ne avessimo avuta l’avremmo comunque barattata.  Era sempre un grande schifo. Posso darti un consiglio? Per prima cosa ti servono armi e munizioni, poi tutto il resto. E dico TUTTO ! Dipende sempre da quanto spazio e quanti soldi hai. Se ti dimentichi di far scorta di qualcosa puoi sempre ottenerlo scambiandolo con qualcuno, ma se non hai armi e munizioni non puoi aver accesso alle zone di baratto. E non pensare che le famiglie numerose siano bocche extra da sfamare. Una famiglia numerosa vuol dire più armi e più forza. Partendo da qui ognuno si prepara come può.
  11. Come venivano trattati i malati e i feriti? La maggior parte delle ferite erano ferite da arma da fuoco. Senza uno specialista e senza equipaggiamento medicale, anche se un ferito riusciva a trovare un medico aveva circa il 30% di probabilità di sopravvivere. Non è come nei film. La gente moriva. Molti morivano per infezioni da ferite superficiali. È una morte orrenda. Io avevo antibiotici a largo spettro – solo per la mia famiglia, naturalmente. Abbastanza  spesso accadeva di morire per cause stupide. Una semplice diarrea ti ammazza in pochi giorni senza medicine adeguate e con poca acqua potabile a disposizione per reidratarsi. C’erano molti casi di malattie della pelle e di intossicazione alimentare. Molti usavano piante locali e alcol. Rimedi di breve durata ma totalmente inefficaci nel lungo periodo. L’igiene era molto importante così come avere abbastanza medicine, specialmente antibiotici.

Queste memorie sono state raccolte non perché  ci aspettiamo che possa succedere qualcosa di così estremo anche nel mondo occidentale, ma perché il racconto è comunque interessante da leggere.

ref: Andrea Cecchi

L’eredità del Covid

10 febbraio 2022 Lascia un commento
Photo of Lassa virus sample
Lassa virus

Dopo quasi 10 anni di pigrissima inattività ritorno su questo blog con un po’ di rammarico scorgendo che nulla è cambiato se non in peggio.

Quello che apparentemente sembrano notizie sconclusionate, se messe sotto un’ottica deduttiva e se coordinate all’attuale situazione, nella quale l’ipnosi di massa ha raggiunto livelli altissimi circa la pandemia, disegnano un quadro piuttosto funereo per le libertà delle persone e della società in cui viviamo e se vere porteranno a disastri inimmaginabili.

Le prime novità ci arrivano da GAVI, la nota azienda gestita dalla fondazione Gates, che premoniva l’arrivo di terrifiche infezioni virali a causa del virus Marburg. Un virus letale al pari di Ebola che sembra avere una letalità dell’88%. Si legge infatti: Cugino mortale di Ebola, Marburg può uccidere nove persone su dieci che infetta e i viaggi internazionali lo hanno portato dall’Africa all’Europa due volte negli ultimi 40 anni. La crescente globalizzazione renderà più probabile l’esplosione di questo virus in tutto il mondo?

Si salvi chi può! Ma i paesi africani, per ora, sono molto lontani dall’Europa, salvo che non si aprano i rubinetti dell’immigrazione incontrollata e la frittata, se quanto sopra è vero, sarà letale per molti. Anche l’OMS, nella persona di Tedros Adhanom Ghebreyesus, annunciava la stessa cosa (da notare che i finanziamenti della GAVI di Gates all’OMS sono oltre il 30%) così come il famoso medico (?) Ricciardi: inutile fuggire, lo dicono tutti, fra Covid, Marburg, Ebola e Lessa non c’è scampo.

Questa apparente e silenziosa tranquillità è quindi preludio di altro? Ieri il governo inglese lanciava un allarme: Lassa fever cases identified in England, following travel to West Africa. Una volta c’erano le cosiddette gole profonde che o bene o male informavano i media che qualcosa non andava nel verso giusto, oppure c’erano bravi giornalisti che, nel compito arduo di informare e di investigare, portavano a galla aspetti poco evidenziati dai media allineati, ma c’erano anche editori coraggiosi che sapevano produrre un giornalismo di qualità e sopratutto di verità.

