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Posts Tagged ‘Gran Bretagna’

Omissioni Pilotate Parte 2

18 luglio 2013 3 commenti

Sembra quasi che ci si rincorra, ma dando uno sguardo in rete scopro che la pagina di Libero è quasi una copia di quello che ho scritto proprio ieri. Sarà un caso, un evento fortuito, accidentale, ma tant’è!

libero

Nella realtà appare chiaro che gli autori dell’articolo che è il seguito di molti altri sulle faccende kazake evidenziano in maniera chiara il tentativo di mettere in cattiva luce le attività che le nostre aziende stanno portando avanti in quel paese. E’ una lotta in cui il parassita si incunea per togliere il sostegno necessario al fine di garantire una perdita totale dei nostri investimenti in quel paese.

In un momento come questo, che durerà per ancora molto tempo, sapere che ci sono persone, strutture politiche e di governo che agiscono contro gli interessi italiani è sinonimo di alto tradimento contro la sovranità nazionale e contro gli interessi del paese Italia.

ILVA, solo bestie!

27 novembre 2012 2 commenti

Continua indefessamente l’attività terroristica dei giudici di Taranto contro gli interessi nazionali, sociali ed economici di una parte dell’industria italiana. E’ stato confermato il licenziamento senza preavviso di 5.000 dipendenti dell’ILVA (Ex IRI svenduta alla famiglia Riva). Purtroppo, come sempre accade in Italia, si guarda solo all’aspetto più facilmente suscettibile di critiche: ambiente (che va tanto di moda quando si tratta di nascondere altri misfatti).

Quello che più ci si chiede: dove stanno le grandi sigle sindacali della CGIL della UIL, della CISL. In altri tempi avrebbero rovesciato un paese e  avrebbero tappezzato le città con oceaniche manifestazioni. Adesso tutti zittini, ricurvi nelle loro sedi a bofonchiare cose inudibili e nessuno si muove. Nel frattempo 5.000 famiglie dovranno fare i conti con dissesti economici, finanziari. Ma ai sindacati, oltre a vociare parole senza senso, non resta altro. C’è come l’impressione di un accordo condiviso con i grandi attori della questione e che per tranquillizzare le persone, usino le solite melliflue proteste, insignificanti e per nulla incisive.

Mi domando poi se quei giudici di Taranto, studiosi di Cicerone (mi auguro che l’abbiano studiato profondamente),  hanno mai considerato questi aspetti sociali, perché il sospetto viene per la loro indifferenza e nella totale assenza di ratio societatis et humanitatis e della magnitudo animi (Cicerone): quelli non sono operai, dipendenti, impiegati con famiglie, figli. Sono solo bestie da scaricare al primo macello aperto!

Il problema è ambientale, si dice, ma se fosse così, come accaduto nella zona della Rhur, le soluzioni ci sono. I tedeschi ci sono riusciti ed hanno bonificato l’intera zona rendendola un giardino. Cosa abbiamo noi italiani che non riusciamo a fare meglio degli altri? Inettitudine, pigrizia, oppure forze nascoste che spingono per la chiusura definitiva dell’ILVA, soppiantandola con altri mostri a discapito della salute del benessere sociale.

Guerra alla Libia con settecento super bombe italiane

24 febbraio 2012 2 commenti

Guerra alla Libia con settecento super bombe italiane

“Le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l’Aeronautica Militare italiana l’impegno più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale”.
È orgogliosissimo il Capo di Stato maggiore delle forze aeree, generale Giuseppe Bernardis.
giovedì 12 gennaio 2012, di Antonio Mazzeo

