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Ragnatele

15 luglio 2013 Lascia un commento

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In un articolo di Angelo Panebianco, apparso ieri sul Corsera, finalmente evidenziava il sistema plutocratico che sta soffocando l’Italia, quello del parassitismo pubblico delle piccole parrocchie, degli orticelli e degli interessi personali, della magistratura compiacente a certe correnti e quella delle grandi lobbies colluse con la politica.

Panebianco mette il dito nella piaga dell’inamovibilità dello schema plutocratico, che se da un lato dovrebbe aiutare il cittadino per le sue necessità, dall’altro questo schema si è invece incancrenito dietro ad un insieme di regole, leggi ingarbugliate, commissioni regionali, provinciali, comunali, enti, consorzi, tali che qualsivoglia iniziativa a risolvere i problemi del comune cittadino si perde nelle pieghe del non fare e dell’irresponsabilità pubblica e sociale, contrariamente all’attuale governo che intende portare avanti una politica di “cambiamento”.

Il cambiamento supposto sembra essere le elezioni anticipate che PD e M5s vorrebbero anticipare subito dopo l’uscita di scena di Berlusconi. La vittoria sarebbe certa, suppongono, ma il sistema sarebbe sempre il medesimo: immobilismo. Correttamente Sallusti de “il Giornale”, espone una visione preoccupata della questione che renderebbe effettivo il potere disgregatorio della classe dei magistrati a favore dell’asse Corsera-PD-M5s. L’efficienza di questi togati è sorprendente, ma non meraviglia più di tanto, perché se da un lato essi compiono il loro dovere di “ingabbiare” i delinquenti, dall’altro perdono per strada pezzi della giustizia che loro dovrebbero gestire. Il caso dei magistrati necessari a snellire le migliaia di cause pendenti nel Veneto ne sono un esempio, su 69 magistrati assegnati dal CSM al Veneto non ne andrà nessuno: 63 a Napoli in un tribunale nemmeno costruito e 6 a Spoleto. Più che un’assurdità, come osserva il Presidente del Veneto Zaia, una presa in giro.
Possiamo dargli torto?

Eppure tra quelli che hanno lavorato alacremente per la sentenza contro Berlusconi a fine luglio c’è anche il magistrato che a Milano dopo un anno dalla sentenza non è stato in grado di produrre le motivazioni e l’imputato (uno stupratore) è stato messo i libertà. Tutto questo è solamente definibile come buona amministrazione della giustizia? Oppure una vetero compiacenza per alcune frange massoniche, che pur di mantenere saldo il loro sgabello di potere (ora un semplice trepiede, ieri uno scranno) accettano l’onta di obbedire ad ordini di scuderia che nemmeno uno stalliere di un ronzino accetterebbe.

L’immobilismo, la inamovibilità, l’impunità, le collusioni fanno ormai parte integrante di queste repubblica da decenni, con i governi della prima repubblica ed ora, sfacciatamente e senza alcun pudore, quelli della seconda repubblica. Tutti hanno messo la loro impronta, ma non per una caratteristica personale, ma solamente per abbattere lo stato di diritto che negli anni del boom economico, in parte, c’era.

Si pensi alla costituzione delle regioni, allo sdoppiamento dei centri di potere, alle Provincie, ai comuni, ai diversi gradi di giudizio della giustizia ai vari TAR, oltre al CSM e alla Corte di Giustizia europea. Senza dimenticare le diverse commissioni tributarie un vero labirinto totalmente gestito dagli stessi che comminano le sanzioni tributarie. I legami, i lacci, la poltiglia burocratica e talmente sofisticata che anche gli stessi appartenenti ne hanno paura, e tutto per un solo scopo: mantenere vivo il parassitismo statale affossando qualsiasi idea, impresa, slancio culturale. Ogni velleità viene castrata, ogni iniziativa viene falcidiata a meno che non sia un’idea o un progetto che porti denaro e potere alla bestia.

Il ragno, come lo definisce Panebianco, con la sua tela, è sempre in agguato pronto a colpire la sua vittima e innocente o colpevole non fa differenza purché sia spremuta e porti quei componenti essenziali alla sopravvivenza della struttura parassitaria. Si attaccano quindi i piccoli evasori, ma si mette a tacere i 545 miliardi dei grandi evasori, si spinge a chiudere un’azienda con oltre 40 mila persone (indotto compreso) millantando la salute pubblica, ma non denunciando i mancati controlli che il ragno (il parassita) avrebbe dovuto compiere nel corso degli anni (caso Ilva). Sono preferibili 40 mila disoccupati che una terra produttiva.

Nella sua attività parassitaria questa bestia non si cura nemmeno dei propri accoliti, come farebbero le api in un alveare, ma li usa e successivamente li getta nel brodo dal quale si nutre come il caso dell’immenso buco dell’INPS di 35 miliardi che metteranno a rischio le pensioni per milioni di italiani per il mancato versamento: pubblici e privati saranno defraudati di un loro diritto e nessuno pagherà per il maltolto, i responsabili potranno circolare per le strade impuniti e protetti dalle loro guardie (i magistrati).

Ecco quindi che il disegno del cambiamento proposto da Letta, si spiega come un lenzuolo lordato dalla concupiscenza, dalla bramosia, dall’egoismo, dall’ignoranza zotica di personaggi insignificanti.

I Befera stroncano gli imperi

30 giugno 2013 Lascia un commento

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Dalla sezione libera di Effedieffe traggo questo articolo di M.Blondet che merita molta attenzione, poiché se la storia non si ripete esattamente, insegna concetti ed avvenimenti che invece sono attuali. Il caso Equitalia e tutto quello che segue, pur coperto dai media, deve essere posto in primo piano, perché ciò che accade ora è già successo.

