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Ucraina e NATO pensano veramente a una guerra mondiale nucleare?

23 settembre 2022 Lascia un commento

L’attuale situazione nel centro Europa non lascia spazio a pensare che nei prossimi mesi gli scenari di guerra possano sparire, anzi, è molto probabile che l’attuale situazione vada via via peggiorando.

In un rapporto il (*) 3 settembre, il governo ucraino ha pubblicato il Kiev Security Compact, una proposta di trattato che chiede garanzie simili all’articolo 5 della NATO, e cioè che la NATO usi direttamente tutta la sua potenza militare contro la Russia a favore di Kiev.

Il documento è stato stilato da un gruppo di lavoro presieduto dal capo dell’ufficio di Presidenza dell’Ucraina Andrii Yermak e dall’ex segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen. Ai lavori, secondo fonti giornalistiche, hanno partecipato anche altri non meglio identificati esperti occidentali, tra cui politici e scienziati.

Appena una settimana prima, il 7 settembre, il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi (foto), aveva firmato un articolo pubblicato sul sito Ukrinform, sostenendo ci fossero indicazioni che avrebbero dimostrato che la Russia stesse preparando un attacco nucleare in Ucraina. Per cui, sarebbe stato “estremamente necessario (…) prevenire ogni tentativo russo di compiere passi concreti nell’uso di armi nucleari tattiche, impiegando l’intero arsenale di mezzi a disposizione delle potenze mondiali”.
“L’intero arsenale” chiaramente include le armi nucleari. Un articolo del genere, così provocatorio e pericoloso, non avrebbe potuto mai essere scritto e tantomeno pubblicato senza l’approvazione degli USA, del Regno Unito e della NATO.
L’articolo è uscito il giorno prima della riunione del Gruppo di Contatto sull’Ucraina presso la base aerea americana di Ramstein, in Germania, in cui si è deciso di fornire ulteriori e migliori armi a Kiev, sullo sfondo dell’offensiva ucraina pianificata e coordinata con la NATO (cfr. SAS 37/22).
Insufficiente risalto hanno avuto le dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Peskov, il quale, rispondendo alla una domanda di alcuni giornalisti, ha specificato ancora una volta che la dottrina strategica russa contempla il ricorso alle armi nucleari solo nel caso che sia messa a repentaglio la sovranità e l’integrità territoriale della Russia.
Infine, il 16 settembre l’Atlantic Council, il pensatoio di Washington finanziato dal Foreign Office britannico, dalla NATO e dal Dipartimento di Stato USA e che svolge un ruolo di primo piano nel promuovere la guerra contro Russia e Cina, ha pubblicato un Memo to the President of the United States suggerendo proprio una politica di guerra nucleare preventiva. L’autore, Matthew Kroenig, scrive che se gli USA non riescono a scoraggiare Mosca dall’uso dell’arma nucleare, la terza opzione sarebbe quella di lanciare un attacco nucleare preventivo contro la Russia.
Queste proposte che sembrano le farneticazioni di un folle riflettono la disperazione delle élite occidentali di fronte al collasso del sistema finanziario transatlantico, la base del loro potere politico.

La risposta russa è stata quella che tutti ormai conoscono: mobilitazione di 300 mila riservisti e referendum per le repubbliche filorusse e l’uso eventuale di armi tattiche nucleari nel caso l’occidente, alias GB e USA, toccassero il suolo russo.

La risposta è stata più che mai equilibrata e pone la questione più che sulla Russia direttamente sulle politiche aggressive ed espansionistiche di una parte dell’occidente, in primis l’Inghilterra, la madre di tutte le guerre che si serve della potenza economica e militare degli Usa per fare terra bruciata lì dove gli interessi inglesi sono più sensibili e in seconda battuta buona parte dell’Europa, ormai succube di una politica globalista disfattista che vede i maggiori paesi di Francia e Germania allineati a fomentare e incoraggiare il suicidio programmato di milioni di europei. L’Italia in questo contesto è una virgola in un discorso molto più ampio, ma è anche un elemento sensibile per il controllo di tutto il mediterraneo e del medioriente, cosa che fino ad ora ha fatto in maniera piuttosto schizofrenica la Turchia di Erdogan.

Cosa ci aspetterà nei prossimi due mesi a venire credo sia difficile da immaginare, ma se le premesse sono quelle di una guerra totale allora non c’è scampo.

Noi siamo per una Europa libera e indipendente che va dall’Atlantico allo stretto di Bering in cui i suoi popoli siano liberi e autogestiti in cui le relative nazioni siano in mutuo scambio e soccorso, ma ognuna rispettosa dell’altra per tradizione, valori sociali e morali senza nessuna pretesa di sovrastare o dominare. Un unicum! Ben diverso dalla teoria globalista e liberista della cricca criminale anglo-sionista che alberga nelle stanze di Wall Street e della City di Londra e Parigi.

(*) https://movisol.org/ucraina-e-nato-pensano-veramente-a-una-guerra-mondiale-nucleare/

Mosca ruba il frumento, davvero?!

8 giugno 2022 Lascia un commento

Si legge: «La Russia è l’unica responsabile per l’incipiente crisi alimentare – ha proseguito, mentre l’ambasciatore russo lasciava Vassily Nebenzia la sala – Il Cremlino sta usando le forniture di cibo come un missile invisibile contro le nazioni emergenti».

Fa specie leggere che un paese come la Russia , al 3° posto nella produzione mondiale, sia la principale causa della fame in 14 paesi. Nessuna osservazione circa le condizionanti attività di rapina e furti legalizzati compiuti dalla Comunità Europea e dagli Stati Uniti. Vendere un prodotto per la Russia in questo momento è alquanto difficile sopratutto a causa delle limitazioni e chiusure operate dall’occidente atlantista che ha posto dei blocchi sulle transazioni bancarie come lo Swift.

E’ chiaro pertanto che l’interesse della Russia è quello di vendere i suoi prodotti, ma non è responsabile se qualche mago della finanza politicizzato ha messo dei cancelli per impedire di farlo.

Si continua a blaterare sul ladrocinio della Russia per il grano ucraino, sarà vero o falso è pacifico che nessuno lo sa, ma si sa per certo che l’occidente ha privato la Russia dei suoi introiti derivanti dalle attività economiche e finanziarie per un valore di 650 miliardi di dollari che certamente non sono paragonabili ai 100 milioni delle granaglie ucraine.

