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Posts Tagged ‘Lavoro’

No Imu, sì tassa sulle case

24 luglio 2013 Lascia un commento

Catasto

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La notizia più gettonata di questa settimana è la nascita di un bambino, oppure la proposta di legge contro l’omofobia, oppure ancora, molto gettonato, è il rapimento della moglie di un biscazziere kazako (10 miliardi di dollari truffati dalla banca nazionale kazaka). Di quello che invece non si parla mai è che fine faremo nei prossimi mesi, come sono messi i conti pubblici, quanto ci è costato in questi ultimi 6 mesi il piano di stabilità.
Nessuno ne parla, tutti nicchiano e nel frattempo la barca Italia si sta sfasciando sugli scogli. Il vecchio timoniere non ha la forza e nemmeno la volontà di invertire la rotta, tanto cosa mai potrebbe accadergli? Anzi sollecita i più incerti, la ciurma indecisa, a compattare questa coalizione di governo minacciando che dopo ci sarebbe il peggio.

Nel chiasso assordante dei media per delle notizie di poco conto ed inutili, è stata approvata la nuova riforma del catasto. Avremo un catasto che indagherà in maniera algoritmica, verranno aboliti i vani per far spazio al conteggio dei metri quadri con effetto più democratico (?).
Con il nuovo catasto “saranno i Comuni a fornire le informazioni necessarie per calcolare il valore patrimoniale degli immobili di categoria A, B e C che gli uffici dell’Agenzia del Territorio si trovano nell’impossibilità di verificare.(Befera ha aggiunto che sono necessari 100 milioni all’anno per 5 anni per fare le verifiche)”.

Ve li immaginate i comuni che genere di informazioni potranno dare all’Agenzia delle Entrate che dovrà stabilire i nuovi valori catastali degli immobili? Ma per fortuna si è pensato a delle Commissioni Censuarie dove il cittadino potrà discutere eventuali discrepanze.
Ma andiamo oltre. La tassazione che l’italiano sta subendo è oltre il 60% e le gabelle che sono state inventate per mantenere questo sistema parassitario sono tra le più variegate. Non c’è giorno che non ne inventino una. Di ieri la notizia di una pizzeria al taglio che ha subito una multa di 5.000 euro per aver servito al tavolo delle persone senza far pagare il servizio, oggi sulla trasmissione Virus, condotta da Nicola Porro, è stato intervistato il pizzaiolo gabellato da un’amministrazione parassita: complimenti a Porro per aver mostrato al grande pubblico il becero livello parassita delle amministrazioni locali che tra queste tasse autovelox e moltissimi altre imposizioni costringono alcuni a soluzioni spesso estreme (suicidi). Ma anche il parassita più sanguinario ha i suoi limiti e anche in questo caso se ne scoprono le trame. Il lavoro, l’economia, la piccola e media impresa sono al lumicino; gli autonomi non riescono più a quadrare i bilanci già magri e rosicchiati. Come fare quindi per riuscire a succhiare ancora della linfa vitale per mantenere il sistema parassitario?
Dove è possibile ancora derubare gli italiani?

Befera, nella relazione alla Commissione Finanze del Senato, ha evidenziato che la stima dell’immobiliare italiano è di circa 5.600 miliardi di euro, pari a 3,5 volte il PIL. Un bel gruzzoletto, no? Su questo enorme valore si concentrano quindi gli sforzi dei parassiti, ma facciamo un piccolo salto indietro e cerchiamo di capire quali potrebbero essere a grandi linee le emorragie:

  • Impiego pubblico: circa 850 miliardi/anno
  • Evasione: calcolata a stime di oltre 300 miliardi/anno;
  • Patto di Stabilità (Fiscal Compact): 45 miliardi/anno
  • Mes (Piano di stabilità europea): 25 miliardi/anno per 5 anni
  • Inps: buco di 35 miliardi
  • Debito pubblico: oltre 2.000 miliardi

Appare chiaro anche ai ciechi che difronte a delle cifre del genere la semplice tassazione delle attività lavorative, delle imprese, sulle professioni non produrrebbe alcun vantaggio, mentre la tassazione sugli immobili – mascherata con la riforma del catasto per i più allocchi – produrrà per i conti di cui sopra dei vantaggi enormi. Il rischio palese sarà la caduta a picco del settore immobiliare, una delle poche attività che potrebbero, momentaneamente, portare un po’ di ossigeno alle aziende, soprattutto per le ristrutturazioni se combinate con una politica bancaria di erogazione del credito, ma agli inventori della tassazione parassita non interessa nulla ed anzi appoggiano i signori della Troika europea (ricordate il viaggio di Letta e di Renzi a Berlino?) imponendo un’austerità superiore a quella imposta alla Grecia e a Cipro.

Grillo, nelle sue esternazioni, disse che abbiamo ancora un certo margine di manovra nelle trattative europee, poiché buona parte del debito (circa il 35%) è in mano alle banche francesi e tedesche e permetterebbe di riformulare i punti odiosi del trattato di Lisbona relativi al pareggio di bilancio e al Mes, ma purtroppo la classe politica italiana non permetterà nessuna discussione e nel frattempo i punti di forza verranno meno (perché nel frattempo i detentori esteri del nostro debito continueranno ad alleggerire le loro posizioni) e noi saremo costretti a svendere le proprie case per far fronte alle prossime tasse che ci arriveranno tra capo e collo.

Chi si merita il nostro voto?

10 febbraio 2013 1 commento

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Recentemente ho avuto modo di dare un’occhiata ai diversi simboli elettorali per capire quanti e chi fossero i concorrenti alla mensa italiana.  Già! Perché non crederemo mica che questi bei tomi abbiano a cuore il nostro benessere! Loro unico scopo mangiare, mangiare e mangiare. Molti, in ritardo, si sono accorti che alla mensa italiana si mangia bene, è una nostra prerogativa la buona cucina, e a frotte come mosche sulla m***, si stanno guerreggiando per avere il boccone migliore.

Ebbene i simboli riscontrati sono 215 con sfumature che vanno dal grottesco al comico e dal penoso al ridicolo. Una piccola carrellata per capire:

Partito Pirata – Pace Pane e Lavoro – Pensionati e Invalidi Giovani Insieme – Sacro Romano Impero Liberale Cattolico-Giuristi del Sacro Romano – Democrazia Atea – Nuovo Psi – Partito Pirata – Noi consumatori liberi da Equitalia – Nuovo Psi Liberal socialisti – Lista civica nazionale IO NON VOTO – Donne per l’Italia – Recupero Maltolto – Partito Internettiano – Fare per fermare il declino – Angeli della Libertà – Fratellanza Donne – Partito comunista italiano marxista lininista – D.N.A. Democrazia Natura Amore – Mondo Anziani – No alla chiusura degli ospedali – Movimento Eudonna – Forza Roma – Forza Lazio – Io amo l’Italia – Movimento Bunga Bunga – Dimezziamo lo stipendio ai politici – Micro, il Movimento delle microimprese – Gay di Destra – Lista civica Militia Christi – Il veliero – Io cambio – Voto di astensione – Disoccupati per l’Italia – Movimento mamme del mondo.

Come notate sono tantissimi, dai nomi esotici e assurdi, ma tutti aspirano ad entrare in quell’ agoniato luogo dove ogni soppruso ed ogni velleità di potere ha la sua sublimazione: il parlamento e il senato.

Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?!
Era l’incipit con il quale Cicerone scagliava le sue accuse contro Catilina nelle Catilinarie, ma erano altri tempi e gli avversari venivano rapidamente eliminati. Nella realtà Catilina non era un pazzo e furioso come lo dipingeva Cicerone, ma un uomo dai tratti forti ed a volte feroci che aveva a cuore la lealtà e il rispetto per le genti dell’Impero. Tutti potevano votare per il senato, ma con l’obbligo di farlo a Roma.  Catilina invece non era d’accordo e su questo impose la sua idea che le votazioni dovevano tenersi nei comuni sparsi nell’impero. La conseguenza di questa idea non era gradita al senato di Roma costituito per lo più da ricchi possidenti e patrizi di vecchia data che avrebbero visto svanire il loro potere se l’idea di Catilina avesse preso piede. Da qui le malversazioni, le diffamazioni, le trame, le accuse velate e poi sempre più aperte. Catilina era quindi l’elemento disgregante di quella costruzione clientelare che anche oggi abbiamo in Italia e le basi di questo le affermava dicendo che “La Repubblica ha due corpi: uno fragile (il senato), con una testa malferma; l’altro vigoroso (il popolo), ma senza testa affatto; non gli mancherà, finché vivo“.

Anni dopo la morte di Catilina leggiamo:  Cicerone ammetterà che Catilina aveva raccolto attorno a sé «anche persone forti e buone», offriva «qualche stimolo all’attività e all’impegno», e che in certi momenti era sembrato a Cicerone perfino «un buon cittadino, appassionato ammiratore degli uomini migliori, amico sicuro e leale». Catilina, ammetterà ancora Cicerone, «era gaio, spavaldo, attorniato da uno stuolo di giovani»; per di più, «vi erano in quest’uomo caratteristiche singolari: la capacità di legare a sé l’animo di molti con l’amicizia, conservarseli con l’ossequio, far parte a tutti di ciò che aveva, prestar servigi a chiunque con il denaro, con le aderenze, con l’opera…»

Vedete qualche differenza con quanto accade adesso? Anche in questi tempi abbiamo due corpi e una testa sola, quella del ciarpame politico che si arroga il diritto di governare senza averne la capacità di farlo. Un popolo, senza testa e senza spirito, totalmente avulso dai grandi progetti e dalle grandi idee, più chino ai problemi minuti del quotidiano che ad una visione più ampia della casa in cui vive.

Suicidio, fuga irresponsabile

7 maggio 2012 1 commento


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In questo periodo di sconquasso economico e finanziario la cassa di risonanza dei media sta facendo più male che bene all’intero sistema paese. Da inizio anno ad oggi il numero dei suicidi per cause di lavoro sono arrivati ad oltre 60, un numero impressionante che tuttavia è inferiore alla media nazionale riferita dall’Istat.