Ve l’avevamo detto….

Un piccolissimo imprenditore si dà fuoco davanti a una sede dell’Agenzia delle Entrate. Una cinquantina di piccoli imprenditori si sono già tolti la vita, schiacciati dalla triplice ganascia delle banche che non fanno credito, della recessione, dei clienti (o dello Stato) che non pagano, e dell’esazione fiscale.
«Contiamo di fare ancor meglio nel 2012», dichiara Attilio Befera, il capitesta di Equitalia (450 mila euro annui), nel comunicare i trionfi della sua torchia: 12,7 miliardi di euro incassati l’anno scorso, con un aumento del 15,5% rispetto all’anno prima. Sono anni che gli intriti tributari aumentano del 10-15% annuo – senza che l’economia aumenti affatto. Significa che si taglia nella carne di un Paese che la torchia immiserisce e devasta.
Ma, dice Befera, «LAgenzia è complessivamente cresciuta in tutti i settori… Un risultato raggiunto grazie alla professionalità dei nostri dipendenti e alle strategie adottate che hanno puntato sempre più ad una maggiore efficacia ed efficienza».
L’efficienza di cui si vanta Befera è quella che ha fatto crollare l’impero romano. Lo illustrò l’oratore ed apologista Lattanzio (240–320 dopo Cristo), africano. L’imperatore Diocleziano, che regnò dal 284 al 305, spiega Lattanzio, aveva messo in atto una riforma fiscale così efficiente, riorganizzando gli uffici in modo così perfetto, che le tasse venivano prelevate molto meglio di prima. Tanto bene, che i contadini, per la «enormitas indictionum», ossia per il «peso enorme delle tasse», fuggivano di casa per non farsi trovare dagli esattori, «e i campi tornavano a inselvatichirsi».

Nella sua provincia, l’Africa (che comprendeva il territorio di Tunisia e Algeria), Lattanzio aveva visto strade, villaggi e campagne resi insicuri dall’infuriare dei circumcelliones, lavoratori stagionali – precarii, si direbbe oggi – rovinati dalle tasse e dalla crisi. Abituati a muoversi in gruppi organizzati, percorrevano la provincia prima mendicando e poi taglieggiando, strappando i ricchi dalle loro carrozze e trucidandoli nelle loro ville, ammazzando preti e bruciando chiese (erano donatisti, piissimi, ammazzavano al grido «Deo laudes»).
Sant’Agostino, vescovo di Ippona, africano, li definisce banditi e pazzi furiosi «perditorum hominum dementissimi greges» che «vagano per la campagna senza partecipare al lavoro dei campi e disturbano il sonno degli innocenti» che «per mangiare si aggirano attorno ai granai». Da ciò – spiega Agostino – il nome di circumcelliones. Ma loro si definivano Agonisticis, lottatori di Cristo e per la giustizia sociale.

Lattanzio, giunto a Treviri come istitutore del figlio dell’imperatore Costantino, poté constatare che la Gallia era ridotta al disastro da un simile fenomeno sociale: qui erano i «bagaudi» (qualcosa che nel dialetto celtico significava «ribelli autonomisti»), bande ben organizzate di disertori e contadini-evasori fiscali per necessità, che funestavano le campagne spinti dalla fame e dalla disperazione, ma anche da sete di giustizia sociale. Dovunque poterono costituire centri autonomi, eliminarono il latifondo e la schiavitù.
In Egitto – granaio di Roma e proprietà dell’imperatore, quindi più tartassato di tutte le altre provincie – la spoliazione messa in atto dalla macchina fiscale è ben illustrata dal caso di Sant’Antonio del deserto, il copto Abba Antonio. Antonio ereditò dai genitori 300 arurae di fertili di campi (circa 80 ettari), contro le 40 arurae medie di un fellah egiziano di allora. Era dunque un fellah benestante. O lo sarebbe stato, senza l’efficienza spietata del fisco. Per il pagamento delle tasse, (in sacchi di granaglie), era stato inventato il «sostituto d’imposta»: nel senso che dopo aver fissato una quantità di grano per ogni villaggio egiziano, i funzionari imperiali sceglievano due o tre dei più ricchi del Paese, e li rendevano responsabili del pagamento della tassa da parte della intera comunità: ne rispondevano con il loro patrimonio privato. In tal modo, i designati, per non ridursi essi stessi all’insolvenza, si dovevano fare aguzzini dei loro vicini di casa, estraendo l’ultimo sacco di grano ai contadini più poveri, che già vivevano ai limiti della sussistenza.

Sant’Antonio Abate

Antonio si trovò sicuramente, data la sua ragguardevole proprietà nella condizione di esattore-sostituto, o «curiale», come erano ufficialmente definiti questi malcapitati, che si facevano odiare dai membri del villaggio. Così non è strano che – lui analfabeta – ascoltò da un predicatore cristiano la frase di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’ vendi quello che possiedi e dallo ai poveri», ebbe l’illuminazione: fuggire al fisco diventava possibile! Bastava non aver più reddito alcuno. E allontanarsi, per prudenza, dove la macchina esattoriale aveva difficoltà a reperire i contribuenti: nel deserto. Il suo biografo (Sant’Atanasio vescovo) attesta che Antonio immediatamente «regalò il suo terreno ai vicini». Il particolare è di cruciale importanza: Antonio non potè «vendere» la sua terra per dare il ricavato ai poveri, dovette «regalarla», perché nessuno la voleva essendo legato a quella proprietà il dubbio privilegio di farsi torchiare a sangue, e diventare aguzzino dei compaesani. Oppure, perché i vicini non gli avrebbero consentito di andarsene nel deserto, se prima non dava loro il cespite e i raccolti con cui placare i funzionari romani.