L’Italia repubblicana ha conosciuto i teatri di guerra dell’Iraq, della Somalia, del Libano, dei Balcani, dell’Afghanistan e del Pakistan, ma mai avevamo sganciato tante bombe e tanti missili aria-terra come abbiamo fatto in Libia per spodestare e consegnare alla morte l’ex alleato e socio d’affari Muammar Gheddafi. Una guerra record di cui però è meglio non andare fieri: secondo i primi dati ufficiali – ancora parziali – i nostri cacciabombardieri hanno martoriato gli obiettivi libici con 710 tra bombe e missili teleguidati. Cinquecentoventi bombe e trenta missili da crociera a lunga gittata li hanno lanciati i “Tornado” e gli AMX dell’Aeronautica; centosessanta testate gli AV8 “Harrier” della Marina militare. Conti alla mano si tratta di quasi l’80% delle armi di “precisione” a guida laser e GPS in dotazione alle forze armate. Un arsenale semi-azzerato in poco più di centottanta giorni di conflitto; il governo ha infatti autorizzato i bombardamenti solo il 25 aprile 2011 (56° anniversario della Liberazione) e la prima missione di strike (nda: bombardamento) in Libia è stata realizzata tre giorni dopo da due caccia “Tornado” decollati dall’aeroporto di Trapani Birgi. “Le munizioni utilizzate dalle forze aeree italiane sono state le bombe GBU-12, GBU-16, GBU-24/EGBU-24, GBU-32, GBU-38, GBU-48 e i missili AGM-88 HARM e Storm Shadow, con una percentuale di successo superiore al 96%”, elenca diligentemente lo Stato Maggiore dell’AMI. Inutile chiedere cosa o chi sia stato colpito nel restante 4% degli attacchi dove sono state sganciate più di trenta bombe di “precisione”.

Dettagliata è invece la descrizione del documento “Unified Protector: le capacità di attacco dell’AM” (6 giugno 2011) sulle caratteristiche tecniche di questi strumenti di distruzione e di morte. “I sistemi d’arma a guida laser sono stati sviluppati negli anni ‘80 con i primi test eseguiti dalla Lockheed Martin e sono stati utilizzati nei più recenti conflitti, dalla guerra del Golfo alle operazioni sui Balcani, Iraq e Afghanistan”, scrivono i comandanti delle forze aeree. “La GBU-16 è un armamento a guida laser Paveway II, basato essenzialmente su bombe della serie MK83 da 495 Kg. Della stessa famiglia di ordigni fa parte la GBU-12 (corpo bomba MK82, 500 libbre). La GBU-24 è invece un armamento basato essenzialmente sia sul corpo di bombe della serie MK da 907 Kg. che delle bombe penetranti BLU-109 modificate con un kit per la guida laser Paveway III. Sviluppato per rispondere alle sofisticate difese aeree nemiche, scarsa visibilità e limitazioni a bassa quota, l’armamento consente lo sgancio a bassa quota e con una capacità di raggio in stand off (oltre 10 miglia) tale da ridurre le esposizioni”. Ancora più sofisticate le bombe GBU-24/EGBU-24, guidate con doppia modalità GPS e laser ed usate “per distruggere i più resistenti bunker sotterranei” e le GBU-32 JDAM (Joint Direct Attack Munition) da 1.000 e 2.000 libbre, che possono essere lanciate in qualsiasi condizioni meteo, sino a 15 miglia dagli obiettivi, “per ingaggiare più target con un singolo passaggio”.

“Lo Storm Shadow è un missile aviolanciabile con telecamera a raggi infrarossi a guida Gps che può colpire obiettivi di superficie in profondità, a prescindere dalla difesa aerea, grazie alle sue caratteristiche stealth”, recita il report dell’Aeronautica. Sviluppato a partire dal 1997 dalla ditta inglese MBDA, il vettore è lungo cinque metri, pesa 1.300 Kg, ha un raggio d’azione superiore ai 250 km e può trasportare una testata di 450 kg. “È utilizzabile contro obiettivi ben difesi come porti, bunker, siti missilistici, centri di comando e controllo, aeroporti e ponti. La carica esplosiva è infatti ottimizzata per neutralizzare strutture fisse corazzate e sotterranee”. Le coordinate del target e la rotta di volo dello Storm Shadow vengono pianificate a terra e successivamente inserite all’interno del missile durante la fase di caricamento sul velivolo. “Una volta lanciato, raggiunge l’obiettivo assegnato navigando in ogni condizione di tempo, di giorno o di notte in maniera assolutamente autonoma utilizzando gli apparati di bordo e confrontando costantemente la sua posizione con il terreno circostante”. L’altro missile aria-superficie impiegato dai caccia italiani è l’AGM-88 HARM (High-speed Anti Radiation Missile) della Raytheon Company, ad alta velocità e un raggio d’azione di 150 km, in grado di individuare e “sopprimere” i radar nemici.