I dati parlano da soli, nel 2010 ci sono stati 3048 suicidi pari a 254 al mese di persone che si sono tolte la vita. Ovviamente non è possibile riassumere il tutto in semplici aridi numeri, ma è evidente che qualche cosa si è inceppato nel ragionamento di queste persone.

Difronte al problema sempre più impellente della sfida quotidiana con i propri concorrenti, l’essere umano odierno ha alzato bandiera bianca, delegando alla morte il compito di togliere ogni possibilità di rivincita. E’ un fallimento educazionale profondo, così come lo sono tutte quelle morti per altre cause, ma in questo specifico è ancor più grave se confrontato al problema effettivo. Un tassa non pagata, una cartella esattoriale, una multa, un credito mai pagato sono stimoli che spingono alcune persone a scegliere una strada che non offre alternative. Eppure tra le due possibilità c’è sempre una terza via e il detto “tertium non datur” non ha nessun valore.

Cosa potrebbe accadere, andare in carcere perché non c’è denaro? Soffrire la fame? Non avere le possibilità economiche che si avevano prima dell’arrivo della cartella esattoriale?
Nulla di tutto questo è troppo grave, eppure la via di fuga che queste persone scelgono è il proprio annullamento, contro ogni ragione evidente.
La società odierna spinge a questo, imponendo loro di non accettare la vergogna, l’onta del disonore, della miseria, della rinuncia e i più deboli, forse i più onesti, cadono nella trappola. La democrazia fa le sue vittime e la distruzione dei valori più profondi come i legami famigliari, i figli, l’educazione , la scuola, il rispetto degli altri vengono annullati dalla concorrenza spietata, dalla vessazione, dalle imposizioni fiscali più alte che nel resto del mondo.

Tutto ha un prezzo, ma a che prezzo? Le lettere di scuse, di perdono che questi lasciano ai loro cari è ancor più offensivo che la morte stessa, perché impone una condanna a chi sopravvive all’onta elusa dal suicidio.

E’ un atto di irresponsabilità, forse anche di vigliaccheria, che spinge queste persone a suicidarsi?

In parte credo di sì. Il suicidio non è mai accettabile, ancor meno per i debiti lasciando il grave fardello ricadere sulle famiglie. Pensiamo ai mutui, ai debiti contratti per un’azienda, a quanto il suicida aveva contratto per migliorare se stesso e la propria famiglia. Tutto, dopo la sua morte, ricadrà sul coniuge superstite, sui figli, sui parenti più prossimi con dei costi aggiuntivi e con la condanna che non potranno risolvere. E’ questo un atto onorevole, responsabile?

02/01/12

Bari, 74 anni, pensionato si getta dal balcone Inps chiedeva rimborso.

12/01/12

Arzachena, 39 anni commerciante tenta di asfissiarsi, viene salvato.

22/02/12

Trento, 44 anni per i troppi debiti si getta sotto ad un treno…. è salvo.

25/02/12

San Remo, 47 anni, elettricista si spara  L’uomo era stato licenziato qualche settimana fa dalla ditta nella  quale lavorava da molti anni.

02/03/12

Ragusa, commerciante tenta di darsi fuoco.

02/03/12

Pordenone, 46 anni, magazziniere si suicida.

09/03/12

Genova, 45 anni disoccupato, sale su un traliccio della corrente.

09/03/12

marzo Vincenzo Di Tinco, titolare 60/enne di un negozio di abbigliamento si è impiccato ad un albero a Ginosa Marina (Taranto). In pochi giorni si era visto addebitare, forse per errore, 4.500 euro di commissioni bancarie e rifiutare un prestito di poco piu’ di mille euro.

10/03/12

Torino, 59 anni, muratore si da fuoco.

14/03/12

Trieste, 40 anni, appena disoccupato si da fuoco.

20/03/12

un giovane artigiano di 29 anni si è impiccato a Scorano (Lecce). L’uomo ha lasciato un biglietto spiegando che non riusciva a trovare un altro lavoro e che era disperato.

21/03/12

Cosenza, 47 anni, disoccupato si spara.

21/03/12

marzo un imprenditore edile, di 53 anni, in crisi da tempo per i crediti che non riusciva a riscuotere e che vantava nei confronti di pubbliche amministrazione e di privati, si e’ tolto la vita impiccandosi in una baracca dietro casa nel bellunese, mentre i familiari lo aspettavano a cena.

23/03/12

un imprenditore quarantaquattrenne di Cepagatti (Pescara) si è impiccato nella sua azienda. Strozzato dai debiti, non ha retto alla vergogna di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti e all’incertezza sulla sua capacità di garantire un futuro al figlio e alla compagna.

27/03/12

marzo scorso Giuseppe Pignataro, 49 anni, di Trani, si è ucciso dopo essersi lanciato dal balcone della sua abitazione. L’uomo, che faceva l’imbianchino, si è tolto la vita a causa delle difficoltà nel trovare un’occupazione stabile in grado di fornire un reddito degno alla propria famiglia.

28/03/12

Bologna, 58 anni, si da fuoco davanti all’Agenzia delle entrate.

29/03/12

Verona, 27 anni, operaio si da fuoco.

01/04/12

Sondrio, 57 anni, perde lavoro, cammina sui binari, salvato in tempo.

02/04/12

Roma, 57 anni, corniciaio, si impicca.

03/04/12

Catania, 58 anni, imprenditore si spara.

03/04/12

Roma, 59 anni, imprenditore, si spara con un fucile.

01/04/12

un artigiano di 57 anni si è impiccato all’interno della sua bottega di conici a Roma a causa dei ‘’problemi economici’’.

04/04/12

Milano, 51 anni, disoccupato si impicca.

04/04/12

Roma Imprenditore si spara al petto col fucile La sua azienda stava fallendo.Mario Frasacco, 59 anni, aveva tre figli.

04/12/12

Mercatale di Ozzano, 58 anni, morto dopo 9 giorni di agonia, si era dato fuoco per i debiti.

06/04/12

A Paternò (Catania) un altro imprenditore di 57 anni ha posto fine alle sue ansie con il suicidio si è impiccato, in un deposito di proprietà della ditta della quale era titolare, in preda alla disperazione a causa dei debiti contratti dalla sua azienda.

14/04/12

Un giovane imprenditore agricolo 29enne di Donnalucata, in provincia di Ragusa, si è tolto la vita impiccandosi in una delle serre della propria azienda.

13/04/12

Imprenditore veneto si è sparato appena uscito dallo studio del commercialista. Le notizie che aveva avuto dal professionista non erano rassicuranti. E’ accaduto a Montecchio Maggiore, nel vicentino. Fortunatamente, in questo caso, l’uomo dovrebbe farcela.

14/04/12

42 anni, dirigente d’azienda disoccupato da alcuni mesi, che si è gettato sotto un treno nei pressi della stazione ferroviaria a Sesto Fiorentino, in provincia di Firenze. È ricoverato in gravi condizioni.

16/04/12

FROSINONE – Un ventenne disoccupato residente a Boiville Ernica (Frosinone) ha tentato il suicidio.

21/04/12

a Corridonia un camionista rimasto senza lavoro tenta il suicidio impiccandosi a una trave di casa. Viene salvato in estremis.

22/04/12

Bosa Giovanni Nurchi 52 anni, moglie e tre figli, non ha resistito. Aveva perso il lavoro.

24/04/12

Napoli si è consumato l’ennesimo suicidio dettato dalla crisi. L’imprenditore Diego Peduto, 52 anni, si è lanciato dal balcome di casa sua in via Cilea.

25/04/12

una signora, lodigiana di 55 anni, ha tentato il suicidio, tuffandosi nell’Adda a Pizzighettone (Cremona). Per fortuna, Carlo Musti, assistente della polstrada di Pizzighettone, l’ha salvata. Alla base del gesto estremo c’era una situazione economica disperata. “Non riesco a pagare la multa, siamo senza soldi e ci stanno tagliando le utenze”.

27/04/12

Un impresario edile di 55 anni, originario di un paese del Nuorese, Mamoiada, si è tolto la vita dopo che la sua azienda, a causa della crisi, aveva cessato l’attività e l’uomo era stato costretto a licenziare i suoi due figli.

03/05/12

Gravina di Catania, si suicida dopo essere stato licenziato.

03/05/12

Uomo armato negli uffici Equitalia con lui ci sarebbero alcuni ostaggi – Milano – “Sono senza soldi, mi uccido”. imprenditore in crisi si impicca.

05/05/12

Gianni Merlo, 52 anni, si toglie la vita nel suo camion l’azienda di cui era socio aveva i conti in rosso. Ieri tragico gesto di due disoccupati. L’uomo, 47 anni, sposato e padre di due figli si è impiccato nel garage della villetta a Troina, nell’ennese.

05/05/12

E’ in condizioni disperate il pensionato 72enne che si è sparato alla tempia dopo aver ricevuto una cartella esattoriale per svariate migliaia di euro.

Disoccupazione Giovanile…

3 maggio 2012 Lascia un commento

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Ammettiamolo, sentire certi dati fa venire la pelle d’oca: disoccupazione giovanile oltre il 35% (dati Istat). Per disoccupazione giovanile si intendono quelle persone attive che cercano lavoro, ma non impiegate. Il dato è certamente preoccupante, ma allo stesso tempo appare un pochino fuorviante.

L’Istat dichiara che le sue analisi vengono raccolte intervistando ogni trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui residenti in Italia. Ora 175 mila persone su una popolazione di circa 60 milioni mi sembra che non possano considerarsi un campione sufficiente per stabilire la media dell’intera popolazione visto che il campione rappresenta appena il 0,002916 % dell’intera popolazione. Probabile che con il nuovo censimento, appena concluso, i dati potrebbero differire, staremo a vedere.