Fatto sta che, una volta constatato che nel deserto (ossia probabilmente dietro casa, essendo in Egitto) Antonio riusciva a sopravvivere, attesta Attanasio, «molti uomini facoltosi seguirono Antonio nella fuga (e nell’evasione) del deserto, «per scaricarvi i pesi di questa vita». Nacque così il monachesimo. Gli anacoreti diventarono sempre più numerosi attorno alla caverna di Antonio Abate (Abba, in copto), fino quasi a formare una città di anacoreti. Vivendo in estrema frugalità (due pani di segale al giorno, qualche volta fave e lattuga) ma – Atanasio lo sottolinea espolicitamente – «lì nessuno veniva tormentato dall’esattore delle tasse».
Il monachesimo fu un successo travogente. Migliaia di egiziani, non solo contadini ma soldati (per lo più giovani copti arruolati a forza in retate e gettati a combattere barbari biondi nel gelidi Nord) avevano trovato il modo migliore per salvarsi dal demonio e dai Befera del tempo: salvarsi l’anima rinunciando a consumare e praticando l’ascesi, e cessando di produrre ricchezza; niente produzione, niente tassazione. All’impero che aveva voluto (dovuto) tassare troppo, cominciarono a mancare i contribuenti e anche i soldati, che dopo che il cristianesimo era stato riconosciuto dallo Stato (l’editto di Costantino) avevano un modo legale di sottrarsi alla leva, facendosi monaci. Si arrivò al punto che l’imperatore Valente, nel 375, mandò i suoi legionari nel deserto di Nitria a rastrellare sistematicamente gli eremiti nei loro affollatissimi romitaggi. Furono presi e portati in carcere, oppure «stanati dai loro nascondigli» e obbligati a tornare a casa «perché adempissero il loro dovere nella comunità d’origine», narra San Gerolamo: ossia la funzione di sostituti d’imposta. Molti si rifiutarono di tornare a casa, e furono uccisi a bastonate. Valente, nel suo gergo militaresco, li aveva bollati come «ignaviae sectatores», che significa «banda di lavativi», ma anche «volontariamente inattivi, improduttivi». Oppure renitenti alla leva e al fisco «sub specie religionis», con la scusa della religione.
Ma ormai l’efficiente fiscalità romana aveva raggiunto il punto, in cui non valeva più la pena affannarsi a produrre nulla. Questo punto è stato raggiunto in Italia. Che faccia nascere santi eremiti come Antonio del Deserto, pare improbabile data la mentalità corrente. Ma almeno, circumcelliones e bagaudi, sarebbe ora.

(30 marzo 2012)

Fallimento Italia, c’è anche un decreto che lo annuncia.

12 febbraio 2013 1 commento

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A volte ci si chiede come può uno stato fare fallimento, ma le risposte che si ottengono sono sostanzialmente due: chi dice che è impossibile e chi sostiene il contrario. Diciamo che è possibile quanto impossibile, ovvero uno stato che viene definito fallito non riesce pagare più i propri dipendenti, gli appalti e gli introiti che riceve non sono sufficiente a ripianare il debito delle spese correnti.

Tralasciamo gli interessi sul debito, in Italia abbiamo alcuni casi che sono sintomi di un fallimento imminente: 80 miliardi di euro che lo stato deve restituire a imprese e privati [alcuni politici hanno avuto a cuore questo problema ed hanno proposto di finanziare la restituzione parziale di 50 miliardi in 5 anni emettendo obbligazioni che gli italiani andrebbero a acquistare. Che genialata!). Nella realtà nessuno è in grado di dare una risposta del genere. considerando poi che abbiamo un bubbone che ogni anno si ingigantisce pari al patto di stabilità (MES) che prevede un esborso statale di 40 miliardi all’anno, se tutto va bene, poiché sappiamo che in Italia quando si prevede una spesa l’anno successivo è quasi raddoppiata.

A queste due piccoli problemi aggiungiamo la spesa pubblica di circa 800 miliardi che sono il 46,7% del PIL ed è rappresentata per quasi il 93% da stipendi dei dipendenti pubblici e dei servizi. (fonte: CGIA Mestre). Solo con un conto stupidissimo capiamo che una spesa annua di 890 miliardi è alla lunga insostenibile, poiché gli introiti basati sulle imposte dirette ed indirette non coprono certamente quanto lo stato (questo stato) spende. I nostri passati governi hanno sempre attuato una politica finanziari impositiva aumentando la tassazione fino a valore unici nel mondo: 70%! In queste condizioni, note a tutti, appare evidente che nessuna impresa è in grado di poter lavorare con la tranquillità che serve.

Solo nel veneto almeno 700 aziende sono delocalizzate in Carinzia dove la tassazione non supera il 25% e la burocrazia è praticamente assente. Hanno ragione? Direi di sì considerando la giungla di leggi, regolamenti e imposizioni che sono per lo più vessatorie contro quelle aziende che nel territorio hanno invece contribuito per anni al benessere della comunità.

A tutto questo che è molto poco rispetto a quello che si legge e che c’è nella realtà, abbiamo la ciliegina sulla torta.  Infatti “è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 18 dicembre 2012 il decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 7 dicembre 2012, con il quale è stabilito che, a partire dal 1° gennaio 2013 (G.U. n. 294 del 18/12/12), le nuove emissioni di titoli di Stato aventi scadenza superiore ad un anno saranno soggette alle clausole di azione collettiva (CACs)” e tutto questo passato in totale silenzio dei media più blasonati, ma era più importante parlare delle puttanelle di Berlusconi o dell’arresto di Corona.

