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La guerra contro l’Iran, massiccio ammasso di truppe e navi nello stretto di Hormuz.

3 febbraio 2012 Lascia un commento


Le mosse politiche di Barak Obama in questi ultimi mesi sono tutte finalizzate alla rielezioni e sopratutto a non deludere quella parte molto importante dell’elettorato Usa che favorì la sua elezione nel 2009. Stiamo parlando della frazione ebraica americana, quello molto vicina agli interessi israeliani, molto importante ed influente con infinite ramificazioni in tutti i settori chiave dell’economia, della finanza e del governo americano, sia nella fazione repubblicana che in quella democratica.

Nel fatti di tutti i giorni, le mosse prese da Obama alle richieste israeliane di fare la guerra all’Iran, dimostrano che il presidente americano si trova tra l’incudine ed il martello: da un lato quelli che vorrebbero la cancellazione dell’Iran con un attacco rapido, immediato e definitivo e dall’altro quelli che invece, pur concordi per la soluzione militare, preferirebbero percorrere la linea delle sanzioni e della diplomazia per arrivare ad un risultato vincente. Due fazioni appartenenti alla stessa radice ebraica-sionista che spesso si confondono.

Il caos regna sovrano, sarebbe il caso di dire, ed è proprio in questo caos che Israele non perde minuto per bacchettare la politica estera di Obama, per i suoi tentennamenti e la sua prudenza. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak affermavaOggi, a differenza del passato, si è diffusa convinzione internazionale che è di vitale importanza impedire all’Iran di diventare ‘nucleare‘”, è ovvio che la convinzione internazionale al quale si riferisce Barak, è quella anglo-americana e dei suoi alleati europei come Francia ed Inghilterra.
Convinzione però che non convince né la Cina, né la Russia e tanto meno l’India. Nazioni queste che contano, messe assieme, una massa di individui pari a circa 3 miliardi (42% della popolazione mondiale) , ma come è abitudine degli israeliani “nelle scelte da attuare qualsiasi opzione non deve essere scartata”, perché se le sanzioni dovessero fallire, e falliranno a causa dei veti imposti da Cina e Russia e India, “l’unica strada percorribile dovrà essere quella militare”. Dichiarazioni fatte (guarda caso) poco dopo un viaggio compiuto dal capo dei servizi israeliani Tamir Pardo in Usa per discutere dei programmi nucleari dell’Iran con alti funzionari militari americani.

Adesso anche gli americani pensano ad una eventuale probabilità che Israele possa sferrare un attacco tra la primavera e l’inizio dell’estate tanto che “Panetta ritiene che ci sia la forte possibilità che Israele colpisca l’Iran ad aprile, maggio o giugno – prima che l’Iran entri in quella che gli israeliani descrivono come una ‘zona di immunità’ per iniziare a costruire una bomba nucleare“.  In America si stanno infatti portando avanti misure di sicurezza militaristiche come la nuova legislazione contro gli stessi cittadini americani e il controllo dei luoghi di culto islamico come le moschee, probabilmente come prevenzione agli atti di ribellione che la popolazione americana potrebbe attuare per l’eventuale intervento in Iran.
Nel contempo, mentre i creduloni festeggiano l’abbandono delle forze Usa dall’Iraq, in silenzio sono state ammassati oltre 50.000 truppe   nell’isola di Socotra e Masirah nel golfo di Oman a poche miglia dallo stretto di Hormuz, in attesa di un rinforzo di altre 50.000 previste per marzo che stazioneranno nel Kuwait.

E come non bastasse per marzo è previsto l’arrivo della Enterprise, accompagnata da due navi della Marina USA, il sottomarino nucleare USS Annapolis ed il cacciatorpediniere USS Momsen, entrati nel Mar Rosso attraverso il Canale di Suez. La Lincoln e la  Vinson sono già dislocate nell’area del Golfo di Oman e del Golfo Persico. Quello che appare comunque strano è la presenza della Lincoln, portaerei vecchia ormai destinata ad essere smembrata tanto che a marzo ed aprile è previsto il suo ritorno in patria per il suo disarmo.

Lincoln a parte, si stanno concentrando in quella zona delicatissima del golfo persico una tale quantità di armi e uomini che non sono semplicemente una dimostrazione di forza, come alcuni vorrebbero farci credere, ma che lasciano presagire dei tempi in cui la follia umana sarà al servizio della morte. I nostri uomini di potere, asserviti ad un dogma incomprensibile, ci stanno accecando con manovre politiche, sindacali, economico e finanziarie che spingono le persone a rimanere in uno stato di limbo. Nessuno mette al corrente degli avvenimenti che si stanno profilando, nessun giornale o tv sembra interessata a discutere fatti che se accadranno cambieranno per anni la faccia della terra e la nostra vita. Tutti a discutere delle più stupide ed inutili cose e nessuno a puntare il dito su atti e decisioni politiche prese a tavolino da gruppi di potere indifferenti dell’Umanità.