Altra considerazione che salta subito agli occhi è l’età di riferimento: 14-24 anni.
Il Ministero del Lavoro e della previdenza sociale con la nota 20 luglio 2007, n. 9799. riporta quanto segue: L’eta’ per l’accesso al lavoro e’ conseguentemente elevata da quindici a sedici anni.(art. 1, comma 622, della Legge Finanziaria 2007). Allo stesso tempo l’INPS ricorda quanto segue: dal 1° settembre 2007 decorre anche l’innalzamento a 16 anni dell’età di ingresso al lavoro per i minori. L’agenzia del Lavoro di Trento riporta: …l’età minima di ammissione al lavoro dipendente, e quindi di iscrizione al Centro per l’impiego, è stabilita attualmente in 16 anni.

Se le notizie sopra riportate sono vere, ovvero se le dichiarazioni dell’INPS, del Ministero del Lavoro e dell’Agenzia del Lavoro di Trento non sono false andrebbero esclusi quegli individui dai 14 ai 15 anni. (in totale 1.125.344 persone)

La popolazione tra i 14 e 24 anni secondo l’Istat è di 6.632.175 di individui dei quali 562.942 di 14 anni e 562.402 di 15 anni pari a 1.125.344, ovvero il 16,97% % della popolazione esaminata nella fascia d’età tra i 14 e 24 anni. Il dato quindi enunciato sulla disoccupazione, solo sui numeri, dovrebbe essere rivisto al ribasso e se poi aggiungiamo un’altra variabile  le cose cominciano a complicarsi.

La variabile è l’effettiva ricerca di lavoro dei ragazzi tra i 14 e 24 anni. Ne siamo veramente sicuri che questi ragazzi cerchino lavoro per sistemarsi il loro futuro? Io ho qualche dubbio primo perché a 14 anni non c’è la testa, secondo perché l’unica cosa che interessa in quella fascia d’età non è certamente la sistemazione pensionistica, ma molto più probabilmente le attività di socializzazione, il sesso, le amiche, i prodotti alla moda, i ritrovati tecnologici e tante altre mistificazioni che spingono il giovane a spendere senza coscienza.

La domanda che sorge è quindi la liceità di queste statistiche: a chi servono e perché si insiste così tanto sulla disoccupazione giovanile? Quale è il vero scopo di queste indagini?

Senza trovare risposta penso che un piccolo test sarebbe – in piccolo – più realistico se si provasse a rispondere ad alcune domande come ad esempio:

  1. A quanti anni hai iniziato a lavorare?
  2. Hai cercato lavoro attivamente appena compiuti 14 anni?
  3. I tuoi genitori ti danno una paga settimanale?
  4. Ti interessa lavorare per il tuo futuro?
  5. Cosa compreresti con la tua prima paga?
  6. Sei disposto a lavorare per 8/9 ore di fila con una pausa di 30 minuti?

Non sono certamente significative, ma con molta probabilità potrebbero dare uno spaccato realistico del vero mondo del lavoro giovanile.

Parole inascoltate

17 aprile 2012 3 commenti

Il mondo di oggi, e’ contrassegnato da opportunità, sfide, contraddizioni. I prossimi anni non saranno facili per nessuno, ed in particolare per l’Italia“. Era il lontano 27 marzo 2011 e le parole sono quelle pronunciate da Napolitano in occasione dell’incontro con una rappresentanza della comunità italiana a New York.

Come ebbi già modo di scrivere altre volte (vedi: Qualche parola sulla Libia e Manifestazione di Roma alla Farnesina: silenzio stampa!!!) nessun giornalista al seguito chiese spiegazione di quelle parole, il senso o a cosa alludevano. Il silenzio compiacente della stampa fu assordante. Eppure in quelle parole si rivelano i segreti di una situazione che oggi ci vede attanagliati in una via senza ritorno. I messaggi criptici del massone-comunista di Napolitano hanno la funzione di informare solo quelli in possesso della chiave di lettura, mentre al popolo bue che lo ascolta e dinnanzi alla sua effige s’inchina bizzantinamente, viene lasciato il vuoto delle scelte criminali di una banda di strozzini.

Era dall’epoca del “tutto va bene“, del “bisogna essere ottimisti” di berlusconiana memoria, siamo passati al “tutto va male” “il governo tecnocratico affonda il paese” e saltando da una frase all’altra milioni di persone cominciano a malapena a capire la trappola nella quale si sono gettati. Non c’è tempo per pensare, perché in situazioni di emergenza tutte le forze e le risorse devono essere spinte alla salvaguardia della propria esistenza e in questo disastro, che non è ancora effettivamente iniziato, ma che si sta delineando molto chiaramente, i prossimi anni saranno oltremodo difficili per gli italiani. Da notare le parole usate dal massone: i prossimi anni!!!

Anche il criminale di Soros avverte dell’imminente crack del sistema Europa che i politici e le grandi associazioni bancarie hanno fondato solo ed esclusivamente sul denaro. Soros avvisa che la crisi europea e quindi anche italiana  è molto complessa e copre praticamente tutti i settori strategici di questa parte del globo:

  • The Euro is a broken currency system in its current construct.
  • The peripheral nations have been rendered to 3rd world status.
  • The Euro users are essentially indebted in a foreign currency.
  • The political dynamic is going to destroy the Euro
  • The European union is at risk of dissolution.
  • The Euro doesn’t have to collapse.
  • Europe needs to come together and take extraordinary actions to resolve the crisis.

Parole sante (!!) dette da uno che nel 1992 fece affondare la lira, con la complicità di Ciampi.  E, pur con tutte le attenzioni del caso, le parole di Soros appaiono più chiare e più aperte di quelle dei nostri tecnocrati, di quella cianfrusaglia politica che alberga in parlamento. La chiarezza e le indicazioni sono così evidenti che anche un sordo (scusate, un non-udente) le potrebbe udire. Nella sostanza siamo alla frutta e ciò che può salvare il salvabile lo possono fare solo i governi europei.

Qui però c’è da distinguere come e con che mezzi, perché è proprio in queste battute che Soros ricava la sua linfa vitale: i soldi.
Lui specula sulle debolezze delle economie e dei governi e come ogni predatore, appena si accorge delle difficoltà, salta al collo della sua preda per risucchiare quanto più possibile. Lui fa il suo mestiere, deprecabile, non c’è che dire, ma coerente con la sua indole disonesta. Cosa diversa invece della coerenza dei nostri pagliacci che un giorno dicono bianco e quello dopo nero per poi ricominciare d’accapo.

In questa situazione economica internazionale, in cui ormai le economie procedono a tentoni, i debiti sovrani sono la palla al piede per lo sviluppo reale e le uniche cose a cui assistiamo è la distruzione totale, senza esclusione di colpi, non solo della economia, ma di tutto il patrimonio sociale che è costato decenni di battaglie, sangue e sacrifici dei nostri padri.
Tutto al macero, pagando pure lo smaltimento di quanto costruito in questi ultimi decenni.

Nessun atto preso contro gli sperperi, contro le dissennate spese pubbliche che non hanno una ricaduta utile per la popolazione, nessuna manovra che impedisca lo stritolamento bancario-finanziario. Zero assoluto!! Nel frattempo il calo del nostro prodotto interno lordo (PIL) produrrà una ulteriore manovra finanziaria, aspettiamoci quindi dall’estate e fino alla fine dell’anno una serie di provvedimenti che comporteranno una ulteriore stangata sulle nostre già magre economie.

A giugno, inoltre, sono in scadenza alcune centinaia di miglia di cassaintegrati che non avranno nessuna possibilità di recupero o reinserimento nel mondo del lavoro. Senza paga e alla fame che faranno questi poveri diavoli? Si veda la lista delle aziende a rischio per il 2012 qui.
Eppure questo tecno-governo imperterrito, ligio ai doveri imposti, prosegue con il suo stritolamento, ma sopratutto, e lo vediamo giorno dopo giorno, non mette le mani nelle tasche di quei settori che potrebbero portare un po’ di ossigeno alle nostre economie: non si tocca il settore pubblico, non si toccano i finanziamenti ai partiti, non si toccano i stratosferici guadagni delle banche e delle finanziarie, non si toccano i grandi patrimoni quelli nascosti; si preferisce invece agire sui piccoli e su quelli facilmente visibili dal fisco o sui dipendenti che non hanno nessuna possibilità di replica o di scelta ed è per questo che è meglio non pagare le tasse, perché come già scritto (vedi: Far Pagare le Tasse è il Furto di uno stato Parassita: evaderle è un atto di civiltà!) in un stato parassita se tutti pagassero le tasse noi ci impoveriremmo di più e loro, la casta dei parassiti, guadagnerebbero 100 volte di più, mantenendo il loro status quo inalterato e sempre più potente.
Anche Grillo si è stranamente accorto di questo, forse ha letto il mio blog, ma poco importa, perché quello che si deve capire è che la bestia che ci sta succhiando deve essere messa alla fame, gli si deve togliere l’elemento primario che la fa sopravvivere e che gli permette di massacrarci.

Forse il compiacente amico dello Sceicco del Qatar (il finanziatore della guerra di Libia e di Siria), anziché accogliere al Quirinale una figura intabbarrata dovrebbe spiegare quali altri sacrifici dovranno fare gli italiani nel corso di questi anni.

Isteria finanziaria

4 aprile 2012 Lascia un commento

La finanza diventa isterica, qualche giorno fa il Financial Times enunciava. “Gli sforzi dell’Italia per raggiungere gli obiettivi principali di bilancio possono essere di ostacolato alle prospettive di una crescita depressa e dai tassi di interesse relativamente elevati. Il governo dovrebbe essere pronto ad evitare qualsiasi slittamento nell’esecuzione del bilancio e adottare ulteriori azioni, se necessario“.