Cos’è il CACs? Null’altro che uno strumento che permette di cambiare le regole in corso d’opera per quelli che acquisteranno le obbligazioni di stato (BTP, CCT, BOT CTZ). In sostanza è la capacita di modificare interessi, tempi di scadenza qualora si presentasse la situazione che rendesse necessario la modifica. Come dire che lo stato può fallire. Ma come si legge lo stato è buono perché questo verrebbe applicato solo al 45% delle emissioni, ma sappiamo che iniziata una strada lo stato (questo stato) la completerà in brevissimo tempo.

In definitiva quindi lo stato prevede i suo fallimento perché previsto dal suddetto decreto, pertanto quando andate in banca e vi vogliono vendere qualche strumento finanziario alzate la soglia di attenzione e rifiutate quelle obbligazioni che siano soggette a questo decreto, oltre ovviamente a rifiutare anche quegli strumenti che la banca vi propone come suoi dato che in casa di fallimento della banca NON sono coperti dalla garanzia di stato.

Terremoto di stato o privato?

24 maggio 2012 1 commento

Trovo che sia vergognoso che un istituto pubblico come l’Istituto Nazionale di Geofisica e Geologia, non abbia una evidente pagina sugli eventi che stanno caratterizzando in questi giorni la provincia di Modena e Ferrara.

Anche ieri sera poco prima di mezzanotte, si è avvertita una scossa di magnitudo 4.3 e nel suddetto istituto non appariva alcuna notizia, salvo che una pallida scritta sull’angolo destro in alto di colore grigio chiaro, assurdo!!

Con i suoi 800 dipendenti suppongo dovrebbe essere estremamente efficiente e capace di mettere in rete i dati in maniera comprensibile e leggibile da tutti, così come altri fanno con risorse risicate. Questo è un altro esempio di una struttura che funziona quando vuole lei, che non da il servizio che dovrebbe dare e che lavora quando e come meglio le aggrada.

Questi enti, che dovrebbero essere il fiore all’occhiello della nostra nazione, gestiti e condotti nepotisticamente, portano a risultati disastrosi. E’ mai possibile che non siano attivati dei servizi 24 ore su 24 che controllino lo stato degli eventi nella zona terremotata? Perché non evidenziano con dei semplici grafici quanto accade, mentre bisogna scartabellare tra decine di pagine web per cercare quello che interessa?

Nella pagina principale trovare la voce terremoti a destra e la relativa lista Ultimi_Terremoti
ma nello scorrere la lista non trovate il terremoto delle 23,41 e la sua relativa scossa:


IGV

Mentre se andiamo a verificare una pagina diversa di un altro ente “Progetto Rete Sismica Sperimentale Amatoriale”  si evidenzia subito l’andamento, in tempo reale, di quanto accade.

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Non so quanti siano al lavoro in quest’ultimo caso, ma le differenze si notano abbastanza bene.

Quando scrivo che la vera malattia della spesa pubblica sta nelle pieghe dell’apparato statale, di enti mai controllati, di lavoratori che fanno il bello e cattivo tempo, che si assentano per mille motivi e tutti retribuiti, che vanno in aspettativa sindacale per decenni questo, anche se limitatamente, ne è un esempio.

Far Pagare le Tasse è il Furto di uno stato Parassita: evaderle è un atto di civiltà!

10 gennaio 2012 11 commenti

Aggiornamento 07.10.2012

Siamo tutti coscienti che in Italia l’evasione fiscale non è solo difficilmente quantificabile, ma talmente radicata che anche coloro che dovrebbero punire gli evasori se ne servono. Basti pensare alle fatture dei meccanici, degli artigiani, dei dentisti, di altri professionisti, in cui la nostra complicità con l’evasore, di fronte a numeri sempre più vertiginosi e a paghe sempre più sgangherate, diventata un tutt’uno.  E’ inutile negarlo!

Basta andare da un dentista, farsi fare un impianto o un lavoro particolare o qualche corona dentaria per trovarsi con un costo superiore ai 2000 euro e allora perché si dovrebbe richiedere la fattura, alla quale verrebbe caricato un costo in più per l’Iva? Dove sta il vantaggio per l’utente finale? Molti, che ancora non hanno speso quelle cifre, risponderebbero che è dovuta, che è un atto di civiltà, che è bello pagare le tasse (Padoa Schioppa docet!). Ma chiediamoci, ne siamo certi, pensiamo veramente che sia civile pagare le tasse, così come adesso ci impongono di pagare? E, come già detto, a che pro? Non rispondiamo scimiottescamente che perderemo i servizi, l’istruzione e la sanità (per Bersani è il tema dominante).

Le tasse, quel fiume immane di denaro che lo stato drena tutti i giorni con tasse dirette ed indirette, è sempre e continuamente in aumento, l’andamento del costo della benzina dovrebbe farlo capire anche ai più stolti, ma nonostante questo c’è la pubblica amministrazione che monopolizza i media televisivi inondando le case di messaggi fuorvianti: “se tutti pagano le le tasse tutti le paghiamo meno“. Quale enorme assurdità!! O come quella che indica l’evasore come il parassita.

Ma ci crediamo veramente che questa nenia sia veramente realista?

Allora partiamo da un punto di vista realista, ovvero di come sta l’Italia adesso o una parte di essa.