Secondo il generale Bernardis, nei sette mesi di operazioni in Libia, “i velivoli dell’Aeronautica Militare italiana hanno eseguito 1.900 missioni con oltre 7.300 ore di volo, pari al 7% delle missioni complessivamente condotte dalla coalizione internazionale a guida NATO”. Attacchi e bombardamenti sono stati appannaggio dei cacciabombardieri “Tornado” versione IDS (Interdiction and Strike) del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) e dei monoreattori italo-brasiliani AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Per la “soppressione delle difese aeree” e il controllo della no-fly zone sono stati impiegati i “Tornado” ECR (Electronic Combat Reconnaissance) del 50° Stormo di Piacenza, i cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo di Trapani-Birgi e gli “Eurofighter 2000” del 4° Stormo di Grosseto e del 36° di Gioia del Colle (Bari). “L’AMI ha pure impiegato i velivoli da trasporto C-130 “Hercules”, i tanker KC-130J e Boeing KC-767 per il rifornimento in volo e, nelle ultime fasi del conflitto, gli aerei a pilotaggio remoto Predator B per missioni di riconoscimento”. Sui cieli libici hanno pure fatto irruzione un velivolo G.222VS “per la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” e un C-130 per quella che è stata definita dal comandante di squadra aerea, Tiziano Tosi, come una “PsyOP – Psycological Operation”, finalizzata a “influenzare a proprio vantaggio la coscienza e la volontà della popolazione interessata”. Su Tripoli e altre città libiche sono stati lanciati centinaia di migliaia di volantini, il cui testo è stato concordato con il Comitato nazionale provvisorio di Bengasi. “La Libia è una e la sua capitale è Tripoli”, il titolo. “Vi chiediamo di unirvi tutti e prendere la decisione giusta e saggia. Unitevi alla nostra rivoluzione. Costruiamo a Libia lontano da Gheddafi. Libia unificata, libera, democratica”.

Quasi tutti i velivoli da guerra italiani sono stati schierati sulla base aerea di Trapani nell’ambito del Task Group Air Birgi, da cui dipendevano anche gli aerei senza pilota Predator B, operanti però dallo scalo pugliese di Amendola. Pisa e Pratica di Mare, gli aeroporti per le operazioni dei velivoli da trasporto o rifornimento. “Le operazioni d’intelligence, sorveglianza e ricognizione sono state effettuate grazie alla disponibilità di speciali apparecchiature elettroniche Pod Reccelite in dotazione ai “Tornado” e agli AMX”, scrive ancora lo Stato Maggiore. “Sugli oltre 1.600 target di ricognizione assegnati ai velivoli italiani, sono state realizzate più di 340.000 foto ad alta risoluzione, mentre circa 250 ore di filmati sono stati trasmessi in tempo reale dai Predator B”. Le missioni di attacco al suolo sono state pianificate e condotte “contro obiettivi militari predeterminati e definiti, o contro target dinamici nell’ambito di aree di probabile concentrazione di obiettivi nemici”. Probabile, dunque e non certa la concentrazione degli obiettivi militari. E gli effetti collaterali si confermano elemento integrante delle strategie di guerra del Terzo millennio… I condottieri dell’Aeronautica Militare forniscono infine la percentuale delle ore di volo relative alle differenti tipologie di missione: il 38% ha riguardato pattugliamenti e “difese aeree” (DCA); il 23% attività di “sorveglianza e ricognizione” (ISR); il 14% l’attacco al suolo contro “obiettivi predeterminati” (OCA); l’8% la “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (SEAD); un altro 8% il rifornimento in volo (AAR); il 5% la “ricognizione armata e l’attacco a obiettivi di opportunità” (SCAR); il restante 4% “la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” (ECM). Come dire che ogni quattro velivoli decollati, uno serviva per colpire, ferire, uccidere.