Qualcuno ci specula sopra e andrebbero cercati in quelle infami 4 “sorelle” del settore agroalimentare (Amber Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa, Bermuda), Cargill (Usa) Louis Dreyfus Commodities (Paesi Bassi) che possono decidere chi vive e chi no.

Il dovere della Bellezza (di Luigi Pecchioli)

1 giugno 2022 Lascia un commento
Canova

In una calda mattina di maggio, un uomo cammina verso la stazione ferroviaria. Un breve viaggio in treno verso la periferia, un atto quotidiano compiuto migliaia di volte per lavoro. Stavolta l’uomo viaggia per svago e si guarda in giro. Nonostante il sole, la città gli appare imbruttita. Non è la solita incuria, la sporcizia o il degrado progressivo dell’arredo urbano. Le vie, i palazzi municipali sono sfigurati, oltreché dai soliti ghirigori e dai graffiti senza senso di mille Bansky privi di talento e di vergogna, da centinaia di scritte multicolori che invadono edifici e strade. Insulti tra le tifoserie calcistiche cittadine.

Accanto alla stazione, un imponente muraglione grigio di contenimento del torrente interrato. Il tocco estetico dovrebbe essere l’acqua (fetida) che scende tra centinaia di mattoncini quadrati a sbalzo, altrettanto grigi. Più in là, sul viale che conduce al mare, torreggia un orrore architettonico di grandi dimensioni e straordinaria incongruenza con il contesto. Di fronte, una nuova scultura di difficile interpretazione per i semplici. L’uomo sale sul treno suburbano, comodo e persino bello, ma le fiancate e i vetri sono state scempiate dai forzati delle bombolette spray. Macchie di mille colori, informi e prive di senso, a meno che l’ignoranza impedisca di cogliere chissà quali messaggi.

Il potere della bruttezza è diventato dittatura. Per una volta attento al paesaggio familiare che conosce da sempre, l’uomo prende atto che il brutto, l’informe, il deforme si sono impadroniti del paesaggio urbano e fanno breccia nel suo animo. Intristito, mette mano al giornale e constata la povertà di linguaggio, il lessico limitato, la superficialità, la sintesi sbrigativa. Il brutto domina anche la parola scritta; i messaggi della comunicazione puntano sull’attimo, un urlo sboccato che tenta di catturare per un istante l’attenzione di un pubblico distratto a cui si vendono prodotti, idee e stili di vita.

Il giorno prima lo stesso uomo visitava una mostra di pittura. Una nuova doccia gelata, un’altra indigestione di macchie. Dovunque, il brutto si impone come cifra e simbolo dell’epoca, nell’indifferenza di un pubblico disabituato, diseducato, narcotizzato dai messaggi di critici menzogneri. La bruttezza ha conquistato la pubblicità: sempre corriva, ha abbandonato le famiglie da Mulino Bianco e il richiamo sessuale immediato per propagandare, insieme con la forma-merce, il meticciato, il green, il nomadismo dell’uomo sradicato, precario della vita cui è ingiunto di essere felice nonostante non abbia e non sia nulla.

La Via Crucis continua: l’uomo comincia a osservare gli altri viaggiatori. Il chiacchiericcio di ieri è sostituito dalla concentrazione sullo schermo dello smartphone. Chi parla al telefono, lo fa a voce alta senza remore: nessuna riservatezza, il linguaggio è elementare e il turpiloquio generalizzato. L’abbigliamento combina sciatteria, ostentazione, volgarità e bruttezza. Conta che stracci più o meno costosi siano firmati, come si dice, o che magliette e camicie abbiano stampate scritte nel globish di massa, l’anglo grugnito globalizzato. I pantaloni escono dalla fabbrica già sdruciti e strappati. Finto minimalismo, autentico festival della trascuratezza elevato a modo di vita. Povere le nostre mamme, che con pochi mezzi rammendavano gli abiti laceri per farci fare bella figura, come allora si diceva.

Visibilmente, la maggioranza, senza distinzione di censo e di età, veste allo stesso modo. Unica differenza, il marchio e il prezzo. L’aspetto della gente è così livellato che se ci attenessimo all’abbigliamento, sarebbe difficile distinguere tra classi alte e basse, o meglio, tra plebe ricca e povera (Nicolàs Gòmez Dàvila).

Plebe, appunto, adusa al deforme e all’informe, al punto di non accorgersi di vivere nel trionfo del brutto. L’idiota, il principe Myshkin di Dostoevskij esclamò: la bellezza salverà il mondo. Se è vero, la bruttezza lo rovinerà e forse ci è già riuscita. La bellezza deve addirittura essere salvata dall’estinzione, dalla crassa indifferenza di un’epoca e di un pensiero dominante in cui vale solo l’utile, ciò che serve immediatamente per fare denaro o svolgere una funzione. Difendere, mantenere, rivendicare la bellezza diventa un dovere morale, un’impresa da eroi fuori tempo.

Parafrasando Orwell, per il quale in tempi di menzogna universale dire la verità è un atto rivoluzionario, proclamare la bellezza in un epoca di brutture è un gesto rivoluzionario. La ribellione in nome dell’estetica. Al di là delle mode e della cura maniacale del corpo- botox, trucchi pesanti, la mania regressiva neo tribale di tatuaggi generalmente privi di significato, talora uno sfregio alla naturale bellezza dei corpi- la folla solitaria dà un’impressione di incuria, trascuratezza, disordine interiore prima che esteriore. Bruttezza dell’epoca riflessa in sguardi vuoti, posture volgari, interfaccia del brutto che ci circonda.

Che cosa aspettarsi da generazioni che la scuola- il potere – ha modellato a immagine e somiglianza del mediocre e dell’identico, uguali in basso, senza ordine interiore, privati di modelli positivi e di riferimenti etici? L’uomo è un essere mimetico: imita la bellezza se gli viene proposta come modello, ma anche il suo contrario. Nel mondo capovolto il brutto è al potere e il deforme è sul trono. La responsabilità è dello spirito del tempo, lo zeitgeist, che non nasce da solo, è l’espressione del gusto, della volontà, degli interessi della classe dominante, la post borghesia che ha mandato al potere non la fantasia invocata nel Sessantotto, ma l’ignoranza scaltra dei bottegai senz’anima, il regno dell’anodino, del brutto, del seriale, e insieme del bizzarro e del capriccioso.