I dipendenti pubblici di tutti i settori, rispetto al privato, godono di un fattore di “forma” della inamovibilità. Nessun dipendente pubblico, salvo il caso che non abbia compiuto una strage, viene licenziato e dopo l’eventuale periodo di carcere, di norma viene rimesso in servizio, accumulando nel contempo i versamenti pensionistici che lo stato (noi) gli paga. I dipendenti pubblici di grado superiore per legge (Art. 24 legge 448/1998), godono di un aggiornamento annuale del loro stipendio del 3 %.  Il numero dei dipendenti pubblici al 2010 (Dati Rag. dello Stato) è di circa 3,4 milioni di persone con una spesa media per lo stato di circa 165 miliardi di euro. Suddivisi come da seguente tabella con valori in milioni:

E’ evidente che i comparti più costosi sono quelli della Sanità, delle Regioni e della Scuola. Solo questi tre drenano quasi 114 miliardi di euro, ovvero il 69,7% della spesa pubblica.  Sorge allora la domanda più che lecita se sia coerente che uno stato allo sfascio, come è attualmente l’Italia, possa permettersi di buttare 114 miliardi, ai quali però sarebbero da aggiungere anche i 7,5 delle forze armate, per avere un ritorno che non è percepibile sulla pelle di ogni uno di noi. Ricordiamoci che le forze armate sono costituite per lo più da graduati, sottufficiali ed ufficiali, mentre la truppa volgare, quella comandata, è una minima parte. Ricordiamo ancora che tutti nelle forze armate quando vanno in pensione – e così anche tutti dipendenti pubblici – godono di un altro fattore di “forma”: vanno in pensione con il grado successivo a quello che avevano prima della pensione e questo è un gran vantaggio “economico” per loro, un po meno per il normale italiano. Non dimentichiamoci che le forze armate, sempre al servizio della Nato, sono attive in operazioni “peace-keeping”, al servizio degli anglosassoni, degli Usa e di Israele, ovvero al servizio di chi ha tutti gli interessi affinché altri compiano il lavoro sporco, mentre gli altri portano a casa i frutti dei nostri sacrifici. Ma questa è una divagazione per cui il Generalissimo La Russa, assieme al comunista-massone di Napolitano, ha voluto la guerra di Libia. Chiedo venia!

E’ vero che la sanità, ancora, funziona, ma è anche vero che i servizi offerti (lungaggini, errori di diagnosi, tempi biblici per un esame diagnostico, medici che fanno il doppio lavoro direttamente nella struttura pubblica) sono per lo più scadenti, anche se ci sono, ad onor del vero, delle ottime strutture ospedaliere sparse nel territorio nazionale che però non sono la media, ma delle eccezioni.

E’ vero che il nostro sistema scolastico, praticamente gratuito fino al quarto e quinto anno della scuola secondaria di II grado (scuola superiore), ha un costo relativamente basso se paragonato agli altri paesi europei; in compenso abbiamo un corpo insegnante miserrimo, incapace di infondere senso di critica, assenteista, disarticolato, troppo indipendente nella scelta dei testi scolastici, disinteressato, ma anche è spesso ingessato in regole protezionistiche assurde (si veda il caso di quella professoressa condannata per aver imposto ad  uno scolaro di scrivere 100 volte la frase “sono uno idiota” per aver dileggiato un suo compagno di classe). Sistema che sforna annualmente migliaia di persone senza una benché minima cultura di base, per lo più ignoranti, indottrinati e semianalfabeti.

Dall’introduzione istituzionale delle Regioni (1970) lo sfascio italiano è andato via via sempre più accentuandosi. Nella realtà, e senza entrare nelle specifiche regioni, abbiamo assistito ad una frantumazione degli organi di controllo statale con la creazione di sub-unità parallele allo stato con doppie funzioni e con il risultato di paralizzare l’efficienza paese.
Praticamente le attuali regioni altro non sono che un doppione dello stato con tutto quello che ne consegue: un baraccone inutile, costosissimo che mette il fruitore finale – il cittadino – in condizioni tali da incatenare una qualsiasi pretesa di inventiva o innovazione, perché ogni cosa è vagliata dai consigli regioni, dai vari Tar, dalle varie commissioni composte da persone pagate profumatamente, ma che non producono nulla di utile, salvo che le richieste del cittadino non incontrino i desideri dei politici consenzienti che ne permettono l’attuazione. Uno stato collettivo del malaffare, permeata in tutti i settori e gli scandali di questi ultimi anni dovrebbe far aprire gli occhi, ma tant’è che nessuno ormai ci fa più caso: “cosa possiamo fare noi piccoli cittadini?” è la risposta al marciume che regna nella pubblica amministrazione.

A sostegno di questo “antico” post ci stanno gli affari accaduti in questi giorni, si vedano i casi di Lusi, Belsito, Fiorito che approfittando della distrazione mediatica democratica si appropriavano dei denari che il partito riceveva dallo stato (noi). Tutto normale in una repubblica delle banane come la nostra. A tutto questo magna-magna atavico di gente che fino a ieri mangiava pane e cipolle, si aggiunge anche l’insospettabile leggerezza dell’essere con cui un incaricato alla riscossione delle tasse usava i denari riscossi per i comodi personali.

Tutti zitti!!!! Zitta la magistratura, zitta la GdF, molto attenta invece a inchiodare il barbiere, il commerciante, la parrucchiera per mancato emissione dello scontrino fiscale. Quelli (Lui, Fiorito, Belsito, Saggese) intoccabili – the untouchables – hanno sperperato per anni milioni, tantissimi, e comuni, assessori, presidenti di regioni, uscieri e tutta la catena im-produttiva dello stato (parassita) pur sapendo, stavano zitti, condividendo il sistema del magna-magna. 

Ma chi ha messo quelle persone in quei posti di responsabilità, con quali credenziali, con quali concorsi-farsa? E quali correnti politiche hanno sostenuto la loro candidatura e sulla base di quali esperienze professionali?  Perché solo a sentirli a parlare sembrano appena sgrossati da un ciocco di legno.  Eppure quelli che dovevano controllare, i controllori, zitti e muti come pesci.