PS.

A completamento di quanto sopra il seguente articolo è molto illuminante: Obama’s Drift Toward War With Iran

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Banche Italiane Disponibili a Rifinanziare Debito Greco

22 giugno 2011 Lascia un commento

In una nota d’agenzia di stampa si legge che le banche italiane sono pronte a rifinanziare il debito greco. Bella mossa!

Nella realtà – come molti purtroppo sanno – rifinanziare un debito significa spostare nel tempo la scadenza, rimanendo comunque accese le linee di debito con quel debitore che vuol dire incassare gli interessi e tutti gli oneri accessori che il debito ha innescato.

Il futuro della Grecia, ma potremmo dire il futuro dell’Europa e delle varie nazioni che la compongono, è in mano ad un gruppo di manigoldi in giacca e cravatta, con il doppio petto, che attendono il momento proprizio per dare una spinta al cadavere ormai in fase di putrefazione verso la fossa. Non c’è via di scampo, sempre che la Grecia non cerchi altra via d’uscita e non faccia come ha deciso di fare l’intelligente Islanda che ha mandato alle ortiche i creditori inglesi e sue consorelle.

Non a caso, i veri fautori del fallimento dell’Europa: gli inglesi, stanno sostenendo la politica della Dracma, ovvero spingono a che la Grecia esca dall’euro con le cause che possiamo immaginare.

Siamo quindi alle solite e prepariamoci che anche l’Italia avrà da mostrare i suoi attributi se li ha mai avuti.

Libertà! Un grido disperato da Israele

9 maggio 2011 Lascia un commento

 Il richiamo della patria, della Sacra Patria, della terra tanto  agognata, della terra promessa da Dio è irrinunciabile per tutti quelli che dalla diaspora si sono sparsi nel mondo. Il ritorno, il poter mettere nuovamente le radice in quella terra è per molte persone di fede ebraica la conclusione di un ciclo di vita.

Così non è però per altri, per quelli che in quella terra “promessa” e rubata ai suoi proprietari hanno dovuto scontrarsi con le regole di una società permissiva, “democratica” e fedele ai concetti più stretti di razza.

La discriminazione esercitata in quel paese è cosa nota a tutti, nonostante pochissimi media siano capaci di evidenziare i fatti come stanno e non edulcorati attraverso il filtro della collusione e della connivenza.

In quel paese, palesemente “democratico”, una persona ha deciso di chiedere la revoca della sua cittadinanza per i maltrattamenti subiti, per l’incarcerazione durata 18anni e per le vessazioni continuate dopo la sua liberazione. Quest’uomo è Mordecahi Vanunu, ricercatore nucleare che anni fa, in una conferenza stampa, indicava pubblicamente che Israele stava acquisendo materiali nucleari per costruire il suo arsenale atomico (300 testate atomiche che Israele ha sempre negato di avere). Per queste rilevazioni fu rapito a Roma dai servizi segreti del suo paese e suppongo anche con la compiacenza dei nostri, portato in Israele e lì condannato senza appello a 18 anni nel carcere Askelon, molti dei quali trascorsi in isolamento.

La fortuna di una nuova legislazione israeliana, approvata il 22 aprile di quest’anno, permetterà, ce lo auguriamo tutti, a Mordechai di poter  ritornare ad essere un umo libero come è diritto di ogni essere umano.

Fonte: urukunetvanunu

Israele prepara di attaccare l’Iran.

4 maggio 2011 2 commenti

Qualche giorno fa postavo sui vari motivi dell’attacco unilaterale alla Libia delle forze europee e degli Usa. I motivi, per quello che potrebbero a prima vista sembrare, sono abbastanza ovvi a tutti anche perché decantati dalla stampa occidentale più o meno allineata: petrolio, ricchezza in oro della Banca Nazionale Libica, l’esclusione del dollaro come moneta di riferimento sui pagamenti del petrolio.

Ora, alla luce di alcune notizie, e forse perché volutamente sfuggito dalla gran cassa mediatica, il vero obbiettivo di tutto questo sembra essere un’altra cosa: la vera roccaforte dell’Islamismo, l’ultimo baluardo delle tradizioni islamiche (non allineate agli Usa e Gran Bretagna): l’Iran.