La bellezza, tuttavia, resta, come aspirazione dell’essere umano, speranza, tensione verso l’alto che nessun materialismo, nessuna pratica da contabili può scacciare. Alla fine tornerà, attraverso l’esperienza, lo stupore della bellezza, la vita dello spirito, lo sguardo estetico ed estatico. Il trionfo globale della bruttezza è un fenomeno che nessuno tratta come la catastrofe esistenziale che è. L’argomento non risveglia coscienze, non suscita collera né proteste. Tutt’al più una benevola commiserazione da parte di chi ha sempre questioni più importanti di cui occuparsi. Eppure si tratta di un fenomeno che nessuna epoca aveva vissuto con questa estensione: la sistematica distruzione della bellezza.

Ci sono sempre stati periodi più sterili di altri. Pensiamo alla fine dell’impero romano e alla decadenza prima della vigorosa rinascita benedettina, l’edificazione delle meraviglie romaniche e gotiche, ma anche la ripresa dell’agricoltura, dell’artigianato e delle scienze, sospinta dal recupero dei testi antichi e dal desiderio di essere all’altezza degli esempi del passato. Sulle spalle di giganti, seppero creare in ogni campo, arte, cultura, sapienza, bellezza. Mai era accaduto che un tempo e una civilizzazione, la nostra, sostituisse l’arte con la non-arte, ovvero perseguisse il brutto anziché il bello. Addirittura, esiste una corrente che si definisce, con onestà espressiva (e confusione mentale) “non arte”.  I suoi esponenti evitano di definirsi “non artisti”: tirano quattro paghe per il lesso come i manzoniani fustigati dal Carducci.

Claes Oldenburg teorizza: “un’opera è fatta per essere brutta, repellente, senza alcun significato per lo spirito e i sensi. Le opere non sono fatte per essere belle, ma perché, guardandole, non si capisca che cosa rappresentano e venga voglia di strapparle e passare via correndo. “. Obiettivo pienamente raggiunto in tutti i campi della vita sociale e anche nelle condotte e negli atteggiamenti individuali.

Certo, una grande quantità di bellezza resta ed è a disposizione di chi ancora riesce a vederla, distinguerla, restarne incantato. Il verbo intristisce: la bellezza “resta”: un fatto residuale. Le opere dell’ingegno del passato, quando non sono ridotte a fondale per i “selfie” o per la pubblicità (nella neolingua si dice location) sono in gran parte rinchiuse nei musei e nelle biblioteche, nei dischi, nei siti archeologici. Nessuna epoca si è presa tanta cura del passato artistico come la nostra, tempo della riproducibilità seriale dell’arte (W. Benjamin). Non creazione ex novo e in ogni caso “produzione”, ossia qualcosa che attiene all’industria, alla mentalità strumentale che inibisce l’esistenza dell’arte, afflato spirituale, oltreché tecnica raffinata, gusto estetico, intuizione lirica compiutamente espressa, nella splendida definizione di Benedetto Croce. Arte e bellezza conservate in una teca, tracce, vestigia, simili agli scheletri di animali estinti nei musei di storia naturale.

Si consuma una doppia distruzione nell’indifferenza di massa: si disperde la grande bellezza artistica e insieme la piccola bellezza quotidiana, quella che prima avvolgeva il nostro paesaggio abituale, dal nostro abbigliamento alle nostre case. Si spegne per inaridimento la creatività, una terribile siccità dello spirito. Diventiamo più acidi, più miseri dei nostri antenati poveri, più soli anche per l’abbandono dell’idea di bellezza, compagna silenziosa che ci seguiva come un’ombra e conferiva armonia, altezza, etica al cammino dell’esistenza. Diventa impossibile – diseducati e prigionieri di una greve dittatura del brutto, purché immediato, utile, funzionale- perfino la nostalgia della bellezza: la bruttezza ingoia tutto, divora e spinge in basso.

Sparisce la distinzione, finanche la dignità del passato, comune a poveri e ricchi, come mostra un’opera d’arte “politica”, il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, l’avanzata carica di energia, di decoro di un proletariato a cui povertà e fatica non avevano sottratto il naturale orgoglio. Ci crediamo giganti che hanno soppiantato i nani di ieri poiché possediamo più cose, più beni, più mezzi. Mancano i fini, di cui la bellezza era testimone, pietra di paragone.

Siamo laceri come gli abiti pre strappati dai fabbricanti. Paghiamo per estendere al corpo la sciatteria dell’animo, nebbia che non permette di riconoscere la bruttezza di cui diventiamo parte. Poveri di spirito perché l’unica ricchezza a cui ambiamo è materiale. Per le strade, ci assale la medesima materia scabra di cemento squadrato, ingrigito, priva di grazia. Non “serve”, compare come passivo nel conto economico, dunque è inutile: quel che conta è che la struttura si sostenga e assolva una funzione. Tutto secco, pratico, semplice: l’ordine meccanico degli schiavi. Senza bellezza, “i morti sono più morti dei personaggi dei libri” (Alvaro Mutis), nei quali ci rifugiamo per scaldare il cuore e vivere con l’immaginazione ciò che lo sguardo non vede più.

La bruttezza è l’acceleratore della corsa verso il basso. Bisogna ritrovare la bellezza, ricrearla, un’esigenza che dovrebbe partire dalle classi dirigenti, i cui gusti e desideri influenzano tutti. Scriveva Muriel Barbery ne L’ eleganza del riccio: “ai ricchi, il dovere del bello. Altrimenti, meritano di morire.”

Per possedere il senso del bello, però, occorre educazione, il contrario di una vita di consumi, desideri, istinti. Bisogna volere un destino, ignoto all’esausto viandante d’Occidente. Un passante solitario, angosciato, solitario, come intuì Nietzsche, la cui tragica consapevolezza terminò in follia. “Nessun Dio ci sostiene? Nessuna Ragione dà veramente ragione? Nessun Al di là guida i nostri passi? Siamo soli più di quanto nessun uomo è mai stato in nessun luogo? “Senza il conforto della bellezza che apre il cuore- un lacerto di eternità- solo il cammino che si spezza è legge a se stesso. Per questo abbiamo l’arduo dovere della bellezza, contro l’aridità che il brutto insinua nei cuori. Scriveva Saint Exupéry: “se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare la legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito

ref: https://www.maurizioblondet.it/il-dovere-della-bellezza/

Il disgusto

19 febbraio 2022 3 commenti

Siamo a circa un mese (31-marzo-2022) dalla fine dello stato di emergenza e non si sprecano le vomitevoli, disgustose, aberranti dichiarazioni dei servi del potere.