Secondo il FT si tratta di un memorandum circolato a Copenhagen venerdì 30 marzo da un membro della Commissione europea.
Il giornale avverte che le prospettive di crescita italiana sono ancora molto lontane dal raggiungere gli obbiettivi ambiziosi che il tecnocrate Monti si era proposto e che una probabile manovra correttiva dovrebbe essere necessaria entro la fine dell’anno.
Già c’è l’avvisaglia di questa manovra: non a caso c’è stata una trattativa sulla tassa IMU che verrà applicata solo al livello più basso (il 7,6‰), lasciando intendere che la revisione della stessa verrà fatta da settembre in poi in relazione al gettito ottenuto, come dire “intanto vi smazziamo con questa, poi, dato che i conti non torneranno, ma che siete già assuefatti alla prima botta, vi daremo la seconda che comprenderà anche altre “cosucce”.

E’ bene ricordare che tra le altre “cosucce” c’è quella del Fiscal Impact che ci vede impegnati a sborsare una valanga di miliardi (40 all’anno) per mantenere un fondo salva-stati per 20 anni, il quale impone ai 25 Paesi che lo hanno sottoscritto che adottino la regola del pareggio di bilancio, inserendola nelle proprie costituzioni (bestemmia assoluta!!). Laddove dovessero sforare il tetto del 60% del debito sul pil, il patto li obbliga ad un piano di rientro pari ad un ventesimo del debito l’anno.

Lo stesso giornale avverte che gli economisti sono preoccupati per l’aumento delle tasse sul reddito, sui beni e sulle merci (iva al 21% e prossima al 23%, Imu e altre indirette come quelle sulla benzina), stanno strangolando la già debole economia portando alla fine in una spirale recessiva.

Il fatto che non ci sia una banca centrale italiana lo evidenzia bene Paul Krugman in una dichiarazione al NYTWhat has happened, it turns out, is that by going on the euro, Spain and Italy in effect reduced themselves to the status of third-world countries that have to borrow in someone else’s currency, with all the loss of flexibility that implies. In particular, since euro-area countries can’t print money even in an emergency, they’re subject to funding disruptions in a way that nations that kept their own currencies aren’t — and the result is what you see right now. America, which borrows in dollars, doesn’t have that problem”. Tradotto in soldoni ci dice chiaramente che l’aver rinunciato alla nostra indipendenza monetaria ci ha ridotti ad un paese del terzo mondo e pur avendo una banca centrale europea, che però non può essere quella di ultima istanza, il denaro necessario a far funzionare la nostra economia, come quella di altri paesi europei, potrà essere ricavato solo a forza di enormi sacrifici, cosa diversa invece per gli Usa o l’Inghilterra o il Giappone che possono stampare moneta senza problemi.

No problems, dice Monti, i conti li abbiamo fatti e bene e non c’è bisogno di nessuna altra manovra aggiuntiva. Ma…ci prende per fessi? No, perché è risaputo che in politica se dicono sì è no e se dicono no e sì. Quindi mutande d’acciaio e orecchi aperte.

Allo stesso tempo il Wall street Journal lancia un avviso sulla grave crisi italiana e la sua continua recessione adducendo che “Le misure di austerity in Italia stanno bloccando l’attività nella terza principale economia dell’eurozona..” e ancora ”i recenti aumenti delle tasse stanno aiutando l’Italia a tagliare il suo deficit ma al contempo stanno spingendo l’attività economica a contrarsi ancora più velocemente“.
Beh! Uno dice che è necessario abbordare la crisi con maggior forza facendo attenzione a non calpestare i calli dell’economia, l’altro indica che l’attuale imposizione fiscale rende l’economia asfittica. Insomma una veduta di idee convergente su un punto: l’economia è praticamente al lumicino.

Però non mettiamoci dietro alla scusa che il governo Monti ne sia la causa, sia chiaro, sarebbe troppo facile e sopratutto disonesto nei riguardi di quelli che in questi ultimi 40 anni ci hanno portato nel baratro meritando il giusto compenso per l’attività svolta a loro favore. A forza delle piccole gocce, dei piccoli provvedimenti e degli assalti alle varie diligenze (mani pulite, liberalizzazioni delle aziende di stato, sistema bancario selvaggio) siamo arrivati alla situazione attuale e Monti, il caposquadra dell’attuale governo, più che artefice del rapido declino italiano è la spoletta che innesca la polvere pirica che, anno dopo anno, abbiamo accumulato e sulla quale ci siamo seduti sopra.

Il boom sarà quando verrà, è solo questione di tempo.

Una battaglia già persa da oltre 30 anni: l’art. 18 è il troian massonico.

24 marzo 2012 Lascia un commento

Il vero problema è l’articolo 18, non ci sono dubbi e basta dare uno sguardo alla valanga di notizie per capire che una volta sistemato questo l’Italia potrà navigare in acque tranquille.

Tutte le parti sociali – sindacati e imprenditoria – sollecitano la sistemazione di questo annoso problema e non mancano le proposte, molte delle quali anche interessanti come il modello tedesco, ma inapplicabili in Italia.

Sorge un dubbio semplicissimo: cos’è, come e quando è applicato l’Art. 18.

Allora tutto parte dalla legge del 15 luglio 1966 n. 604 – art. 2 e 7 che recitano rispettivamente:

  • Art. 2
  1. Il datore di lavoro, imprenditore o non  imprenditore, deve comunicare per iscritto il licenziamento al prestatore di lavoro.
  2. Il prestatore di lavoro può chiedere, entro quindici giorni dalla comunicazione, i motivi che  hanno determinato il recesso: in tal  caso il datore di lavoro deve, nei sette giorni dalla richiesta, comunicarli per iscritto.
  3. Il licenziamento intimato senza l’osservanza delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2 è inefficace.
  4. Le disposizioni di cui al comma 1  e di cui all’art. 9 si applicano anche ai dirigenti.
  • Art. 7
    Quando il prestatore di lavoro non possa avvalersi delle procedure previste dai contratti collettivi o dagli accordi sindacali, puo’ promuovere, entro venti giorni dalla comunicazione del licenziamento ovvero dalla comunicazione dei motivi ove questa non sia contestuale a quella del licenziamento, il tentativo di conciliazione presso l’Ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione

A questa legge fa seguito quella sullo statuto del lavoratore (legge 20 maggio 1970, n. 300) che all’art. 18 che recita:

Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.

I problemi quindi nascono solo se i licenziamenti avvengono in aziende con più di 15 prestatori di lavoro o più di 5 se si tratta di imprenditore agricolo da un licenziamento senza giusta causa e sulla voce reintegro. Vediamo quindi come stanno le cose dal punto di vista della popolazione lavorativa dal 1861 al 2001 (dati istat):

Come si vede dal grafico, nell’arco di 140 anni c’è stata una enorme migrazione delle forze lavoro dal settore agricolo a quello industriale/commerciale con un aumento vertiginoso nel settore del terziario (servizi) a partire dagli anni ’60, superando percentualmente il settore industriale/commerciale. Il dato è sconfortante, ma si rifà agli accordi europei nel settore agricoltura, in cui l’Italia cedette (a favore di Germania, Francia e Olanda) parte della sua capacità produttiva agricola a vantaggio di quella industriale (leggasi acciaio, auto, chimica). Adesso, a posteriori, sappiamo che fine hanno fatto questi distretti industriali e come siano ridotte le infrastrutture di quei settori.

Gli eventi di quegli anni furono la base di partenza sulla quale vennero costruite tutte quelle regolamentazioni sociali e sindacali che permisero alla forza lavoro di poter sopravvivere in questi ultimi 50 anni. Nel frattempo le centinaia di migliaia di persone impiegate nelle varie acciaierie, nelle settore automobilistico e nella chimica si sono ridotte a poche migliaia, un niente rispetto agli anni 60/70 e le varie aziende di allora non esistono più, sono state spezzettate, rivoltate, rimodernate, trasformate e alla fine distrutte lasciando sul campo decine di migliaia di persone che si sono distribuite nel corso di questi ultimi 30 anni. Per contro il sindacato (da dx a sx) è rimasto ingessato sulle barricate degli anni 60 sbandierando diritti sacri per le persone senza mai rivendicare una volta la responsabilità sociale delle aziende.
I luoghi comuni sono sempre sulla bocca di tutti i sindacalisti: equità, diritto dei lavoratori, rispetto, dignità del lavoro, accesso al lavoro per tutte le classi sociali.

Mai una volta che fossero state sottolineate dai sindacati l’oggettiva responsabilità delle aziende nel tessuto sociale, mai!
Che abbiano puntato il dito contro un sistema legislativo che premia l’azienda e punisce il lavoratore, mai!

Adesso a cose fatte, decise ed imposte dal governo tecnico (non si tratta, decide il governo e nda. si fottano tutti gli stronzi dei lavoratori), non ci sono possibilità di ripensamenti vari: le barricate della Camusso, dei vari Bersani e dei vari plutocratici che mangiano a sbaffo nella mensa Italia non hanno più senso. Adesso tutti in fila, tutti di corsa a capire che succederà. Ed anche il cane da guardia del colle afferma che non saranno accettabili ricatti di vario genere.
Ci sono però da fare alcune considerazioni. Questo governo, pur con tutti i se ed i ma del caso, è l’esatta immagine di quello che altri governi avrebbero dovuto fare molti decenni fa, sin dalla scomparsa del settore agricolo e la trasformazione industriale italiana. Parliamo quindi di oltre 30 anni fa, ma allora c’era il problema del compromesso storico, dei blocchi russo-americano che offuscavano i problemini di un distretto piccolo, ma essenziale come quello dell’Italia.

Nessun politico di allora e di adesso ha il coraggio di ammettere di aver fallito nella sua missione, se lo facesse dovrebbe dimettersi e rinunciare a tutti gli emolumenti a lui garantiti, contro quelli invece proibiti alla classe dei lavoratori comuni. E’ la dimostrazione applicata del fallimento della politica, così come la conosciamo, della gestione di una nazione, di uno stato che ha abdicato alle mani forti della finanza e delle grandi aziende multinazionali pur di aver salvo quel piccolo cumulo di escrementi con cui la politica si nutre. Ecco la vera immagine dei politici italiani: coprofagi.