Anche la Marina militare ha fornito dati numerici sull’intervento dei propri mezzi in Libia. Otto aerei a decollo verticale AV8 B Plus “Harrier”, stazionati sulla portaerei “Garibaldi”, hanno effettuato missioni di interdizione ed attacco per complessive 1.223 ore, utilizzando i missili aria-aria a guida infrarossa AIM-9L “Sidewinder”, quelli a medio raggio a guida laser “AMRAAM”, gli aria-terra “Maverick” e le bombe del tipo Mk82 ed Mk20. Una trentina gli elicotteri EH-101, SH-3D ed AB-212 assegnati ad Unified Protector, per complessive 3.311 ore di volo. Tremila e cinquecento gli uomini e le donne imbarcati su due sottomarini (“Todaro” e “Gazzana”) e quattordici unità navali (tre delle quali, “Etna”, “Garibaldi” e “San Giusto”, utilizzate in periodi diversi come sedi del Comando per le operazioni marittime NATO).

Come se non bastasse, i vertici delle forze armate fanno sapere che l’80% circa delle missioni aeree alleate sono partite da sette basi italiane (Amendola, Aviano, Decimomannu, Gioia del Colle, Pantelleria, Sigonella e Trapani Birgi). “In questi aeroporti, l’Aeronautica Militare ha assicurato il supporto tecnico e logistico, sia per gli aerei italiani sia per i circa 200 aerei di undici paesi della Coalizione internazionale (Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Francia, Giordania, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Turchia), schierati sul territorio nazionale. In sostanza, il personale e i mezzi della forza armata sono stati impegnati in maniera continuativa per fornire l’assistenza a terra, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, l’alloggiamento del personale, ecc.”. Piattaforma avanzata per il 14% di tutte le sortite aeree di Unified Protector lo scalo siciliano di Trapani, da cui sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale. Dalla Forward Operating Base (FOB) di Birgi, uno dei quattro centri di cui dispone la NATO nello scacchiere europeo, hanno operato anche gli aerei radar AWACS, “assetti essenziali alle moderne operazioni aeree per garantire una efficace capacità di comando e controllo”. Lo Stato Maggiore AMI ricorda infine “l’importante supporto di personale specializzato nel campo della pianificazione operativa offerto ai vari livelli della catena di comando e controllo NATO, attivata in tutta Italia”, all’interno del Joint Force Command di Napoli e del Combined Air Operation Center 5 di Poggio Renatico (Ferrara).

No comment invece sul costo finanziario sostenuto per le tremila missioni e le oltre 11.800 ore di volo dei velivoli italiani impiegati nella guerra alla Libia. Possibile però azzardare una stima di massima tenendo conto delle spese per ogni ora di missione dei cacciabombardieri (secondo Il Sole 24Ore, 66.500 euro per l’“Eurofigher 2000”, 32.000 per il “Tornado”, 19.000 per l’F-16, 11.500 per il C-130 “Hercules” e 10.000 per l’“Harrier”). Prendendo come media un valore di 20.000 euro e moltiplicato per il numero complessivo di ore volate, si raggiunge la spesa di 236.220.000 euro. Vanno poi aggiunti i costi delle armi di “precisione” impiegate (dai 30 ai 50.000 euro per le bombe a guida laser e Gps, dai 150.000 ai 300.000 per i missili “intelligenti”). Limitandosi ad un valore medio unitario di 40.000 euro, per le 710 munizioni sganciate sul territorio libico il contribuente italiano avrebbe speso non meno di 28.400.000 euro. Così, solo per “accecare” radar, intercettare convogli e bombardare a destra e manca abbiamo sperperato non meno di 260 milioni. Fortuna che c’era la crisi.

Fonte: Girodivite

I veri segnali della democrazia americana.

4 febbraio 2012 Lascia un commento

In un mondo dove le cose belle sono relegate e le cose brutte nascoste:

NON salvare il soldato Needahm

«Me lo sogno ancora. Ho visto dei bambini… dei corpi di bambini fatti a pezzi, bruciati e mutilati, vedere delle donne morte e delle donne mutilate ti cambia per sempre». (John Needham, luglio 2009)

John Needham

  John Needham

John Needham è morto nel 2010 per un’overdose di farmaci. Nel 2008 aveva pestato a morte la sua compagna, Jacqueline Villagomez. Questo giovane uomo, sportivo, un bravo ragazzo, era uscito dalla guerra dell’Iraq ferito mentalmente e fisicamente. La sua trasformazione si è verificata durante il suo anno da militare prestato in un’unità dai metodi perlomeno dubbi. Dopo un tentativo di suicidio da militare, è stato ferito alla schiena e portato in un ospedale in Germania. Dopo una serie di interventi chirurgici ha preso un’infezione e quindi gli è stato scoperto un tumore della dimensione di un pompelmo. Nel 2007, ha scritto alle autorità competenti una lettera che parlava dei metodi dell’unità 2-12, con lo scopo che venisse accusata di crimini di guerra. La lettera «si perse» – non c’è dubbio alcuno – volontariamente fino a quando un documentarista non ha prodotto un video di 47 minuti, un’intervista con il padre di John, nella quale cercava di chiarire la vicenda (On the Dark Side in Al Doura- A Soldier in the Shadows).