Senza andare a scomodare il negativista Ricciardi, sempre attento a lanciare maledizioni e auguri nefasti per coloro che hanno fatto una scelta diversa, troviamo anche un’illustre sconosciuta, certa Dott.ssa Stefania Salmaso (laurea in Scienze Biologiche e un Perfezionamento in Statistica Medica), epidemiologa, che ravvede in quelli succitati la minaccia terribile che non sarà possibile un ritorno alla normalità proprio a causa di questo esiguo gruppo di circa 1 milione di persone. “Credo che il green pass sia una tutela che ancora vada mantenuta, posto che il rischio di infettarsi è molto alto”. Ora se questa persona è epidemiologa come è riuscita a formulare un pensiero del genere (antiscientifico) visto che il lasciapassare non ha nessuna funzione di tutela per i vaccinati, ma che anzi amplifica la diffusione dei contagi?

Nei fatti, la suddetta dottoressa, non fa altro che seguire gli ordini di scuderia e si da il caso che la banda parassitaria, che dovrebbe comporre un parlamento democratico, ha votato ieri la conferma della durata del lasciapassare discriminando in maniera bolscevica quasi 7 milioni di persone, tra le quali anche quelle con 1 o 2 dosi con 452 voti favorevoli 53 contrari.

Tutto allineato e previsto dalla tabella di marcia del WEF.

Io vengo dalla Bosnia

12 febbraio 2022 Lascia un commento

I tempi, le forze in causa, le migliaia di miliardi in ballo, la “pandemia” e quelle a venire, le azioni delle banche centrali sulla vita delle nazioni e dei continenti, le attività, da tempo programmate sulle vicende del Donbass non lasciano ben sperare.

Dal blog di Andrea Cecchi.

Ho già condiviso questo pezzo privatamente con alcuni amici. Si tratta di una mia traduzione del 2017, tratta dalle memorie di un sopravvissuto alla guerra in Bosnia. Perché ho deciso di pubblicarlo oggi sulla newsletter? Perché il nuovo trend che ci aspetta e che è già iniziato prevede il verificarsi di sempre più gravi disordini pubblici con episodi anche di guerriglia urbana dilagante. La crisi economica, la disoccupazione e l’influsso sempre più massiccio di immigrazione di varie etnie, saranno la miccia che sarà usata per scatenare inevitabilmente conflitti, principalmente giocati sulle differenze dovute al profilo razziale. Il multiculturalismo è fallito. Le etnie si scontrano, non si integrano. Ma ogni scusa sarà buona per creare caos.

COSA FARE SE SCOPPIA IL CAOS

LE MEMORIE DI UN SOPRAVVISSUTO ALLA GUERRA IN BOSNIA

Trad. Andrea Cecchi 17/07/2017

Io vengo dalla Bosnia. Come sapete dal 1992 al 1995  c’è stato l’inferno. Sono riuscito a sopravvivere un anno in una cittadina di 6mila abitanti senza acqua, elettricità, carburante, assistenza medica, pubblica sicurezza, servizi di distribuzione, e ogni tipo di servizio pubblico tradizionale e controllo centralizzato.

La nostra città era stata isolata dall’esercito e per un anno intero la vita si è trasformata in un vero e proprio inferno. Non c’era nessun corpo di polizia, solo gruppi armati. Chi era armato proteggeva la propria famiglia e la propria casa. Quando tutto ebbe inizio, alcuni erano più preparati di altri, ma la maggior parte delle famiglie avevano cibo disponibile solo per pochi giorni. Alcuni avevano delle pistole. Pochi avevano AK47 o fucili da caccia. Dopo uno o due mesi iniziarono ad agire le gang, distruggendo tutto. Massacri, genocidio e pulizia etnica. Gli ospedali, per esempio, si trasformarono in mattatoi.  La polizia non c’era più e il personale dell’ospedale se n’era andato.

Io sono stato fortunato: la mia famiglia a quel tempo era abbastanza larga (15 persone in una casa grande, 6 pistole e 3 AK), e siamo sopravvissuti quasi tutti. Gli americani lanciavano viveri dagli aerei ogni 10 giorni per aiutare le città sottoposte a blocco militare.  Non era mai abbastanza.

Alcuni (molto pochi) avevano il giardino.

Ci vollero tre mesi prima che le persone iniziassero a morire di fame e di freddo.

Noi andavamo a prendere porte e finestre dalle case abbandonate. Strappando via i pavimenti in legno e i mobili pur di avere qualcosa da bruciare per riscaldarci.

Molti morirono di malattia, specialmente per colpa dell’acqua (due nella mia famiglia). Noi bevevamo soprattutto l’acqua piovana, mangiavamo piccioni e topi. Il denaro divenne presto inutile. Si tornò al baratto.  Per un barattolo di Tushonka (carne in scatola) potevi avere una donna (è triste dirlo ma era così). La maggior parte delle donne che si prostituivano erano madri disperate.

Armi, munizioni, candele, accendini, antibiotici, benzina, pile, batterie e cibo: combattevamo per queste cose come animali. In queste situazioni, cambia tutto.  Le persone diventano mostri. Era disgustoso. La forza stava nei numeri, per una persona da sola, l’essere ucciso o rapinato era solo questione di tempo, anche se era armata.

Oggi io e la mia famiglia siamo preparati bene. Sono ben armato e ho fatto esperienza. Non importa quello che può accadere – un terremoto, uno tsunami, una guerra, gli alieni, i terroristi, un collasso economico, disordine civile – La cosa importante è ricordarsi che qualcosa accadrà.

Ecco la mia esperienza. Regola numero uno, non separarsi dalla famiglia. Bisogna prepararsi insieme, anche scegliendosi  amici fidati.