Possiamo definirli diversamente quelli che si nutrono degli escrementi della finanza, delle multinazionali delle grandi lobbies assicurative giudaico-massoniche?

La politica italiana ha fallito nel corso dei suoi 60 di vita, ha ceduto lo scettro del potere ad una banda di tecnici che chiamarli onesti ci vuole tanto pelo nello stomaco.

Ma le forze sindacali obbiettano, vanno a pranzo con il loro nemico a Cernobbio, sorseggiano, discutono, sorridono e scambiano battute di simpatia. E’ quasi un’immagine evangelica. L’agnello nella tana de lupo o lupo travestito da agnello che sguazza alle nostre spalle?

Ref:
1) RapportoStatistico2011
2) Istat

Ci sono cose buone dal Nazismo e dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI)?

6 marzo 2012 12 commenti

Gli insuccessi finanziari ed economici che l’Unione Europea sta inanellando anno dopo anno sono visibili a tutti, non è più un mistero. Le ultime iniezioni di denaro (LTRO I e LTRO II) sono l’ennesimo tentativo di tamponare i mostruosi buchi bancari creati dalla speculazione del sistema bancario-finanziario ormai senza più regole e controlli. Il denaro erogato è a sua volta utilizzato non  per l’economia reale, asfittica e morente, ma solo ed esclusivamente per consentire al sistema bancario di sopravvivere, permettendogli di salvare il salvabile. I responsabili della politica finanziaria europea dovrebbero essere condannati per direttissima per “genocidio sociale” e destituiti ad un tribunale speciale per crimini contro l’umanità, ma la politica latita e questi impostori agiscono nella piena libertà di rivoltare le economie delle nazioni europee a vantaggio del sistema che li ha voluti in quelle posizioni di potere. Siamo ormai vicini ad un punto di non ritorno e le attuali riforme messe in cantiere dal governo Monti (nel caso dell’Italia) stanno a dimostrare proprio questo: la totale mancanza di azioni atte a regolare i flussi finanziari, la riduzione del numero dei parlamentari e la modifica costituzionale del parlamento e del senato.

In questa situazione, ormai allo sfascio, uno sguardo al passato è d’obbligo, sopratutto per capire,  confrontare e per cercare di trovare dei paralleli che possano essere d’aiuto a risolvere l’attuale scenario.
In tempi non troppo lontani dalla nostra era emergono alcune figure di rilievo che ebbero la sfortuna di essere nate e vissute in un periodo storico tragico. Parliamo di due personaggi che ebbero l’ardire di sfidare il sistema bancario-finanziario internazionale e di risollevare le economie nazionali dell’epoca ridotto ormai al lumicino.

Il primo in ordine di tempo che merita una considerazione è Hjalmar Schacht un uomo di origini semitiche, ma che ebbe il comando della Reichsbank nazista e che fu anche Ministro delle Finanze del Reich. Un uomo che nessun sistema economico e finanziario attuale porta mai come esempio, eppure era ebreo lui come lo sono gli attuali Trichet, Bernake, Draghi. Ma la questione non riguarda la razza, ma più esattamente quello che fece questo grand’uomo per risollevare l’economia della Germania nel periodo in cui il Trattato di Versailles l’aveva resa più misera dei miseri stati europei di allora.

Hjalmar Horace Greeley Schacht nacque a Tingleff il 22 gennaio 1877 da famiglia ebrea. Studiò medicina e si laureò in economia nel 1899. Notato per la sua cultura, intelligenza e capacità lavorativa da Jokob Goldschmidt, Presidente della Dresdner Bank, vi entrò e nel 1903 ed in soli cinque anni ne divenne il capo nel 1908, a trentun anni. Nel 1905 ebbe modo di fare amicizia con J.P. Morgan. Dal 1908 al 1915 fu Amministratore della Dresdner Bank e nel 1923 fu nominato responsabile economico della Repubblica di Weimar. L’anno successivo assunse la Presidenza dell’allora Reichsbank, carica che tenne fino al 17 marzo 1930, per ritornarvi il 17 marzo 1933. Nell’agosto 1934 fu nominato Ministro dell’Economia e nel maggio 1935 Plenipotenziario generale. Mantenne la carica ministeriale con il portafoglio fino al 1937, quindi senza portafoglio. Nel 1939 fu obbligato a dimettersi dalla Presidenza della Reichsbank.

Un uomo di successo e di grande spessore ma che seppe adottare un miscuglio di strategie e soluzioni che seppero in pochi anni (tre) a risollevare la Germania dalla catastrofe della grande depressione. Ricordo che in quel periodo l’inflazione galoppava a nove zeri, ma Schacht ebbe l’idea fulminante per riportare i conti nell’alveo del controllo di stato.

Dapprima Schacht fondò la società Metallurgische Forschungsgesellschaft m. b. H. (Mefo) con capitale sociale di un milione di marchi, ben presto azzerato da un’inflazione a nove zeri. Questa società aveva la caratteristica di non esistere: per intenderci, non aveva né sede né personale. Quindi la Mefo si mise ad emettere un gran numero di buoni Mefo, una sorta di cambiali a tre mesi, talora di durata maggiore, che la Reichsbank puntualmente rinnovava, e che potevano girare solo in Germania. Questi buoni erano denominati in una pleiade di valori: dai marchi, a valute straniere, merci, immobili, lavoro, e via quant’altro. La Banca centrale rinnovava questi Buoni secondo “equità”, ossia mantenendone il reale potere di acquisto in funzione dell’uso e dell’utente. Ovviamente, mai a nessuno venne in mente di portare i Mefo allo sconto. In buona sostanza, i Buoni Mefo raggiunsero un volume di oltre 12 mld marchi, contro un debito pubblico di 19, senza causare la minima inflazione e sfuggendo, per di più, ad ogni forma di contabilizzazione nel bilancio dello Stato, che tornò nel giro di due anni in pareggio.(1)

In Germania a quell’epoca, parliamo degli anni 20/30, la disoccupazione e la miseria erano così palpabili che era necessario trovare una soluzione che portasse dignità all’uomo e allo stesso tempo che vi fosse la possibilità di impiegare i milioni di disoccupati. Di fondo Schacht militarizzo tutte le forze lavoro disoccupate progettando ed investendo enormi somme nelle infrastrutture interne della Germania (Strade, ponti, ferrovie, ed altre innumerevoli  opere di interesse nazionali) portando dignità, ordine e sicurezza per il futuro delle nuove generazioni. Le forze che venivano impiegate, una volta terminata l’opera costruita venivano assorbite dalle aziende che lavoravano in appoggio agli investimenti di stato evitando quindi i sussidi di disoccupazione.(1)

A differenza delle altre nazioni europee e del mondo occidentale la Germania nell’arco di pochissimi anni riusci pertanto a portare la disoccupazione a livelli bassissimi, quasi nulli e allo stesso tempo, date le restrizioni imposte dal Trattato di Versailles che impediva il commercio con la Germania (una cosa simile accade anche adesso con l’Iran, prima con la Libia e prima ancora con l’Iraq), si iniziarono scambi commerciali con altri paesi che non avevano aderito al boicottaggio anglosassone (Russia, Argentina) barattando derrate alimentari contro prodotti tedeschi. Schacht ideò un ingegnoso sistema per trasformare gli acquisti di materie prime da altri paesi in commesse per l’industria tedesca: i fornitori erano pagati in moneta che poteva essere spesa soltanto per comprare merci fatte in Germania. Il meccanismo, di stimolo al settore manifatturiero, funzionava come un baratto: le materie prime importate erano pagate con prodotti finiti dell’industria nazionale, evitando così il peso dell’intermediazione finanziaria e fuoriuscite di capitali. Il controllo nazista dei cambi e dei commerci esteri dà alla politica economica tedesca una nuova libertà. Anzitutto, perché il valore interno del marco (il suo potere d’acquisto per i lavoratori) viene svincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati valutari anglo-americani.

Lo Stato tedesco può dunque creare la moneta di cui ha bisogno nel momento in cui manodopera e materie prime sono disponibili per sviluppare nuove attività economiche, anziché indebitarsi prendendo i soldi in prestito. E ciò senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro ed evitando che il pubblico tedesco fosse colpito da quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione della sua moneta nazionale.(2) (nda: la stessa cosa che aveva fatto Gheddafi e che fa l’Iran, ma che non piace alle economie occidentali).
Questo per non bastò a determinare la rinascita dell’economica tedesca. Fu infatti necessario , a seguito della presa del potere nazista, che venissero decisi piani di investimento e di riarmo tali da mettere l’intera macchina industriale tedesca a pieno regime. Negli anni 30 non c’era disoccupazione e la Germania vantava una produzione che nessun paese industriale dell’epoca poteva immaginare.

In sostanza quest’uomo ancorché ebreo e comunque inquadrato nelle file naziste, seppe portare fuori dal guado e dai pantani finanziari una nazione che altrimenti sarebbe morta in pochi anni. Nel 1943 fu internato a Dachau a causa delle leggi razziali (la deficienza umana non ha limiti) e successivamente accusato dal Tribunale di Norimberga che dopo alcuni anni lo scagionò delle infamanti accuse.

Tale personaggio seppur criticabile per le mosse messe in atto a raggiungere uno scopo, seppe agire e permettere ad una nazione di riemergere, di aumentare la propria speranza e di infondere quella fiducia che la Prima Guerra Mondiale e gli alleati avevano tremendamente compromesso impedendole di sopravvivere economicamente. I mezzi usati quindi hanno un estremo valore, mentre alla pari i fini sono sicuramente criticabili: il nazismo non seppe far tesoro della capacità di Schacht e si rovinò su se stesso sotto il peso della sua megalitica struttura e burocrazia. La guerra poi fece il resto.