ATTENZIONE!! L’ARTICOLO CONTIENE FOTO MOLTO CRUDE Leggi tutto…

La guerra contro l’Iran, massiccio ammasso di truppe e navi nello stretto di Hormuz.

3 febbraio 2012 Lascia un commento


Le mosse politiche di Barak Obama in questi ultimi mesi sono tutte finalizzate alla rielezioni e sopratutto a non deludere quella parte molto importante dell’elettorato Usa che favorì la sua elezione nel 2009. Stiamo parlando della frazione ebraica americana, quello molto vicina agli interessi israeliani, molto importante ed influente con infinite ramificazioni in tutti i settori chiave dell’economia, della finanza e del governo americano, sia nella fazione repubblicana che in quella democratica.

Nel fatti di tutti i giorni, le mosse prese da Obama alle richieste israeliane di fare la guerra all’Iran, dimostrano che il presidente americano si trova tra l’incudine ed il martello: da un lato quelli che vorrebbero la cancellazione dell’Iran con un attacco rapido, immediato e definitivo e dall’altro quelli che invece, pur concordi per la soluzione militare, preferirebbero percorrere la linea delle sanzioni e della diplomazia per arrivare ad un risultato vincente. Due fazioni appartenenti alla stessa radice ebraica-sionista che spesso si confondono.

Il caos regna sovrano, sarebbe il caso di dire, ed è proprio in questo caos che Israele non perde minuto per bacchettare la politica estera di Obama, per i suoi tentennamenti e la sua prudenza. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak affermavaOggi, a differenza del passato, si è diffusa convinzione internazionale che è di vitale importanza impedire all’Iran di diventare ‘nucleare‘”, è ovvio che la convinzione internazionale al quale si riferisce Barak, è quella anglo-americana e dei suoi alleati europei come Francia ed Inghilterra.
Convinzione però che non convince né la Cina, né la Russia e tanto meno l’India. Nazioni queste che contano, messe assieme, una massa di individui pari a circa 3 miliardi (42% della popolazione mondiale) , ma come è abitudine degli israeliani “nelle scelte da attuare qualsiasi opzione non deve essere scartata”, perché se le sanzioni dovessero fallire, e falliranno a causa dei veti imposti da Cina e Russia e India, “l’unica strada percorribile dovrà essere quella militare”. Dichiarazioni fatte (guarda caso) poco dopo un viaggio compiuto dal capo dei servizi israeliani Tamir Pardo in Usa per discutere dei programmi nucleari dell’Iran con alti funzionari militari americani.

Adesso anche gli americani pensano ad una eventuale probabilità che Israele possa sferrare un attacco tra la primavera e l’inizio dell’estate tanto che “Panetta ritiene che ci sia la forte possibilità che Israele colpisca l’Iran ad aprile, maggio o giugno – prima che l’Iran entri in quella che gli israeliani descrivono come una ‘zona di immunità’ per iniziare a costruire una bomba nucleare“.  In America si stanno infatti portando avanti misure di sicurezza militaristiche come la nuova legislazione contro gli stessi cittadini americani e il controllo dei luoghi di culto islamico come le moschee, probabilmente come prevenzione agli atti di ribellione che la popolazione americana potrebbe attuare per l’eventuale intervento in Iran.
Nel contempo, mentre i creduloni festeggiano l’abbandono delle forze Usa dall’Iraq, in silenzio sono state ammassati oltre 50.000 truppe   nell’isola di Socotra e Masirah nel golfo di Oman a poche miglia dallo stretto di Hormuz, in attesa di un rinforzo di altre 50.000 previste per marzo che stazioneranno nel Kuwait.