  1. Come muoversi per la città in sicurezza. La città era divisa in comunità lungo le vie. La nostra via era formata da 15-20 case pattugliate costantemente da cinque uomini armati per proteggerci dalle gang e dai nemici. Tutti gli scambi avvenivano nelle strade. A circa cinque chilometri di distanza c’era un’intera strada adibita agli scambi, ma arrivarci era pericoloso a causa dei cecchini. Poteva accadere anche di essere derubati dai banditi. Io ci sono andato solo due volte quando avevo bisogno di medicine, soprattutto antibiotici.Nessuno usava più le automobili in città. Le strade erano bloccate dalle macerie e da altre automobili. La benzina era molto costosa. Se c’era la necessità di andare da qualche parte, bisognava farlo di notte. Mai spostarsi da soli o in gruppi troppo numerosi – sempre 2 o 3 uomini al massimo. Tutti armati, spostarsi rapidamente, nell’ombra, attraversando le strade accanto alle macerie e mai nelle zone aperte.  C’erano molte gang di 15-20 uomini. Alcune anche di 50 uomini, ma c’erano anche molte persone normali come tu ed io, padri o nonni che ammazzavano e rubavano. Non c’erano buoni o cattivi, ma una via di mezzo, sempre pronti al peggio.
  2. E la legna? La città era circondata da boschi, perché bruciavate porte e  mobili?  Non c’erano tanti boschi intorno alla città. Era una bella città, con ristoranti, cinema, scuole, persino un aeroporto. Ogni albero in città e nei parchi venne tagliato nei primi due mesi,  come combustibile per riscaldare e per cucinare. Bruciavamo tutto ciò che bruciasse. Mobili, arredamento, porte, finestre pavimenti. Legna che brucia velocemente. Non c’erano fattorie perché quelle fuori città erano controllate dal nemico. Eravamo circondati. Anche in città non sapevamo mai chi fosse il nemico.
  3. Quale tipo di conoscenza ti è tornata utile in quel periodo? Per avere ben chiara la situazione in quel momento bisogna capire che è stato come tornare all’età della pietra. Per esempio, avevo una bombola di gas da cucina, ma non lo usavo per riscaldamento, era troppo costoso! Ho attaccato alla valvola della bombola un adattatore da me congegnato e con quello ci ricaricavo gli accendini. Gli accendini erano preziosi. Se veniva qualcuno con un accendino vuoto, io glielo ricaricavo e in cambio mi dava una scatoletta di cibo o una candela. Io ero un paramedico. In quelle condizione, le mie conoscenze divennero la mia ricchezza. In quella situazione, l’abilità di riparare le cose vale più dell’oro. Le scorte e gli oggetti finivano, ma la le tue capacità riuscivano a procurarti da mangiare. Vorrei dire questo:  imparate a riaccomodare le cose, le scarpe o le persone. Il mio vicino ad esempio sapeva fare il kerosene per le lampade e non ha mai sofferto la fame.
  4. Se tu avessi 3 mesi per prepararti, adesso che faresti? Me ne andrei da questo paese! (scherzo). Adesso so che qualsiasi cosa può collassare all’improvviso. Ho una bella scorta di cibo, articoli per l’igiene, pile, ..almeno per 6 mesi di autonomia. Abito in una casa sicura ed ho una casa con il bunker a 5 chilometri da qui con altri 6 mesi di scorte pure lì. È in un piccolo villaggio. Anche le altre persone che ci abitano sono ben preparate. La guerra ci ha insegnato. Ho quattro armi da fuoco e 2000 munizioni per ognuna di esse. Ho il giardino e ho imparato a fare l’orto. Mi fido del mio istinto, Quando senti dire che va tutto bene io se che invece ci potrebbe essere un altro collasso ed io ho la forza di proteggere la mia famiglia, perché quando tutto collassa, devi essere pronto a fare cose brutte, per tenere in vita i tuoi figli e i tuoi familiari. Sopravvivere da soli è praticamente impossibile. Anche se sei armato e pronto, se sei solo morirai. L’ho visto accadere molte volte. È molto meglio quando si è in gruppi abbastanza larghi di familiari e amici, tutti preparati e con competenze e abilità in vari campi.
  5. Di cosa è necessario fare scorta? Dipende. Se hai in programma di vivere rubando, ti servono solo armi e munizioni. Tante, tantissime munizioni. Altrimenti cibo in scatola, articoli per l’igiene, pile, accumulatori e piccoli oggetti per gli scambi come coltelli, accendini, tabacco, acciarini, sapone. Anche l’alcol. Quello che si conserva bene. Il whisky economico è ottimo per barattare.  Molte persone morirono per mancanza di igiene. Quello che serve sono piccole cose semplici, ma in grande quantità. I sacchi dell’immondizia, ad esempio; ne occorrono tanti. Anche la carta igienica e piatti e posate di plastica non riutilizzabile. Lo so perché non ne avevamo e per me, una buona scorta di articoli igienici è più importante del cibo. Puoi sempre riuscire a sparare a un piccione o trovare qualche pianta commestibile, ma non puoi sparare al disinfettante. Disinfettante, varechina, sapone, guanti di gomma, maschere protettive e kit del pronto soccorso con cui curare le ferite e le bruciature. Puoi anche riuscire a trovare un dottore ma poi non riesci a pagarlo. È meglio saper usare gli antibiotici. Ce ne vogliono un sacco ed è sempre bene farne scorta. Bisogna scegliere armi semplici. Io porto con me una Glock.45, mi piace, ma è un’arma rara da queste parti e allora ho anche due pistole TT (il tipo più usato di pistola per cui anche le munizioni sono facili da reperire). Non mi piacciono i Kalashnikov, ma vale lo stesso ragionamento: ce l’hanno tutti e allora lo devi avere anche te. È utile avere piccoli oggetti che passino inosservati. Ad esempio: un generatore può essere utile, ma 1000 accendini Bic sono meglio. Un generatore fa rumore e attira l’attenzione, ma 1000 accendini sono piccoli, compatti e possono essere facilmente barattati. Noi raccoglievamo l’acqua piovana in 4 grossi barili e poi la facevamo bollire. C’era anche il fiume, ma l’acqua divenne sporca quasi subito.  Per questo è indispensabile avere contenitori per l’acqua, taniche, bidoni e secchi.
  6. Oro e argento erano importanti? Si. Personalmente ho scambiato tutto l’oro che avevamo per ottenere delle munizioni. A volte riuscivamo a mettere le mani su soldi come dollari o marchi tedeschi. Potevamo usarli per comprarci qualcosa ma erano rari e il corrispettivo era astronomico, ad esempio, una scatoletta di fagioli costava 30-40$. La valuta locale invece, perse subito tutto il valore. Tutto ciò che ci serviva lo ottenevamo attraverso il baratto.
  7. Il sale era caro? Si. Ma il caffè e le sigarette molto di più. Io avevo molto alcol, così barattavo senza problemi.  Il consumo di alcol crebbe vertiginosamente. Oltre 10 volte rispetto al tempo di pace. Forse oggi sarebbe più utile fare scorta di sigarette, accendini, pile. Prendono meno spazio, ma io a quei tempi non ero un survivalist. Non ci fu tempo per prepararsi.  Fino a pochi giorni prima che iniziasse lo sfacelo, i politici continuavano a ripeterci in TV che era tutto apposto e che non c’era motivo di preoccuparsi.  Quando c’è caduto il cielo sulla testa abbiamo portato via quello che siamo riusciti a prendere.