Nello stesso periodo, anche in Italia vi fu un personaggio che pochi ricordano, forse per dimenticanza o forse perché scomodo nei ricordi dei vincitori che adombrerebbe le loro gesta di rapina e di crimine e del sangue versato. Si parla del Pellegrini-Giampietro della Repubblica Sociale Italiana, la famigerata RSI. A questo uomo va un merito che è giusto mettere in rilievo contro il pensiero comune dei vincitori della seconda guerra mondiale.

L’Italia nei suoi forzieri ha la quarta riserva di oro del mondo, che allo scorso giugno ammontava a ben 2.451,80 tonnellate, che al prezzo odierno dell’oro equivale a circa 100 miliardi di euro. Solo FMI e due stati, USA e Germania, hanno riserve auree superiori alla riserva italiana. L’oro è un prodotto altamente strategico destinato a rivalutarsi fortemente nel futuro immediato, per cui questa ricchezza è molto appetibile. Ma come è stato possibile che l’Italia che ha perso una guerra, che ha pagato miliardi nella ricostruzione, che ha dovuto pagare i danni di guerra ai vari stati abbia una così tale quantità d’oro? Il merito di questo sta appunto nella figura di Pellegrini che durante la Guerra Civile italiana e la costituzione della RSI seppe evitare la rapina nazista, quella inglese e francese proteggendo e nascondendo quel tesoro.

IL 23 settembre del 1943, a seguito della resa incondizionata operata dai traditori Badoglio e dai Savoia (la storia non smentisce mai l’indole vigliacca di alcuni italiani), Mussolini incaricò a dirigere il Ministero delle Finanze, Scambi e Valute nel governo della nascente Repubblica Sociale il Dott. Pellegrini Giampietro, il quale condusse con saggezza ed oculatezza l’amministrazione del dicastero a lui assegnato sino alla fine della guerra.

Fu avverso a tale catastrofe politica, civile e sociale che il nuovo ministro delle Finanze della R.S.I. intervenne con fermezza, a tutela effettiva degli interessi dell’economia nazionale e delle nostre genti. Di ciò si ottiene la più chiara conferma da Filippo Anfuso che a pag. 487 e successiva dell’opera “Roma, Berlino, Salò” (ediz. 1950) precisò:C’era un piccolo napoletano, tutto pepe e nervi, Pellegrini-Giampietro, che difendeva le nostre Finanze, e correva – tra Rahn e Mussolini- come quei ragazzi stizzosi e mingherlini che durante una partita di calcio si rivelavano dei grandi atleti per il solo miracolo della volontà’.
Fu con tale tenacia che quest’uomo collaborò col ministro dell’Economia Corporativa dott. Angelo Tarchi e con il suo sottosegretario prof. Manlio Sargenti all’approvazione in data 12 febbraio 1944 al Decreto-legge sulla Socializzazione delle imprese, strumento realmente rivoluzionario per l’equilibrio dei rapporti tra imprenditori e produttori nel mondo del Lavoro, tanto che Mussolini quando ne esaminò le bozze, disse: “E’ l’idea che volevo realizzare nel 1919!”.(3)

Inoltre, questo “grande Ministro delle Finanze” della Repubblica Sociale – come lo definì con chiarezza lo stesso Mussolini – ottenne già il 25 ottobre 1943 (poche settimane dopo la sua designazione nell’incarico) il ritiro immediato dalla circolazione nell’intero territorio italiano dei ‘marchi d’occupazione’ (esattamente i Reichskreidit Kassenscheine) ed obbligando le truppe germaniche ad effettuare ogni pagamento esclusivamente con le lire italiane, imponendo contemporaneamente ad esse e ai loro Comandi di potere effettuare requisizioni indiscriminate o prelievi di fondi della nostra moneta presso gli istituti bancari. Altresì – in contropartita – fu concesso all’Ambasciata tedesca un contributo mensile di sette miliardi per tutte le spese militari, di fortificazioni, di riattazione delle vie di comunicazione ecc., facendosi confermare ciò mediante un protocollo che riaffermava la sovranità del nostro Stato nel settore monetario e di controllo assoluto sulla circolazione. Nel contempo, questo ministro impedì il trasferimento del nostro Poligrafico a Vienna, ottenendo – insieme alla nostra Ambasciata in Berlino – il trasferimento in Italia dei risparmi effettuati dai nostri lavoratori nel Terzo Reich, salvaguardando altresì le riserve d’oro e di platino italiane e ponendole al sicuro da qualsiasi rischio di possibili sottrazioni e fece restituire al nostro ministro degli Esteri buona parte dell’oro che le truppe occupanti avevano sottratto alla Banca d’Italia con l’armistizio, mentre pagò anche alla Confederazione Elvetica un debito del sorpassato governo regio.
Nel libro “Salò – Vita e morte della R.S.I.” (ediz. 1976) in cui si precisa: “Rahn vedeva arrivare Pellegrini-Giampietro come un castigo di Dio. Impallidiva quando vedeva spuntare il ‘neapolitaner’ Pellegrini-Giampietro che veniva a difendere i quattro soldi della R.S.I. in tutti i dialetti del Mezzogiorno e se il plenipotenziario tedesco estraeva i sofismi geopolitici, Pellegrini – che è anche professore – lo ammutoliva con le sue verità scientifiche”.

Nell’ambito degli uomini e delle scelte che distinsero la R.S.I., fra tutti i protagonisti della repubblica di Mussolini, quanto focalizza maggiormente l’azione di Pellegrini-Giampietro è quell’autobiografia “L’oro di Salò” pubblicata nel 1958 dal settimanale milanese “Il Candido” che fornisce la prova – quale memoriale – di quanto compì per impedire ai tedeschi di sciogliere il corpo della Guardia di Finanza per tutelarne i relativi compiti d’istituto; di come salvaguardò le riserve auree e di platino della Banca d’Italia nella sua sede a Fortezza (dove nel 1945 le trovarono gli anglo-statunitensi); per fare riacquistare ai titoli di Stato – scesi dopo l’8 settembre al di sotto del 30 per cento – il loro valore effettivo e talvolta a superarne la parità; di garantire all’esercizio finanziario 1944-1945 la compilazione regolare dei bilanci di previsione (pubblicati dalla “Gazzetta Ufficiale”) tanto che le entrate complessive furono di 380,6 miliardi, le spese di 359,6 miliardi e con un supero di 20,9 miliardi, senza fare ricorso a prestiti, nè d’emissione di buoni poliennali, mentre – nei soli primi mesi del 1945 – il gettito delle entrate fu superiore di due miliardi mensili.

Sul giornale “Il Popolo” (Anno III, n. 24 del 25-8-1945) venne precisato che il senatore statunitense Victor Wickersham in una conferenza stampa, dopo il conflitto in Europa, dichiarò che “la situazione economica dell’Italia settentrionale (quella inerente la R.S.I.) è molto migliore non solo rispetto alle altre regioni dell’Italia meridionale e centrale (cioè, le occupate-invase dagli eserciti di Usa, Gran Bretagna ecc.) ma anche in confronto delle condizioni di altri Paesi europei in precedenza visitati dalla Commissione di controllo e – in particolare – di Germania, Olanda, Norvegia, Belgio e di certe zone della Francia”.

Pellegrini-Giampietro venne processato dopo la cosiddetta “liberazione” e, sebbene fu “protagonista della difesa del tesoro nazionale e si adoperò con tutte le forze affinché il territorio dell’Italia settentrionale (dell’intera R.S.I., per l’esattezza!) non diventasse completa preda dei tedeschi – così riconobbe la Corte Suprema di Cassazione – mentre la sua opera fu ispirata ad amor patrio, non già ad asservimento al nemico, tanto più meritevole in quanto svolta fra pericoli d’ogni genere, dovette patire anch’egli le conseguenze della “guerra civile” della parte perdente emigrando e morendo esule dalla sua patria.

Quello che mi premeva evidenziare non sono tante le vicende belliche o politiche di quegli anni passati e nemmeno le ideologie che ne furono probabilmente artefici, ma gli spunti economici e finanziari di questi due personaggi che tra mille peripezie e in una clima storico di terrore, seppero fare qualificare e sopratutto migliorare la nazione in cui agivano. Come detto altre volte spesso si confondono i mezzi con il fine, ma in questo caso è necessario fare chiarezza e non confondersi per non cadere nella trappola mediatica che quotidianamente viene usata quando si portano esempi del genere.
I sistemi usati da Schacht per far risorgere la Germania dall’abisso e dalla miseria, gli permisero di portare quella nazione a primeggiare in tutti i campi e ad avere una disoccupazione quasi assente; Pellegrini-Giampietro, per contro in una condizione peggiore di Schacht, seppe rendere all’Italia e mantenere senza gravare nella spesa pubblica e senza indebitare la RSI il tesoro che oggi possiamo vantare di avere.

Credo che le attuali forze politiche e finanziarie, se solo sapessero leggere e scrivere, potrebbero attingere da questi due uomini innumerevoli suggerimenti di come scampare dal baratro che siamo ormai destinati. Ma la storia, sovente, non insegna a correggere e l’uomo segue bellamente il suo tracciato verso il patibolo che si è costruito.

I giovani non hanno speranza, le aziende invece sì.

7 febbraio 2012 Lascia un commento

Trovare lavoro, cercare di sopravvivere, ovvero far guadagnare qualche sfruttatore sulla nostra pelle senza la responsabilità dell’imprenditore. Ti piace vincere facile…ehhh?
Così recita quella stupida pubblicità, ma nella realtà è ciò che stanno facendo giorno dopo giorno, e senza che ce ne accorgiamo ci troveremo da una situazione di rispetto per il lavoratore ad un’altra più semplice e più vecchia: lavoratore e schiavo saranno la stessa cosa.