Ci attendiamo pertanto che la cosiddetta fine dello stato di emergenza del 31 marzo verrà probabilmente limitato, se non addirittura mantenuto facendo trapelare dai soliti prezzolati notizie adattate alla bisogna.

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UNA MATTINA MI SON SVEGLIATO E HO TROVATO IL CARRO ARMATO

10 marzo 2020 Lascia un commento
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Fauda ci porta fra i Palestinesi e i Mistaravim israeliani

8 settembre 2019 3 commenti

Quelli che molti non sanno…

INTEMPERIE

mcc43

La notte dell’8 luglio 2014 Israele lancia contro Gaza  l’Operazione Margine Protettivo mentre a Kafr Qasim, città araba dalla parte israeliana del confine con la Cisgiordania, una troupe filma gli episodi di Fauda, il serial tv incentrato sul conflitto israelo-palestinese. Blocco immediato delle riprese: ovvio timore di  reazioni popolari e della troupe mista, arabi ed ebrei. Ma il giorno successivo il sindaco palestinese della città: “Sentite, ci diciamo sempre di dover coesistere nella pace, ora impariamo a coesistere durante la guerra perché i missili non capiscono chi è ebreo e chi è arabo.” Da quel momento, per un mese e mezzo, la troupe visse come in una bolla di collaborazione creativa.

Fauda narra le attività dei Mistaravim, o Mista’arvim o Arabo Plotoni: soldati israeliani addestrati a confondersi fra gli  arabi, ad agire e pensare come loro, a vivere un’esistenza parallela alla loro reale, la cui identità resta rigorosamente segreta…

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PREMIO KALERGI 2016 A PAPA FRANCESCO 1°

24 agosto 2019 Lascia un commento

Quando piccole cose fanno grandi gli eventi-

Sa Defenza

papa-francesco-535x300.jpg

PREMIO KALERGI 2016 A PAPA FRANCESCO 1°
Premio Carlo Magno o KALERGI 2016 a papa Francesco, Merkel e Renzi alla cerimonia in Vaticano
Il premio è un “tributo al Suo straordinario impegno a favore della pace, della comprensione e della misericordia” gds.it
 ********
CITTA’ DEL VATICANO. È stato ufficialmente conferito a papa Francesco il premio internazionale Carlo Magno 2016. A consegnare l’attestato nelle mani del Pontefice, durante la cerimonia nella Sala Regia in Vaticano, il presidente del Comitato direttivo del premio, Juergen Linden, e il sindaco di Aquisgrana Marcel Philipp.
Il Papa, entrando nella Sala Regia, accolto dall’applauso dei presenti, ha stretto la mano ai rappresentanti delle istituzioni europee seduti in prima fila, il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz, quello della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e quello del Consiglio europeo Donald Tusk, che aveva ricevuto in udienza prima della cerimonia e prima dell’altra udienza con la cancelliera AngelaMerkel.
Tra i presenti…

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MUSSOLINI , LE LEGGI RAZZIALI E LE VERITA’ CHE LA SINISTRA HA OMESSO DALLA STORIA .

14 luglio 2019 Lascia un commento

E’ interessante!

dietrolequintee

MUSSOLINI , LE LEGGI RAZZIALI E LE VERITA' CHE LA SINISTRA HA OMESSO DALLA STORIA .

Per cominciare va detto che l’ebraismo italiano era “profondamente integrato nella società plasmata dal regime fascista! Gli ebrei fascisti non erano un corpo estraneo allo stato e i suoi più alti ed influenti esponenti proclamavano “l’assoluta fedeltà degli israeliti al fascismo e al suo duce”. Renzo De Felice, sul suo “Storia degli ebrei italiani”, scrive che gli ebrei furono fondatori, per esempio, dei fasci di combattimento di Milano, ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo e furono fra i protagonisti della “marcia su Roma”. I Caduti ebrei di quella epopea figurano nel “martirologio ufficiale della rivoluzione fascista”. Furono anche fra i finanziatori del partito fascista.
E’ noto che i provvedimenti a favore degli ebrei nel 1930, perfezionati nel 1931, risultarono tanto graditi alla comunità ebraica italiana che i rabbini innalzarono preghiere di ringraziamento nelle sinagoghe. E’ anche noto l’attacco lanciato dal Duce, contro le teorie nazionalsocialiste. Il 6 settembre…

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