E come non bastasse per marzo è previsto l’arrivo della Enterprise, accompagnata da due navi della Marina USA, il sottomarino nucleare USS Annapolis ed il cacciatorpediniere USS Momsen, entrati nel Mar Rosso attraverso il Canale di Suez. La Lincoln e la  Vinson sono già dislocate nell’area del Golfo di Oman e del Golfo Persico. Quello che appare comunque strano è la presenza della Lincoln, portaerei vecchia ormai destinata ad essere smembrata tanto che a marzo ed aprile è previsto il suo ritorno in patria per il suo disarmo.

Lincoln a parte, si stanno concentrando in quella zona delicatissima del golfo persico una tale quantità di armi e uomini che non sono semplicemente una dimostrazione di forza, come alcuni vorrebbero farci credere, ma che lasciano presagire dei tempi in cui la follia umana sarà al servizio della morte. I nostri uomini di potere, asserviti ad un dogma incomprensibile, ci stanno accecando con manovre politiche, sindacali, economico e finanziarie che spingono le persone a rimanere in uno stato di limbo. Nessuno mette al corrente degli avvenimenti che si stanno profilando, nessun giornale o tv sembra interessata a discutere fatti che se accadranno cambieranno per anni la faccia della terra e la nostra vita. Tutti a discutere delle più stupide ed inutili cose e nessuno a puntare il dito su atti e decisioni politiche prese a tavolino da gruppi di potere indifferenti dell’Umanità.

PS.

A completamento di quanto sopra il seguente articolo è molto illuminante: Obama’s Drift Toward War With Iran

Questioni di petrolio?

31 gennaio 2012 5 commenti

La politica americana nei riguardi dell’Iran è ormai di dominio comune. Le sanzione economiche, finanziarie e politiche che gli Stati Uniti stanno attuando per una guerra voluta dai poteri finanziari e dal braccio armato di Israele, stanno portando l’intero mondo occidentale – specialmente per l’Europa – ad una condizione molto simile, se non peggiore, di quella che accadde negli anni 70 con la crisi petrolifera.

Le sanzioni americane, ma sopratutto quelle europee, ricattate dai grandi gruppi di interesse, hanno portato ad escludere dalle transazioni economiche qualsiasi rapporto con l’Iran: dal petrolio, all’oro, ai diamanti ed altri metalli preziosi.
Alla stessa banca centrale iraniana (di stato) sono stati chiusi i rubinetti dei pochi impegni economico-bancari che aveva in Europa. Sembra una situazione di non ritorno per gli iraniani, impegnati a dimostrare la loro buona fede nei programmi nucleari, ma invece contrastati dagli occidentali certi che il programma nucleare iraniano abbia finalità non solo pacifiche, ma eminentemente militari.

Ci sarebbe da chiedersi se anche fosse così, quale potrebbe essere il problema, ovvero sappiamo che Israele ha all’incirca 300 testate atomiche pronte, con un raggio di copertura che arriva a lambire la Gran Bretagna, così come sappiamo che altre nazioni mediorientali posseggono queste armi nucleari come il Pakistan – ormai però non più sotto l’occhio benevolo degli anglo-americani e quindi soggetto a continui attacchi dell’esercito americano per la presunta presenza di terroristi di Al-Qaeda – o come l’India.

Nei fatti l’Europa blocca la porta alle importazioni di petrolio dall’Iran e l’Italia che ne importa il 13,3% del suo fabbisogno, dovrà rivolgersi ad altri fornitori accettando supinamente i prezzi imposti. Nel solo marzo del 2011 l’Italia aveva aumentato le sue importazioni petrolifere dall’Iran dell’80%, contrariamente alle richieste Usa di chiudere i rapporti economici, per un valore di 77,8 milioni di tonnellate a causa della guerra con la Libia.
Siamo alle solite: il padrone dell’occidente, gli Usa, ordina ai suoi sudditi europei di bloccare qualsiasi iniziativa di scambi commerciali ed essenziali per la nostra bilancia energetica, favorendo nel contempo quei produttori allineati al pensiero atlantista che non si farà certamente perdere l’occasione di incrementare i prezzi. Già vediamo quanto costa un litro di carburante per dubitare di questo, in 3 anni un aumento di oltre il 70%.