Ora, come potrebbe capire la persona normale, sembrerebbe che il male vero, quello da estirpare, siano i contribuenti che evadono lo scontrino del bar; la massa silenziosa, che non avendo forza o voce in capitolo deve pagare, anche contro la tentazione, legittima, di non farlo. Questi sarebbero i parassiti, quelli da inchiodare a forza e mediaticamente dalle commissioni tributarie, dalla gogna mediatica. Ma ne siamo veramente certi? Chi è il parassita? Il barista che non emette uno scontrino da 1 euro oppure quell’infame adiposamente indisponente che si è ingrassato con i denari nostri?

Allora alla domanda suddetta, se crediamo alla nenia mediatica, io credo che sarebbe da rispondere semplicemente di no!
Non è vero che se tutti paghiamo le tasse tutti alla fine le paghiamo meno, i servizi funzionano meglio, lo stato migliora le sue offerte, poiché è la solita bufala plutocratica di controllo. Alla fine chi veramente ci guadagna da questa balla è solo l’apparato statale-parassita, quello che è incapace di produrre un cambiamento, quello che legifera solo e pro domo sua, mentre per il settore privato ci sono solo gabelle, vessazioni, oneri sempre più invadenti, cartelle pazze, tasse inique, ma giuste per l’esercito di statali che deve auto-alimentarsi sulle spalle dei privati senza i quali cadrebbe nello sfascio più totale.

Quindi pagare le tasse è niente meno che pagare il pizzo alla mostruosa macchina ormai in cancrena di uno stato che ha svenduto la sua dignità, il suo onore, il suo rispetto e che non ha nemmeno la vergogna, il pudore quando avvisa il cittadino che “il cambiamento dei benefici dei parlamentari puo’ essere fatto solo dai parlamentari stessi“. Ma è accaduto anche nel Veneto che un amministratore di un ente pubblico (Fondazione Breda), nonostante fosse ammalato di cuore, abbia frodato l’ente, pagato con le tasse non solo venete, ma di tutti noi italiani, incamerando diversi milioni di euro. Solo alla presenza di un giudice, il suo già debole cuore con diversa by-pass ha ceduto, mentre è rimasto intatto quando rubava a piene mani. Questa è una dimostrazione della totale manomissione sulla cosa pubblica che nemmeno una malattia al cuore interrompe ed impedisce di compiere, tanto al massimo che succede? Niente! Quindi nulla da temere, nemmeno di fare un infarto deleterio per la salute.

Però, mentre noi, di fronte ad una cartella esattoriale magari pazza o sbagliata nei valori, ci vengono i sudori, le notti insonni, lo stomaco annodato, al burocrate-plutocratico invece gli prudono le mani per cominciare a contare i denari che riuscirà a razziare dalle nostre tasche e così dobbiamo anche spendere in avvocati, in commercialisti, in tecnici per quelle leggi fatte bell’apposta per non essere capite, così che di fronte ad una multa di 100/1000 euro è più conveniente pagare che ricorrere alla giustizia, perché costa, costa tanto e il tempo, e più spesso i denari sono sempre meno e ci servono per sopravvivere.
E lì, con questo sistema, la pubblica amministrazione sguazza nel vedere che il cittadino si dibatte nell’arena fiscale, burocratica, legislativa, tanto lei sa – la pubblica amministrazione –  che pochi potranno uscirne vivi e nel frattempo ci avranno spogliato rendendoci sempre più simili ad oggetti da usare e da gettare.

Ma allora ha senso parlare di pagare le tasse? In queste condizioni direi di no, assolutamente non ha senso, perché vorrebbe dire alimentare una macchina che offre il minimo, prelevando il massimo. Hanno compiuto quello che le aziende private spesso non ottengono i decenni di attività: il massimo utile con il minimo sforzo, chiamali stupidi!

Però, se ci pensiamo bene: tagliati i rami secchi, improduttivi, cambiate alcune regole di questa macchina, eliminate le regioni, le prefetture, ridotti i numeri del personale nei comuni e nelle segreterie (ormai è tutto informatizzato, no?), ridotti i parlamentari ad un numero esiguo ( in Svizzera il parlamento si riunisce 2 volte all’anno e i parlamentari ricevono a casa tutti gli atti necessari per le due riunioni annuali), messi alla stessa stregua del privato con gli stessi diritti e doveri, licenziandoli quando sono assenti per mesi o perché timbrano e vanno a fare la spesa o per altre “marachelle”, allora in questo caso pagare le tasse dovrebbe essere un dovere di tutti, senza eccezione!!!
Allora sì che, sistemata la macchina rappresentativa, quella che da l’esempio, potremmo correre a versare i nostri denari al fine di fruire tutti di servizi snelli, efficienti, perché in caso contrario si viene licenziati; una giustizia che corre veloce, perché i cancellieri hanno il loro lavoro ed i giudici pure, perché lavorano in maniera snella; di una sanità che lavora 24 ore al giorno, perché i medici ospedalieri lavorano solo in ospedale e non nelle cliniche private o all’ospedale in intramoenia.
Allora sì che, come diceva Schioppa, pagare le tasse è bello (non tanto, ma supposte le condizioni…), ma da adesso a questo c’è un mare di differenza.

E’ vero però, ci sono molti evasori, tantissimi e le cifre che si sentono svariate, dai 30 ai 300 miliardi, nessuno lo sa e non si capisce come riescano a dedurre queste cifre se si parla di sommerso. Se una cosa è sommersa, non rilevabile, come possano arrivare a dei risultati è un mistero. Nella realtà considerando che tutte le aziende devono necessariamente usare energia elettrica la cosa in sé sarebbe, credo, facile: tutte le utenze con valori superiori ad un certo consumo potrebbero essere suscettibili di visite della GDF. Facciamo un esempio per i più duri di comprendonio: se io consumo 9Kwatt al giorno per uso domestico non posso pensare che ci sia un privato che invece ne usi 100 o 5000. Ci deve essere un problema o comunque una perdita ed i tecnici dell’Enel o dell’Edison o di qualche altra società “privatizzata” dovrebbe capire che succede, vi pare?