I vari politici che adesso vanno di moda, dalla Cancellieri a Monti, a Maroni (il vero ideatore dell’abolizione dell’articolo 18) a Biagi (quello che lo ha perfezionato) ed a tutti quelli della Confindustria, a cominciare da quel moccio vileda della Marcegaglia (ma conosce l’uso di una spazzola o di un pettine, oppure di qualche forcina che le metta in ordine quelle stoppie sulla testa? Mi pare tanto un covone di fieno dopo una burrascata) e giù giù per finire sulle spoglie di quel Benetton che oltre ad uscire dalla Borsa Italiana ha delocalizzato anche il cambio della sua biancheria intima, hanno capito che in Italia ormai non c’è più spazio per un lavoro che sia arricchente, che porti valore all’azienda, è rimasto solo l’osso. Ormai in Italia sono rimasti solo i lavori precari, quelli in cui non serve chissà quale esperienza o cultura, basta dire sissgnore.

Gli studi – se mai possiamo chiamarli così – non permetteranno nessuna qualifica, poiché pari a poco più di un semplice diploma di media superiore di dieci/quindici anni fa: ovvero una cultura pessima, una preparazione infima, ma sopratutto una supponente idea degli studenti di sapere, di aver studiato,  senza però una base seria, e appena un professore osa essere severo e autorevole si invoca la giustizia sociale, il classisimo ed altre definizioni sessantottine inutili e devastanti.

Partiamo quindi dallo studente, di quell’ammasso di carne ed ossa con le orecchie tappate da cerebrolese note che gli appiattiscono il cervello senza farlo pensare.
Cosa potrebbe pretendere di fare da grande: il dottore, l’avvocato o l’ingegnere, oppure lavorare per qualcosa che gli sia confacente alla sua indole e alla sua “cultura” ? Mistero assoluto!

Nessuno lo sa e sopratutto nessuna scuola ha mai preparato gli studenti al mondo del lavoro. Adesso studiano in gruppo, di due tre o più persone, danno tesine, si mettono a capofitto in ricerche che rimarranno sullo scaffale di casa dopo la laurea a dimostrazione di energie sprecate. Nel frattempo scorazzano per le vie delle loro città ad ubriacarsi, a cazzeggiare, a parlare dei vari grandi fratelli, delle luci della ribalta e delle varie mode in auge in questo momento, finché si troveranno davanti ad uno specchio e si daranno dei coglioni per il tempo perso, sprecato ed inutilizzato. Sarà troppo tardi – spesso le occasioni capitano solo una volta nella vita – ma è anche vero che i 20 anni ci sono una volta solo e in quell’età si da il massimo in tutti i campi, in special modo nelle prestazioni sessuali (spesso aiutate da qualche azzurra fatina) e meno in quelle in cui le basi dell’oggi sono le fondamenta del nostro domani.

I genitori, più deficienti dei loro pargoli, li inondano di parole lusinghiere, di promesse che non saranno mai mantenute “quando avrai il tuo posto avrai la tua casa, la tua macchina, farai quelle cose che non ci siamo mai permessi” e non mettono mai l’accento sulla loro responsabilità (dei giovani) che il premio, la lusinga è funzione di un risultato e quando non raggiunto deve essere redarguito. Ma il genitore ama i suoi figli (a parte quel criminale che ha gettato un bimbo nel Tevere al quale gli infliggerei la stessa pena, ma con un peso da 100 kg ai pedi), vuole che stia bene, ci mancherebbe! Ma il genitore spesso scambia il figlio come l’oggetto segreto delle sue frustrazioni e investe nel prodotto del suo amore cose che nella realtà spesso non accadranno mai.
Sono pochi i genitori che “lavorano” con i figli e che nei contrasti e nelle questioni più accese pongono le responsabilità proprie dei figli sui figli: spesso fanno il contrario. E già qui nasce l’idea del giovane che tutto è “passabile”. Errore!
Se sbagli sul lavoro sei fuori e sei punito duramente (nella struttura pubblica è al contrario, se sbagli ti premiano e fai carriera).
Però a scuola nessun bambinello è stato punito, nessun brutto voto (è razzista dare 2 ad un bambino, lo fa sentire male), se rompe le scatole e fa confusione nessun insegnante lo redarguisce o lo punisce mandandolo fuori dall’aula o dietro la lavagna a monito per gli altri: roba fascista, dicono, però abbiamo dei bambini, dei giovani scemi, stupidi che cercano l’ordine, che cercano la punizione più dura possibile per misurarsi, per capire dove sta il limite della loro selvaggia natura.
Ma la scuola non è fascista, non può imporre punizioni, altrimenti si viene denunciati per maltrattamenti, per percosse, per discriminazione sociale e via dicendo.
No! A scuola si fa tutto fuorché educare alla società. Ma nemmeno la famiglia educa e alla fine il giovane – ineducato, ovvero senza aver imparato l’educazione – affronta il mondo del lavoro, a sua volta ineducato, viste le premesse e la bestia (il giovane) e il padrone si affronteranno nell’arena di una vita declassata, squalificata, umiliata, vituperata.

E’ finito quindi il tempo delle vacche grasse – se mai c’è stato – adesso i giovani ed i meno giovani, devono rimboccarsi le maniche e, come proclama l’altro stampo da pippe di Ferrara, quello della trasmissone “Radio Londra”, devono “immaginare”, “creare”, “scavare nella loro fantasia” e realizzare il loro sogno: quale?
Io credo che Ferrara abbia la sindrome da sogno americano, perché mi risulta difficile capire come uno che non ha capito o che non ha imparato, possa realizzare, pensare ed immaginare: se uno non sa come fa a realizzare cosa?
Immagino che Ferrara, forte del suo appoggio a certi ambienti anglo-antlantisti, sia il megafono pubblicitario del nuovo sistema sociale al quale tutti saremo chiamati a rispondere. Ma Ferrara a parte, non è certamente la legge il suo enunciato, il presente-futuro della gioventù odierna è destinato ad essere molto difficile.

La società in cui esso si trova ad essere catapultato è semre più estremizzata, agguerrita, cannibalizzante, senza però offrire delle armi per difendersi, o per far valere i propri diritti, anzi i giovani e i lavoratori tutti hanno armi spuntate: è sufficiente un accordo sindacale per mettere sul lastrico migliaia di famiglie, oppure basta che un imprenditore abbia qualche idea delocalizzante che anni ed anni di esperienza e di lavoro vanno in fumo. In Italia rimarranno solo i lavori più semplici, quelli più banali dove la tecnologia – una volta fiore all’occhiello italiano – sarà come battere dei chiodi in una trave di legno o come spostare qualche sacco di patate da un luogo all’altro: non ci vuole mica una laurea per questi lavori, no?

Eppure i nostri figli hanno studiato, hanno speso anni in sacrifici dando il meglio di loro per poi non avere la contropartita agoniata: un posto dove poter lavorare.
Ma ne siamo certi che sia così? Crediamo veramente che i giovani abbiano sacrificato anni di studio? Pensiamo solo alle scuole medie superiori come vengono fatte le lezioni, a quante ore di vacanze vengono perse allo studio, alle interrogazioni annunciate (fatto assurdo!!), a compiti fatti con il computer o con l’assistenza di una tecnologia che schivizzerà ancor prima di capire come funziona. Pensiamo agli esami di maturità, alla qualità ed alla serietà con cui NON vengono fatti. Proviamo adesso ad andare alle università: ci sono corsi biennali e triennali e regolari, e in tutti l’alunno riceve una laurea che non serve a nulla, ma intanto è rimasto parcheggiato per anni, sulle spalle delle famiglie a non fare niente, anzi a creare valore sociale per quelle aziende che vedono nel giovane una fonte di guadagno infinita.

Il giovane si laurea e festeggia la sua entrata in società con gran baccano nella speranza che qualche azienda senta la sua offerta, e come lui altre migliaia. Troppo frastuono, non si capisce chi offre cosa e come. Meglio cambiar aria e le aziende, attente alle teste intelligenti, fanno cadere le loro scelte su quei pargoli che con spinte, capacità proprie o altro che dir si voglia, riescono a qualificarsi seriamente per aver percorso una strada irta di difficoltà. La massa, la mano d’opera culturalmente elevata al grado di babbeo, correrà invece a frotte ad accettare supinamente qualsiasi offerta venga loro proposta pur di galleggiare in questo mare di stronzi.

Possiamo incolpare queste persone? Possiamo giudicarli negativamente quando alle spalle della loro educazione, delle loro famiglie e della società in cui son venuti al mondo sono state gettate le basi per lo sfacelo culturale e sociale? Possiamo pensare che tutti devono essere laureati? Che senso ha che tutti abbiano la laurea o un diploma inutile? Perché una persona laureata o diplomata deve essere meglio di un idraulico, di un muratore, di un fabbro, di un contadino, di uno spazzino? Tutte queste figure sono parte integrante del sistema società e tutti concorrono al benessere comune. Il dottore, così come lo spazzino hanno la stessa valenza. Dove sta la dfferenza? Solo nel fatto che il dottore è capace di curare una ferita, ma il dottore senza il contadino, il muratore, lo spazzino non avrebbe successo e viceversa. Lo sporco, la mancanza di case e di cibo renderebbero la sua funzione totalmente inutile. Anche l’imprenditore è importante, ma ne più ne meno come la forza lavoro presso la sua azienda.

Perché allora esistono società in cui la responsabilità degli imprenditori è limitata ad una quota o ad un nulla? Perché permettiamo che vengano aperte le sedi legali delle società in paesi come Lussemburgo, la City di Londra, l’Isola di White, la Repubblica di San Marino o a Nizza, quando le attività della società sono svolte in Italia e non pagano un becco di un quattrino allo stato in cui lavorano? Perché il diritto societario è a vantaggio di pochi individui e lo stato non protegge i suoi lavoratori, ma difende a spada tratta gli evasori? Perché se un lavoratore viene licenziato e magari si trova nell’età di mezzo non trova più nessuno che lo impieghi nuovamente, ma nel contempo la ditta ha chiuso baracca, ha delocalizzato senza nessuna penalità per l’imprenditore? Dove sta la responsabilità sociale dell’imprenditoria?

E’ evidente che di fronte a queste domande molti abbozzeranno un sorriso sardonico, ma in cuor loro sanno che sono domande che nessun uomo politico o sindacalista porrà nell’arena politica, nessuno vuole perdere il seggiolone del potere. Nel frattempo la Cancellieri e tutto il gruppo tecnico-marpione si prepara al colpo di coda finale.