E’ senza dubbio irresponsabile il commento di Giulio Terzi, nostro ministro degli Esteri, che in una nota ha definito la diminuzione dell’approvvigionamento del petrolio iraniano assolutamente trascurabile “L’impatto per l’Italia dovrebbe (nda. ma lo sa o non lo sa?) essere assolutamente trascurabile, vorrei dire nullo”. Dovrebbe spiegare il ministro dove andrà a colmare la differenza e sopratutto da chi. Ma siccome questo è un governo di tecnici e non politici forse da tecnico, ex ambasciatore negli Usa, ha una corsia preferenziale per le melliflue parole di Obama.

E’ evidente anche ad un cieco che se sommiamo la perdita avuta con la guerra in Libia (-38%) e quella che si sta profilando contro l’Iran (-13%), l’Ialia ha perduto nell’arco di un anno una grossa fetta delle sue importazioni di petrolio e di commesse già sottoscritte e siglate con l’Eni. Come dice il ministro l’impatto è trascurabile, anzi nullo. Ancora una volta mi chiedo e sarei curioso di sapere, qual’è il senso della nullità che questo personaggio intravvede nella perdità di rifornimenti. Ma noi siamo il solito paese dei qua-qua-qua, tante chiacchiere e pochi fatti, mentre gli altri, economicamente meno disastrati di noi, sapranno sfruttare quetsa situazione per estrometterci da quel mercato che è l’ossigeno principale per la nostra economia.

Ma siccome il mondo è fatto anche di altre persone lo stesso Capo Esecutivo della Royal Dutch Shell, Peter Voser, afferma che le sanzioni europee devono essere studiate attentamente e che le ripercussioni sui prezzi ricadranno sui consumatori europei senza un minimo di preavviso portando di conseguenza le economie ad un loro rapido decadimento. Ma, come ci dice il nostro ministro Terzi,  “…l’impatto dovrebbe essere trascurabile, vorrei dire nullo!

La platea mediatica che ci circonda è comunque talmente impregnata di falsità che ci stanno accecando con i fumi delle gesta del nostra amato presidente Napolitano, il quale esorta le forze politiche a cercare un nuovo sistema politico, e mentre le sue bacchettate vanno a personaggi e ad un sistema a “certi” non appropriato, le sue parole rimangono vuote, invece, quando a fare affari con l’Iran non è più l’Italia o l’Europa, ma la Inghilterra di Cameron (noto fiancheggiatore sionista), il quale ha aperto la strada alla British Petrolium, esclusa dall’applicazione delle sanzioni contro l’Iran, per il commercio del petrolio iraniano. La motivazione di questo favoritismo è dovuta dalla forte valenza anti russa dell’operazione. «Le nostre sanzioni – spiegano fonti del Congresso Usa – devono infliggere il massimo della sofferenza economica agli iraniani senza consentire alla Russia di tenere ostaggio l’Europa orientale per le forniture energetiche».

E’ strano ‘sta mondo, gli anglo-americani esortano l’Ue di non fare affari con l’Iran, mentre loro stessi si accordano nelle commesse petrolifere…è strano no?

Il fuoco della Moby Prince e le acque del Giglio sulla Concordia.

29 gennaio 2012 3 commenti

L’Italia che affonda, che è tratta in salvo da un personaggio discutibile, vale certamente la vignetta su esposta, ma anche le idee di una persona che ha, follemente, esaltato una certa metafora:

Avendo ambizioni di follia, mi permetto queste riflessioni.
Nell’aprile del 1991 il Moby Prince, in seguito ad un incidente, andò a fuoco. Morirono tutti, passeggeri, comando ed equipaggio, ad eccezione di un mozzo, che si salvò a nuoto tuffandosi nelle acque infuocate (refusi mnemonici mi suggerirebbero di cercare nella mitologia o nella fantasia romanzesca qualcosa di analogo, e trarne il significato simbolico).

Con il senno del poi, potrebbe essersi trattato di un disastro rituale, propiziatorio. Infatti l’anno successivo, nel 1992, a bordo del Panfilo Britannia, alcuni politici e banchieri italiani (e soprattutto stranieri) decisero la svendita dei gioielli dell’Italia stessa, in sostanza, ne “bruciarono” le ricchezze. Non soltanto, nel rogo, vi perì, al pari del Moby, anche la classe dirigente politica italiana, fatta fuori dallo scandalo di Mani pulite. Il Moby non affondò, e neppure la nave Italia affondò, ma da allora, non fu mai più quella di prima.