Però non succede nulla, la GDF, è silente, non mobilita nessuno e tutto passo sotto silenzio.
Mi chiedo, c’è complicità oppure la solita manfrina italiana…tanto a noi che c’è frega?

Ma perché non ci ribelliamo?

23 ottobre 2011 1 commento

Ho iniziato da poco a leggere il libro di Mario Giordano “Sanguisughe“: devastante!!

Non lo consiglio a nessuno, è truce, acre, irrispettoso e apre una luce sui privilegi acquisiti che se non li si legge non ci si crede. Sono appena a pagina 15 e già sono incazzato come una bestia ferita a morte, ma è il giusto dolore per chi è affetto da curiosità patologica. Dovrò finirlo di leggere e vi saprò dire che ne penso.

In questo piccolo incipit si inserisce però un aspetto ancor più greve e devastante che, volenti o nolenti, dovremo affrontare: salvare le banche.
Avete letto bene e già lo sapete. Salvare le banche significa, per alcuni pensieri, salvare i propri risparmi, salvare il proprio lavoro – per chi ce l’ha – e salvare la propria vita che nel futuro sembra sempre più fosco e nebuloso.

In questi giorni si stanno riunendo i grandi della terra per trovare la soluzione di come ripagare i debiti che stati e banche hanno creato “dal nulla”. Le idee verranno gettate sul tavolo diplomatico, ma le soluzioni sembrano già prese: pagherà, come sempre, il cittadino, quello che ha valore zero, quello che non potrà mai alzare la testa e mai dire: ma io che c’entro nei vostri debiti?

Che cosa c’entra con il debito pubblico – avvalorato dai giochi finanziari dei banchieri – quel povero anziano di 80 anni che prende 400 euro di pensione e che dopo 45 anni di lavoro come muratore o come impiegato di qualche anonimo ufficio , con una piccola famigliola che ha fatto sacrifici per acquistarsi una casa, per mandare i figli a scuola? Lui, non ha mai fatto debiti, ha pagato il mutuo lavorando 10/14 ore al giorno e la moglie a fare la sguattera in qualche osteria o in qualche casa di qualche riccone. Loro cosa c’entrano? Perché dovrebbero temere di vedersi radere a zero la loro pensione o i loro piccoli risparmi? Chi pagherà per i loro bisogni? La risposta: tutti dobbiamo contribuire al benessere della nostra giusta società.

Queste persone, e in Italia ce ne sono tante, hanno il diritto di vivere come tutte le altre, anzi, loro, silenziose ed attente a non sprecare nulla, hanno più diritto ad avere una dignitosa vecchiaia e ad essere rispettati più di tanti altri leziosi e cicisbei personaggi del mondo della politica e della finanza, così come di molte altre classi di lavoratori, pensionati anzitempo, che sfruttando l’onda buonista dei tempi andati dei prepensionamenti “baby” adesso in panciolle si godono i frutti di una fatica mai sprecata.

Ecco, ci troviamo ad un piccolo passo dal baratro, dallo stratosferico baratro della nostra – italica – deficienza a pensare che tutto sia infinito e nulla abbia fine.  Ma invece, e già in cuor nostro lo sappiamo, ogni cosa finisce, prima o dopo. E così, anziché tagliare le punte estreme degli sprechi, anziché riordinare i conti, il nostro stato emette continuamente debito su debito, perché ci serve per pagare gli autisti dei magistrati, i cani da guardia degli attori, dei politici che ormai vecchi e stracotti dopo decenni di politica non li attaccherebbero nemmeno una zecca. Ma ci serve anche per pagare la cassa integrazione che le aziende criminali usano senza una minima verifica da parte delle autorità preposte; per acquistare strumenti nel settore della sanità che non serviranno a nessuno, ma per ingrassare i notabili preposti agli acquisti (che sono politici) o a favorire i soliti faccendieri accomunati ai politici locali in odor di mafia e sopratutto di massoneria.

In questo tremendo ed incompleto assunto tra domani e domenica sapremo di che morte dovremo morire: se per mano delle banche o per mano di qualche ministro; e noi, popolo imbelle incapace di agire, sempre prono e rispettoso della solita frase “Francia o Spagna, purché se magna” cadremo come mele marcie ai piedi dell’austerità, dei sacrifici che dovremo accettare senza batter ciglio.

A voglia quelle vagonate di sterco che i fantomatici Black Block hanno fatto sabato scorso, sono solo pinzillacchere. Fossero andati a Palazzo Koch, fossero andati nelle sedi dei sindacati, della confindustria, nelle sedi della Rai, in quelle della politica, beh…e invece, come già abbiamo visto, hanno fatto quello che i poteri superiori hanno voluto che si facesse: distrarre, manipolare l’attenzione affinché non si evidenzi il malessere sul problema che affligge la nostra nazione, la nostra economia e concentrare la rabbia, cercando soluzioni illiberali per azioni di nessun valore aggiunto, solo vandalismo.

Nel frattempo ci stanno defraudando della nostra sovranità. Pensate all’iPhone, pensate alla gnocca, pensate a calcio, pensate al grande fratello e riempitevi il budello di quello sterco che mangiate alle 4 del mattino dopo un’allegra serata con gli amici.  Sarete cotti al punto giusto e vi troverete devastati nello spirito e nel corpo, perché dovrete ricominciare daccapo, dovrete sudare solo ed esclusivamente per avere una ciotola di riso, se va bene.