Buona fortuna a tutti.

Attacco all’oro dell’Italia

1 dicembre 2011 5 commenti

In tempi non sospetti (2009) la Cina provvedeva a ritirare alcune tonnellate di oro fisico per immagazzinarle nei suoi caveau e allo stesso tempo il governo cinese  spinse i suoi abitanti ad acquistare e a trasformare i propri risparmi in oro fisico liberalizzando  le procedure per l’acquisto. Il Venezuela in considerazione dell’andamento dell’oro e della speculazione in atto sul metallo, ha in mente la nazionalizzazione delle sue miniere e il rimpatrio delle 211 tonnellate d’oro presenti nelle mani degli anglosassoni (Bank of England, Banca dei Regolamenti Internazionali e JP Morgan). L’accusa della GoldMoneyNews è ovviamente contro questa decisione che potrebbe sovvertire il mercato del metallo, però è molto più facile pensare che la scelta di Chavez sia in linea con quella dei Cinesi, della Russia e dell’India che si stanno comportando allo stesso modo. La stessa Goldman Sachs annuncia che il prezzo dei metalli preziosi è destinato ad aumentare a causa della politica di aiuti finanziari  (Quantitative Easing) che la banca europa (BCE) e la Bank of England e la FED ed altre banche nazionali stanno pompando sul sistema finanziario e mantenere i proprio oro in mano di quelli che – una volta come adesso – erano pirati contro i quali spagnoli e portoghesi combattevano non è un’idea certamente saggia.

Non a caso in questa giornata frenetica le borse mondiali sono schizzate ad livelli da record proprio in funzione di alcune battute finanziarie messe in atto dal sistema bancario internazionale per tamponare e non per risolvere il problema attuale del debito mondiale.

Tra le quali la Banca Cinese che ha abassato di 50 punti base la riserva frazionaria delle banche passando da 21,5% a 21%; la Germania è disposta a fornire più risorse finanziarie al FMI attraverso prestiti bilaterali; in Usa nel mese di novembre gli occupati del settore privato in Usa sono cresciuti di 206mila unità, contro le 130mila previste in media dagli economisti; e le vendite negli USA di case esistenti a ottobre sono balzate del 10,4% contro attese di 2%.

Nella sostanza queste misure sono tutte indirizzate a fornire liquidità al mercato interbancario e come risultato quello di raffreddare, momentaneamente, la tensione sui titoli di stato. Opera questa utile nel breve, ma alla lunga sarà una valanga che travolgerà tutto e tutti, ma come dice qualcuno: vai con la coca e a forza di siringate di liquidità mantieni in piedi un mercato drogato.

A questo è però necessario dare anche uno sguardo agli attacchi avvenuti sui nostri titoli di stato che se da un lato hanno mostrato il lato più debole, dall’altro l’attacco si inserisce in una trama che non lascia spazio a molti se o ma. A tale proposito ho trovato interessante leggere  quanto scrive Attilio Folliero nel suo blog che raccomando e copio in parte:

L’Italia è un paese in crisi, in profonda crisi economica, con un debito pubblico praticamente impagabile, attorno al 120% del PIL e con le principali imprese del paese che a causa della caduta dei tassi di guadagno si stanno riubicando altrove, in zone che permettono guadagni superiori a quelli dell’Italia. Ma l’italia, pur in profonda crisi ha ancora tanti gioielli, molto appetibili e che le multinazionali anglo-americane sperano di “comprare” a prezzi stracciati.
Gli interessi dei globaloisti e degli anglosassoni puntano a privatizzare quanto c’è rimasto da privatizzare in Italia: dall’ENI, di cui una parte è ancora in mano allo stato, così come pure l’Enel, oltre a Finmeccanica, Fincantieri, Trenitalia, Poste, Televisione pubblica, Ospedali e centri sanitari all’avanguardia nella ricerca, Università, Scuole e imprese municipalizzate, come quelle dell’acqua e della raccolta dei rifuti. A tutto ciò va aggiunto che l’Italia possiede un ricco patrimonio paesaggistico e ambientale, decisamente invidiabile e un ricchissimo patrimonio artístico; in Italia è concentrato il 60/65% di tutti i beni artistici e archeologici dell’umanità.
A tutto questo va aggiunta una ulteriore ricchezza posseduta dall’Italia, di cui nessuno parla: il suo oro!
Nessuno ne parla, ma l’Italia ha la quarta riserva di oro del mondo, che allo scorso giugno ammontava a ben 2.451,80 tonnellate, che al prezzo odierno dell’oro equivale a circa 100 miliardi di euro. Solo FMI e due stati, USA e Germania, hanno riserve auree superiori alla riserva italiana. L’oro è un prodotto altamente strategico destinato a rivalutarsi fortemente nel futuro inmediato, per cui questa ricchezza è molto appetibile.
In questo momento, l’oro italiano è il principale obiettivo su cui hanno messo gli occhi i globalizzatori.
Quindi, l’Italia pur essendo un paese in forte crisi, possiede ingenti ricchezze. Come impossessarsi o meglio derubare queste ricchezze all’Italia ed al popolo italiano? Approfittando dell’enorme debito pubblico, i grandi predatori con l’aiuto dei propri rappresentanti all’interno del paese, ovvero i liberisti nostrani, gli stipendiati di Goldman Sachs, FMI, BCE, Federal Reserve, World Bank, WTO ed affini faranno pressione per ridurre il debito pubblico attraverso la privatizzazione, la vendita, ovviamente a prezzi fortemente scontati, dei beni sopra citati. Come già successo con la privatizzazione delle grandi banche statali, ad esempio, negli anni novanta, lo stato incasserà delle somme che andranno ad incidere in minima parte sulla riduzione del debito, ma allo stesso tempo l’Italia perderà definitivamente i grandi guadagni che queste imprese producono.
La privatizzazione, come insegna la storia, non è mai servita a risolvere i problema di un paese, anzi li ha ingigantiti. Pertanto, nei prossimi anni l’Italia andrà incontro a problemi economici moltio più gravi. Il mancato introito dei guadagni derivanti dalle imprese pubbliche privatizzate, la riduzione della spesa pubblica e lo smantellamento del welfare state, dello stato assistenziale, ma anche l’incremento della disoccupazione e la riduzione dei consumi accentuerà la crisi, che porterà alla chiusura di ulteriori imprese; tutto ciò si ripercuote ovviamente anche sugli introiti dello stato, dato che si determina una riduzione del gettito fiscale, una riduzione delle imposte dirette ed indirette e per conseguenza lo stato avrà sempre meno soldi da distribuire. Come insegna la storia recente, per esempio dell’Argentina o dell’Ecuador, per restare all’America Latina, la conseguenza diretta sarà una inevitabile esplosione sociale, placabile solo con la repressione, con la forza ovvero con una dittatura.
Il futuro dell’Italia appare sempre più nero ed inveitabilmente il popolo italiano sarà costretto a riprendere la via dell’emigrazione.
Come mai gli attacchi a Berlusconi, uno dei massimi rappresentati del capitalismo italiano? Berlusconi, da quando è al governo, fra una orgia e l’altra non ha avuto il tempo di continuare con la svendita del patrimonio italiano, occupandosi esclusivamente degli affari suoi, ovvero di come risolvere i propri problema giudiziari. Ai globalizzatori ha concesso poco, certamente molto meno di chi lo ha preceduto e quindi è normale che sia attaccato. Berlusconi, però dovrebbe comuqnue essere ringraziato dai globalizzatori anglo-aemricani, perchè con la sua política ha contribuito non poco ad incrementare il debito pubblico italiano, dando quindi una grossa mano ai globalizzatori che sulla base del forte debito pubblico, lasciato in eredità anche da Berlusconi, potranno chiedere a gran voce che si proceda con la massima urgenza alla privatizzazione di tutto quanto è possibile svendere.
Ricordiamo che Berlusconi, la prima volta che arriva al Governo era stato preceduto da Carlo Azeglio Ciampi, e questi poco dopo essere diventato capo del governo, il 30 giugno del 1993 nomina un Comitato di consulenza per le privatizzazioni, presieduto da Mario Draghi, uomo Goldman Sachs, non a caso, oggi, arrivato alla presidenza della BCE.
Ciampi aveva proseguito la svendita del patrimonio italiano iniziata dal socialista Giuliano Amato, braccio destro di Craxi (inspiegabile miracolato dai giudici che provvidero a far piazza pulita della classe politrica italiana di allora) e dal “lottizzatore” democristiano Romano Prodi; Romani Prodi venne così definito, per il suo comportamento quando era presidente dell’IRI, da Franco Bechis in un articolo pubblicato su Milano Finanza: “Prodi, all’Iri, lottizzò come un democristiano“.
Sul tema delle privatizzazioni in Italia, invitiamo ancora una volta a leggere l’articolo di Eugenio Caruso su Impresa oggi: “Iri tra conservazione e privatizzazioni
Insomma l’attacco al Cavaliere si spiega perchè non è considerato all’altezza dei suoi predecessori privatizzatori e quindi si preme per un immediato ritorno di questi.
L’attacco all’italia è finalizzato al furto del suo oro, del suo enorme patrimonio ambientale, artístico e archeologico e delle imprese pubbliche dai grandi guadagni.
A chiusura voglio menzionare quanto James G. Rickards, uno che vorrebbe il ritorno al “Gold Standard” e che in 35 anni di attività ha costruito il Fear Index che misura la confidenza nazionale di uno stato in relazione alla massa monetaria in circolazione, alle riserve auree detenute ed al suo valore di mercato che dichiara: “Since its formation (si parla della Federal Reserve, nda.) in 1913 it has failed to maintain price stability, failed as a lender of last resort, failed to maintain full employment, failed as a bank regulator and failed to preserve the integrity of its balance sheet.”
C’è altro da aggiungere?
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