  8. Era difficile comprare le armi da fuoco? La polizia aveva confiscato molte armi prima della guerra, ma noi le avevamo nascoste. Adesso ho un’arma registrata legalmente. Secondo la legge ciò si definisce detenzione temporanea.  In caso di disordine pubblico, il governo confisca tutte le armi registrate, è bene ricordarselo. Ci sono persone che hanno armi detenute legalmente, ma anche altre armi possedute in modo anonimo in caso che quelle legali vengano confiscate. Chi ha dei beni facilmente scambiabili può riuscire ad ottenere un’arma anche in situazioni difficili, ma ricordate: il momento peggiore sono i primi giorni e lì non c’è tempo di cercare un’arma per proteggere la propria famiglia. È una pessima idea farsi trovare disarmati durante il caos e il panico.  Nel mio caso, c’era un uomo che aveva bisogno di una batteria per auto per alimentare la sua radio e gliene procurai una in cambio di due fucili da caccia. A volte ho scambiato munizioni per del cibo. Mai fare gli scambi a casa e mai per grossi volumi. Erano pochissimi quelli che sapevano cosa c’era a casa mia. La cosa importante è di immagazzinare più cose possibile in base allo spazio disponibile. Col tempo si capisce cosa ha più valore. Anzi, mi correggo, al primo posto della lista ci sono le armi e munizioni, e poi, forse al secondo posto, maschere e filtri antigas.
  9. E per la sicurezza? La nostra strategia di difesa era molto semplice. Ripeto, non eravamo preparati e abbiamo usato ciò che potevamo usare. Le finestre erano fracassate e i tetti danneggiati dopo i bombardamenti. Abbiamo sbarrato le finestre con sacchi di sabbia e con le pietre. Il cancello l’ho bloccato con macerie e immondizia e usavo una scala per scavalcare il muro di casa.  Quando tornavo a casa, qualcuno da dentro mi passava la scala. C’era un tizio nella nostra strada che si era completamente barricato in casa. Aveva fatto un buco nel muro nella casa abbandonata del vicino e lo usava per entrare in casa sua. Una sorta di passaggio segreto. Sembrerà strano, ma le case più protette furono le prime ad essere distrutte e saccheggiate. Nella zona dove abitavo io, c’erano delle belle ville con muri di cinta, cani, allarmi e sbarre alle finestre. Sono state le prime ad essere attaccate. Alcune hanno retto,  altre no. Dipendeva da quante mani e armi c’erano dentro a difenderle. Penso che la difesa sia molto importante, ma bisogna farlo in modo discreto. Se siete in una città e scoppia il caos, occorre un posto semplice che non dia nell’occhio con molte armi e munizioni. Quante munizioni? Il più possibile. Fate in modo che la vostra casa sia il meno attraente possibile. Adesso ho una porta blindata, ma quella serve soltanto a contenere la prima ondata di caos.  Se dovesse accadere di nuovo, adesso, passata la prima ondata, lascerei la città per unirmi ad un gruppo allargato di familiari e amici. Si sono verificate delle situazioni, durante la guerra, ..non c’è bisogno di entrare nei dettagli, ma noi avevamo sempre una superiorità di fuoco e un muro di mattoni davanti a casa. Inoltre, c’era sempre qualcuno che guardava per strada. La qualità di come ci si organizza è fondamentale contro gli attacchi delle gang armate. In città si sparava continuamente. Il nostro perimetro era difeso in modo primitivo – tutte le uscite barricate dalle quali si aprivano feritoie per sparare. All’interno c’erano sempre almeno cinque membri della famiglia ponti ad aprire in fuoco in ogni momento e uno di noi stava fuori a controllare, nascosto in un rifugio. Durante il giorno stavamo sempre dentro per evitare i colpi dei cecchini. I più deboli sono i primi a morire. Chi sopravvive, combatte. Durante il giorno le strade erano vuote per paura dei cecchini.  La difesa era orientata verso il combattimento a breve raggio. Molti morirono uscendo di casa alla ricerca di informazioni. Ecco, è importante ricordare che eravamo completamente isolati senza né radio né TV – solo cose per sentito dire e nient’altro. Non c’era un esercito organizzato, ognuno combatteva per se stesso Non c’era alternativa. Tutti erano armati e pronti a difendersi. Mai indossare accessori di qualità quando bisogna andare in città. Ti ammazzano per prenderteli.  Se il caos scoppiasse domani, mi vestirei in modo anonimo per mescolarmi con gli altri e manterrei un atteggiamento umile e piagnucoloso. Non mi metterei abbigliamento tattico da guerriglia per segnalare le mie intenzioni belligeranti, gridando frasi tipo “ siete spacciati”! . No, …me ne starei in disparte, ben armato e preparato, ..osservando e calcolando bene le mie possibilità e la mia strategia insieme ai miei amici e fratelli.  Super difesa e super mega armi non hanno senso. Se qualcuno vede che hai cose preziose e utili e decide di rubartele, lo farà. È soltanto questione di tempo e di quante mani e armi si uniscono nell’intento.
  10. Come facevate ad andare in bagno? Abbiamo usato delle pale e un pezzo di terra vicino alla casa. Pensate che sia una cosa sudicia? Si, lo era. Ci lavavamo con l’acqua piovana o nel fiume, ma nel fiume era diventato troppo pericoloso. Non avevamo carta igienica e se ne avessimo avuta l’avremmo comunque barattata.  Era sempre un grande schifo. Posso darti un consiglio? Per prima cosa ti servono armi e munizioni, poi tutto il resto. E dico TUTTO ! Dipende sempre da quanto spazio e quanti soldi hai. Se ti dimentichi di far scorta di qualcosa puoi sempre ottenerlo scambiandolo con qualcuno, ma se non hai armi e munizioni non puoi aver accesso alle zone di baratto. E non pensare che le famiglie numerose siano bocche extra da sfamare. Una famiglia numerosa vuol dire più armi e più forza. Partendo da qui ognuno si prepara come può.
  11. Come venivano trattati i malati e i feriti? La maggior parte delle ferite erano ferite da arma da fuoco. Senza uno specialista e senza equipaggiamento medicale, anche se un ferito riusciva a trovare un medico aveva circa il 30% di probabilità di sopravvivere. Non è come nei film. La gente moriva. Molti morivano per infezioni da ferite superficiali. È una morte orrenda. Io avevo antibiotici a largo spettro – solo per la mia famiglia, naturalmente. Abbastanza  spesso accadeva di morire per cause stupide. Una semplice diarrea ti ammazza in pochi giorni senza medicine adeguate e con poca acqua potabile a disposizione per reidratarsi. C’erano molti casi di malattie della pelle e di intossicazione alimentare. Molti usavano piante locali e alcol. Rimedi di breve durata ma totalmente inefficaci nel lungo periodo. L’igiene era molto importante così come avere abbastanza medicine, specialmente antibiotici.