Dopo anni passati a leggere sulla massoneria, posso dire che il disastro del Costa Concordia riporta tutti i simbolismi tipici del disastro massonico rituale. Anzitutto, tecnicamente, da qualunque punto la si guardi, sembra un disastro voluto, più che un errore umano. Navi di quel tipo sanno in ogni istante dove sono e cosa c’è attorno a loro, sia sopra che sotto alla superficie dell’acqua. Si tratta di un disastro impossibile se non appunto voluto. Ciò ricorda assai da vicino la situazione economica della nave Italia, che soltanto per volontà precisa affonderà, perché i presupposti per una navigazione serena ci sono tutti. Simbolicamente è affondato un gioiello della marina civile da crociera, e se affonderà l’Italia affonderà un gioiello di cultura, storia, economia, industria ed ambiente.

Ad affondare il Concordia è l’isola del Giglio, ed il giglio è uno dei simboli dei Rosacroce, e la massoneria firma sempre le proprie azioni. Se nave Italia avrà d’affondare economicamente, sapremo che è stata opera del giglio, cioè dei Rosacroce. Il disastro avviene di venerdì 13, dove il 13 riveste significato simbolico preciso (mi vien da dire che il 13 sta per “giustizia”, ma non ricordo bene e dovrei andare a verificare). Da segnalare la dissimulazione del disastro in atto. Le voci rassicuranti del “governo” della nave, che minimizzano e tendono ad imputare ad un incidente “tecnico” momentaneo la situazione d’emergenza venutasi a creare. Questo sia verso i passeggeri che verso la capitaneria di porto, cioè sia verso l’interno, che verso l’esterno della nave, dissimulazioni che riecheggiano quelle fatte dal governo sia verso i cittadini, che verso l’Europa.

Ciò ricorda profondamente la situazione della nave Italia, dove si lascia intendere che il momento di crisi, per quanto grave, sia passeggero, dove si nega che la crisi sia profonda ed irrisolvibile, checché se ne dica. La confusione all’interno della nave durante il disastro è totale, il “governo” della nave praticamente assente, anzi si salva per primo e si rifiuta di tornare sulla nave. Ciò significa che se l’Italia dovesse affondare, il “governo” sarà assente, tenterà di tranquillizzare la gente senza avere le redini della situazione “tornate nelle vostre cabine” darà disposizioni errate ed in ritardo, e non tutti coloro che diligentemente si adegueranno agli ordini si salveranno. Anzi, dirò di più, la nave Italia verrà governata in modo che non potrà più navigare i mari ma sarà soltanto un relitto alla fonda, metà sommersa quindi divisa in due, tra chi potrà salvarsi e chi invece si trova sott’acqua ed annaspa annegando… un’Italia lacerata da conflitti sociali, dove la “concordia” sarà persa per sempre, relitto inerme che verrà vampirizzato ad ondate successive.

Il rito non è ancora terminato. Vedremo se la concordia affonderà nei fondali profondi, o se verrà recuperata e, in tal caso, se restaurata o demolita. La teoria del disastro rituale si basa su indizi che possono fornire un orientamento, ma non sono di certo probatori. Non è poi detto che un rito, per quanto riuscito bene, sarà affrancato dai fatti reali. Sempre più credente nel nostro Dio cattolico, inizio ad intravederne l’opera tra le nebbie della razionalità. Se la nave finirà in fondo al mare, o se verrà demolita, il suo ricco bottino sarà vampirizzato, e ciò costituirà la fine del rito. Serbatoi, suppellettili di valore, arredi, tutto ciò che sarà asportabile sarà vampirizzato dal concordia per andare ad arricchire altre navi. Nella teoria del “rito” ciò significa che l’Italia verrà quindi “svenduta” pezzo a pezzo a multinazionali o società straniere, ridotta ormai a stato coloniale.
Si potrà obbiettare che si tratta di una lettura simbolica degli avvenimenti, ma il linguaggio massonico si fonda tutto sul simbolismo.

Più chiaro di così…

fonte: vega

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