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La moda che verrà

Molti saranno felici e non avranno nulla, altri invece saranno nascosti come topi di fogna, non vedranno la luce che in qualche sprazzo di libertà, ma tutti saranno degli straccioni vestiti con abiti usati, consunti, scolorati, raffazzonati alla meno peggio.

Un tempo erano le nonne e le zie e le attente mamme che riparavano e riciclavano i vecchi indumenti di un panno, di buon cotone e di lana, magari un po’ grezza, ma di buona qualità. Oggi questa passata qualità è solo una chimera, anche i prodotti di altissima qualità hanno subito la decadenza del tempo globalista e del profitto.

Così per allinearsi all’obbiettivo imposto da Davos del 2030 Vivian Loonela, la rappresentante estone presso la Kommissione, ci ragguaglia sui piani relativi al vestiario. La Commissione europea sta sviluppando una strategia tessile sostenibile per dirottare il maggior numero possibile di articoli sia dagli scaffali dei negozi che dagli armadi delle persone verso programmi di riciclaggio e riutilizzo entro il 2030.

Questo significherà che i prodotti utilizzabili saranno formati da un circolo vizioso di ricicli all’infinito fino ai brandelli, una sorta di arlecchinata, ma assolutamente seria perché ecologica e salvifica per impedire una mostruosa produzione di CO2 .

Il fundus della questione, apparentemente, è ragionevole. Ogni anno molti gettano abiti che sono stati usati pochissime volte solo perché di colore non gradito, perché magari si è ingrassati, oppure per la semplice idea di seguire quello che le grandi firme propongono. Si parla di circa 11 kg a testa d indumenti, spesse volte prodotti con sistemi industriali ultra inquinanti e poco “ecologici”. Nei fatti questa politica è da tempo che pervade la società e ogni anno si scende di qualche gradino fino alle attuali sfilate di immondizia pura fatta passare per arte realizzata da qualche scalcinato. Non dimentichiamo il cosiddetto prêt-àporter uno dei principali veicoli dello scempio della moda attuale

La Vivian pensa in piccolo, perché già in Italia abbiamo questo “riciclo” degli indumenti usati. Le bancarelle nelle sagre rionali, la raccolta di indumenti delle varie associazioni, i mercati di paese e chi più ne ha più ne metta. Tanto ci siamo tutti abituati agli straccioni, alla vita “comoda” e a usare pantaloni scoloriti, stracciati, strappati con tessuti che nemmeno per la cuccia del cane randagio andrebbero bene. Basta vedere certe persone che con macchinone scendono mostrando le loro vesti che sembrano uscite da una zuffa tra cani. Squallido, eppure è moda, tendenza!

Ma la scusa fondamentale è evitare l’inquinamento da CO2 la cosiddetta impronta ecologica che ogniuno di noi lascia in funzione delle sue azioni e la Vivian su questo spinge l’acceleratore al fine di cancellare la moda veloce (e forse è anche un bene) e di realizzare indumenti che resistano nel tempo (non specifica se di qualità, il che vorrebbe dire che si ritorna al medioevo: un saio, una corda di canapa, dei sandali e via!)

Fonte 1 2

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