Queste memorie sono state raccolte non perché  ci aspettiamo che possa succedere qualcosa di così estremo anche nel mondo occidentale, ma perché il racconto è comunque interessante da leggere.

ref: Andrea Cecchi

L’eredità del Covid

10 febbraio 2022 Lascia un commento
Photo of Lassa virus sample
Lassa virus

Dopo quasi 10 anni di pigrissima inattività ritorno su questo blog con un po’ di rammarico scorgendo che nulla è cambiato se non in peggio.

Quello che apparentemente sembrano notizie sconclusionate, se messe sotto un’ottica deduttiva e se coordinate all’attuale situazione, nella quale l’ipnosi di massa ha raggiunto livelli altissimi circa la pandemia, disegnano un quadro piuttosto funereo per le libertà delle persone e della società in cui viviamo e se vere porteranno a disastri inimmaginabili.

Le prime novità ci arrivano da GAVI, la nota azienda gestita dalla fondazione Gates, che premoniva l’arrivo di terrifiche infezioni virali a causa del virus Marburg. Un virus letale al pari di Ebola che sembra avere una letalità dell’88%. Si legge infatti: Cugino mortale di Ebola, Marburg può uccidere nove persone su dieci che infetta e i viaggi internazionali lo hanno portato dall’Africa all’Europa due volte negli ultimi 40 anni. La crescente globalizzazione renderà più probabile l’esplosione di questo virus in tutto il mondo?

Si salvi chi può! Ma i paesi africani, per ora, sono molto lontani dall’Europa, salvo che non si aprano i rubinetti dell’immigrazione incontrollata e la frittata, se quanto sopra è vero, sarà letale per molti. Anche l’OMS, nella persona di Tedros Adhanom Ghebreyesus, annunciava la stessa cosa (da notare che i finanziamenti della GAVI di Gates all’OMS sono oltre il 30%) così come il famoso medico (?) Ricciardi: inutile fuggire, lo dicono tutti, fra Covid, Marburg, Ebola e Lessa non c’è scampo.

Questa apparente e silenziosa tranquillità è quindi preludio di altro? Ieri il governo inglese lanciava un allarme: Lassa fever cases identified in England, following travel to West Africa. Una volta c’erano le cosiddette gole profonde che o bene o male informavano i media che qualcosa non andava nel verso giusto, oppure c’erano bravi giornalisti che, nel compito arduo di informare e di investigare, portavano a galla aspetti poco evidenziati dai media allineati, ma c’erano anche editori coraggiosi che sapevano produrre un giornalismo di qualità e sopratutto di verità.

Ci attendiamo pertanto che la cosiddetta fine dello stato di emergenza del 31 marzo verrà probabilmente limitato, se non addirittura mantenuto facendo trapelare dai soliti prezzolati notizie adattate alla bisogna.

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La misura è colma, basta!

18 agosto 2018 Lascia un commento

Pena di Morte di una nazione odiata.

19 aprile 2014 Lascia un commento

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In un articolo di “La Repubblica” del 18.04.2014 Adriano Sofri commenta la commutazione della pena di morte in Iran (Amalek) di un condannato per il perdono della madre dell’uomo ucciso.

A prima vista sembra un articolo pregno di pathos, di emozione, di commozione, ma poi si copre la bassezza con il quale Sofri esprime giudizi.

Prima cosa che salta subito all’occhio è il giudizio politico e settario con cui Sofri dipinge la giustizia iraniana: “Qui si procede in economia: un’impalcatura di tubi innocenti arrugginiti, la corda passata sopra un tubo, una seggiola di legno cui dare un calcio. Un militare, un mullah, i parenti.”
La giustizia iraniana usa un sistema diverso rispetto, ad esempio, a quella del paese più democratico del mondo: gli Stati Uniti d’America, in cui un condannato a morte per omicidio rimane in carcere nel braccio della morte per molti decenni fintanto che qualche giudice decide di graziarlo con una endovenosa di buon veleno, oppure è cosa diversa a quella che accade agli amici di Sofri, i takfiri che con molta meno pubblicità fanno inginocchiare il malcapitato con mani e piedi legati, gli alzano il mento e con un coltellaccio da cucina gli squarciano la gola, finendo la loro opera di macellazione separando la testa da tronco. Questi, forse, sono le esecuzioni al quale Sofri farebbe riferimento. La giustizia è un gran bordello, dipende da chi paga e nel caso dei takfiri i pagatori sono Usa ed Israele, assieme ai signori dell’Arabia Saudita.

E’ notevole come Sofri non ‘soffra’ della giustizia saudita, già, perché lì, nel paese delle meraviglie ogni sgarro viene pesantemente punito con il taglio della testa: dai culattoni, alle lesbiche, ai ladri, agli stupratori ed alle stuprate subiscono la stessa pena: zac! Via la testa, e in forma pubblica che così ci si ricordi. Fa comunque un certo effetto notare come l’ associazione dei culattoni delle lesbiche e dei travestiti NON alzi barricate contro queste mostruosità anacronistiche, ma comunque reali ed odierne (non posto nessun video a tale proposito, ma basta fare una semplice ricerca in rete), mentre suona stonata la levata di scudi che questa associazione di pervertiti, pedofili abbiano boicottato le olimpiadi invernali di Sochi.