E siccome sono profondamente incazzato (‘sta notte non dormirò per la terza notte di seguito) vi metto una bella tabella della CGIA di Mestre che ha evidenziato che tra il 2000 ed il 2010, al netto degli interessi sul debito, la spesa pubblica italiana è aumentata di 141,7 miliardi di euro, pari al +24,4%. Niente male vero? Ma la domanda di fondo che ci si pone è: dove sono andati a finire questi soldi?

Le spese correnti (¹) (per quasi 2/3 riconducibili ai stipendi dei dipendenti del pubblico impiego e alle prestazioni sociali) costituiscono il 93,2% del totale della spesa pubblica.

Qui di seguito la tabella:

Conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche, schema semplificato a due sezioni. Anni 2000 – 2010(milioni di euro) – gli importi riferiti al 2000 sono stati rivalutati al 2010

Voci economiche

2000

2000 rivalutato

2010

2010

differenza variazione %
USCITE
Redditi da lavoro dipendente

124.306

152.275

171.905

19.630

12,9%

– Retribuzioni lorde

87.202

106.822

121.673

14.851

13,9%

– Contributi sociali a carico datore di lavoro

37.104

45.452

50.232

4.780

10,5%

– Contributi sociali effettivi

33.212

40.685

46.184

5.499

13,5%

– Contributi sociali figurativi

3.892

4.768

4.048

-720

-15,1%

Acquisto beni servizi produttori market

27.541

33.738

45.409

11.671

34,6%

Consumi intermedi

59.853

73.320

91.600

18.280

24,9%

Ammortamenti

19.124

23.427

31.166

7.739

33,0%

Imposte indirette

11.561

14.162

18.188

4.026

28,4%

Risultato netto di gestione

-342

-419

-1.319

-900

214,8%

Produzione servizi vendibili (-)

-15.976

-19.571

-19.855

-284

1,5%

Produzione beni servizi uso proprio (-)

-154

-189

-168

21

-10,9%

Vendite residuali (-)

-6.185

-7.577

-8.319

-742

9,8%

Spesa per consumi finali

219.728

269.167

328.607

59.440

22,1%

Contributi alla produzione

14.097

17.269

16.040

-1.229

-7,1%

Interessi passivi

74.864

91.708

70.152

-21.556

-23,5%

Rendite dei terreni

38

47

42

-5

-9,8%

Imposte dirette

1.435

1.758

644

-1.114

-63,4%

Prestazioni sociali in denaro

195.422

239.392

298.199

58.807

24,6%

Premi di assicurazione

413

506

989

483

95,5%

Trasferimenti ad enti pubblici

0

0

0

0

0,0%

Aiuti internazionali

1.230

1.507

1.594

87

5,8%

Trasferimenti correnti diversi

11.645

14.265

23.347

9.082

63,7%

– a UE quarta risorsa

5.327

6.526

11.523

4.997

76,6%

– a istituzioni sociali private

1.869

2.290

4.744

2.454

107,2%

– a famiglie

2.456

3.009

5.765

2.756

91,6%

– a imprese

1.993

2.441

1.315

-1.126

-46,1%

Totale uscite correnti

518.872

635.618

739.614

103.996

16,4%

Investimenti fissi lordi

27.720

33.957

31.879

-2.078

-6,1%

Variazione delle scorte

0

0

0

0

0,0%

Acquisizioni nette di oggetti di valore

0

0

0

0

0,0%

Acquis. nette attività non finanziarie non prodotte

-13.575

-16.629

202

16.831

-101,2%

Contributi agli investimenti

15.979

19.574

20.442

868

4,4%

– a famiglie

1.877

2.299

1.941

-358

-15,6%

– a imprese

13.583

16.639

17.411

772

4,6%

– al resto del mondo

519

636

1.090

454

71,4%

– ad enti pubblici

0

0

0

0

0,0%

Altri trasferimenti in c/capitale

690

845

1.376

531

62,8%

– a famiglie

0

0

0

0

0,0%

– a imprese

690

845

1.201

356

42,1%

– al resto del mondo

0

0

175

175

0,0%

– ad enti pubblici

0

0

0

0

0,0%

Totale uscite in conto capitale

30.814

37.747

53.899

16.152

42,8%

Totale uscite complessive

549.686

673.365

793.513

120.148

17,8%

La lettura della tabella può certamente confondere, ma i numeri non hanno testa e quello che si legge è chiaramente  un’indicazione di dove vadano a finire i soldi delle nostre tasse, dei nostri contributi.

(¹)Spese correnti
Dette anche di funzionamento, costituiscono l’insieme della spesa pubblica necessaria all’ordinaria conduzione della struttura statale. Le spese correnti concernono:
— i movimenti finanziari relativi alla produzione ed al funzionamento dei servizi dello Stato (spese per il personale sia in servizio sia a riposo, spese per l’acquisto di beni di consumo ecc.);
— i movimenti inerenti alla redistribuzione dei redditi attuata dallo Stato a favore di particolari categorie di soggetti in base a determinate linee di politica economico-sociale (sovvenzioni, contributi, sussidi, pensioni di guerra ecc.);
— gli ammortamenti di beni patrimoniali, che hanno un rilievo puramente economico e non finanziario. La voce in questione ha la funzione di porre in evidenza l’ammortamento economico dei beni dello Stato; trattandosi di un fenomeno che non provoca manifestazioni monetarie, si ha una doppia iscrizione: una nelle entrate e una nelle spese correnti.
Le spese correnti, che costituiscono una delle due categorie in cui vengono ripartite le spese pubbliche, l’altra è costituita dalle spese in conto capitale, rappresentano la parte più cospicua della spesa pubblica.

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