Nella legge iraniana vale una regola, forse arcaica, ma sicuramente molto più pratica che non le nostre mille ed inutili vessazioni: i famigliari del condannato hanno diritto di morte o vita, ovvero è sufficiente che questi decidano di condannarlo per dar luogo alla condanna di morte, oppure che perdonino per salvargli la vita. Certamente affidare la vita di un omicida a dei famigliari che non capiscono nulla di diritto è bizzarro, ma la domanda che sorge spontanea è: colui che ha tolto la vita cosa ne sapeva di diritto per decidere di ammazzare un suo simile? Direi che c’è una certa uguaglianza, ovvero, come sottolinea Sofri la legge del Taglione.

La stessa legge che viene inflitta in Palestina, a Gaza. Lì si lancia un razzo e dall’altra parte (il non-stato) parte una squadriglia di F-16 armati di bombe al fosforo, di Cluster (Bombe a Grappolo) e senza nessuna remora si bombarda a casaccio senza nessuna pianificazione, eliminando i problemi alla base. Occhio per occhio dente per dente. D’altronde lo ordina quell’infame libro che va sotto il nome di Bibbia, quell’orrendo libraccio, sconcio, pedofilo, massacratore precursore dello sterminio di genti ed attuatore della pianificazione, per esempio, della cancellazione di milioni di Armeni. Ma anche qui Sofri pare non vedere, non sentire, non capire. Com’è strano questo giornalismo a senso unico, eppure, anche nel non-stato esistono voci fuori dal coro che denunciano in modo chiaro le efferatezze e i soprusi compiuti dalla polizia, dai servizi segreti e dall’esercito di quell’ammasso di criminali usurpatori del territorio altrui.

Ci verrebbe da pensare che anche Sofri appartenga alla stessa genia del non-stato.

Eppure Sofri nel suo succitato articolo, affonda la lama di giudizio su un Iran ghettizzato, su una nazione messa al bando da mezzo mondo come dalle antiche scritture di quell’immondo libro della Bibbia:

Gli amaleciti sono un popolo antico, forse leggendario, che YHVH ordina ripetutamente di sterminare fino all’ultimo uomo, donna, bambino e animale. Qualche esempio dagli infiniti passi dell’Antico Testamento:

Esodo 25 (17-19):
«Quando il Signore tuo Dio ti avrà concesso quiete fra tutti i nemici che ti circondano, nella terra che il tuo Dio ti dona in eredità, tu cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo: non dimenticare!».

1° Samuele, (15, 3-5):
«Va’ e colpisci Amalek; fallo a pezzi, vota all’anatema tutto quello che posside, non aver pietà di lui, uccidi uomini e donne, ragazzi e lattanti, buoi e pecore, asini e cammelli».

Anche il cabbalistico Zohar (1,25) insiste:
«…. Quando il Signore si rivelerà, essi (i popoli goym) saranno spazzati via dalla terra. Ma la redenzione non sarà completa finchè Amalek non sarà sterminato, perchè è stato fatto il giuramento che ‘il Signore  farà guerra ad Amalek di generazione in generazione’» (Esodo 16, 16).

 

E’ normale che un insieme di persone pensino in siffatta maniera? Io credo che qualche rotella fuori posto ci sia, ma la realtà è spesso bizzarra e infinitamente più crudele.

Ma Sofri, in cui il suo passato è percepito come una ventata di acqua di rose, non vede queste cose, per lui l’Iran è il male assoluto (Amalek) da sterminare.

Speedy Pizza al gas!

21 febbraio 2014 Lascia un commento

Bomboloni 001

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E’ proprio il caso di dirlo, siamo alla canna del gas, solo che a farne le spese è un povero ragazzo che ha scelto la via del suicidio per evitare di affrontare il fallimento e la chiusura del suo locale dove sua moglie, pare, l’aiutava e per questo multato di 2 mila euro che non aveva.

Gli ispettori del fisco e dell’agenzia delle entrate dovrebbe essere più accorti, sia mai che qualche scellerato non inforni anche loro. Stanno tirando la corda in maniera obbrobriosa, infame e scellerata, senza ritegno e con la supponenza di chi si sente (adesso) il più forte. Ti dicono con la faccia da parassita beota: Noi facciamo il nostro dovere, non possiamo esimerci dall’applicare la legge.

Già, è vero, loro sono dei semplici esecutori di uno stato (questo stato) sempre più oltraggioso, infame e usuraio. Incapace di risollevare l’economia, incapace di dare ossigeno alle aziende che stanno scomparendo (1.000 al giorno!!!). Tanto loro hanno il loro stipendio assicurato, le loro vacanze, la loro pensione (Per poco ancora. E poi saremo  noi a ridere delle vostre disgrazie!), i loro giorni di permessi retribuiti e se vanno in vacanza quando il cittadino chiede rispondono che è un loro diritto, diritto!

Nel frattempo le aziende chiudono, saltano i contratti e diminuiscono le entrate fiscali dello stato parassita. E allora si ricorre a tutte quelle gabelle, volute dalla banda criminale della politica italiana che in altri tempi non sarebbero nemmeno state prese in considerazione. Si multa il vecchio per aver sbagliato una virgola nella dichiarazione dei redditi, si acceca l’impresa per qualche centesimo, ma si chiudono tutti gli occhi su tutte le immense voragini che questo stato, compresi i suoi lacché, stanno creando ed aumentando.

La voragine dei 3,5 milioni di parassiti è immensa (850 miliardi all’anno) e ogni anno di più cresce in maniera incontrollata senza che nessuno metta un freno: tanto c’è sempre uno SpeedyPizza che pagherà con la vita o con i denari.

Ciò che l’uomo non fa Dio lo compie!

12 gennaio 2014 Lascia un commento

Lo sterminatore di Sabra e Chatila, Ariel Sharon, è morto!

Se la giustizia terrena non compie il suo ciclo, la natura – nella sua infinita pazienza – agisce imperturbabile e indifferente all’essere umano.
Ciò che i palestinesi hanno agoniato per anni (il giudizio alla corte dell’Aia per crimini contro l’Umanità) il male fisico che colpì Sharon ha reso quella giustizia cercata e sempre mascherata con la complicità delle nazioni europee e degli Stati Uniti una realtà, oggi, inoppugnabile.

Anche gli intoccabili, gli eletti, i figli della Shoa hanno sono giudicati e puniti in secula seculorum.

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