Ma cosa sarebbe successo di così grave da concepire una cosa del genere?

Nella realtà sappiamo tutti che da anni Israele cerca l’appoggio americano per radere al suolo l’Iran; sappiamo che la politica americana ed israeliana è imperniata sul pericolo che le centrali atomiche in Iran siano usate per la fabbricazione delle bombe atomiche, dimenticando che Israele ha almeno 200 testate atomiche e che un tecnico israeliano Mordechai Vanunu è rimasto in galera per anni per aver rivelato al mondo la presenza di queste testate; sappiamo che molte volte le varie amministrazioni americane hanno sostenuto a piene mani la politica israeliana attraverso sanzioni e blocco dei rapporti commerciali con l’Iran; sappiamo che gli Usa hanno un’economia ormai ridotta al lumicino e nonostante le sparate dei loro economisti la realtà cruda è che il 90% degli stati americani è in banca rotta; sappiamo anche degli sforzi che sta facendo Obama per dare il contentino ai democratici ed ai repubblicani per mantenere la sella del potere; sappiamo pure che le condizioni mondiali della rinascita economica è fallita prima ancora di iniziare (la Cina, il maggior produttore mondiale ha già alzato i suoi tassi di interesse prima di tutti gli altri!!). Queste le premesse.

Nel contempo avvengono cose che potrebbero essere digerite senza opposizione circa le rivolte, più o meno colorate, che si sono svolte nei paesi arabi: Yemen, Sudan, Bahrein, Egitto, Tunisia, Algeria, Siria, Marocco, senza dimenticare l’Iraq, l’Afghanistan ed il Pakistan in perenne stato di agitazione. Dall’altra parte del mondo l’Indonesia (stato al 90% di fede islamica) è sotto la minaccia di terremoti, maremoti e rivoluzioni spesso sedate con violenza e nel sangue.

Il mondo islamico è tutto in subbuglio e questo nell’arco di pochissimo tempo, ma il vero fulcro sul quale le forze sembrano concentrarsi è e rimane l’Iran.

Le motivazioni potrebbero essere molteplici sia che si cerchi una spiegazione economica, militare e/o geo-strategica e forse tutte hanno dei punti in comune che nel nuovo ordine mondiale che si va delineando l’islam non accetta che vi sia usura sul denaro prestato, così come lo non voleva anche il cattolicesimo nelle sue forme più pure in passato, e a tutt’oggi è quella religione che applica questa regola. Questo potrebbe essere un validissimo motivo per i giganti della finanza [Inter-Alpha Group, FMI, Banca Mondiale, BIS o dei vari grandi gruppi bancari come Citigroup Inc (Usa) – Icbc (Cina) – Bank of America (Usa) – Hsbc Holdings (Uk) – JP Morgan Chase (Usa)181 – Unicredit Group (Ita) – Ubs (Ch) – Royal Bank of Scotland (Uk) – Wells Fargo (Usa) – Mitsubishi Ufj Financial (Jap) – Bnp Paribas (Fr) – Banco Santander (Sp) – Wachovia (Usa)] e della gestione del denaro mondiale: chi controlla i flussi di denaro controlla i popoli.

Inoltre la situazione attuale delle economie “occidentali” globalizzate sono allo sbando. LEAP/E2020 in Geab 54 prevede per l’autunno di quest’anno una crisi sistemica profonda e dolorosissima che al confronto quella del 2007/2009 ne è stato solo un piccolo assaggio. “la prossima tappa della crisi sarà davvero il “gravissimo collasso del sistema economico, finanziario e monetario mondiale”, e che questo storico fallimento avverrà nell’autunno del 2011. Le conseguenze monetarie, finanziarie, economiche e geopolitiche di questo “gravissimo collasso” saranno di proporzioni storiche, e faranno vedere la crisi dell’Autunno del 2008 per quello che essa era nella realtà: un semplice detonatore.”

I problemi sul tavolo quindi appaino gravissimi e irrisolvibili: come si fa a cancellare un debito di una nazione senza che i creditori non ne risentano? Pensiamo a quanto ammonta il debito Usa, a quello Europeo dei vari stati e l’Italia non è da meno, ovviamente. Debiti immensi che nessuna nazione sarebbe in grado di pagare, debiti così grandi che nessuna attività reale potrebbe mai sanare. Sembrano cose fantascientifiche, ma è la realtà e supera di molto le fantasie degli scrittori. Il problema, da questo punto di vista, è sicuramente irrisolvibile: alcuni paventano la corsa al rialzo dei tassi, ma è la misura stessa ad essere un’arma a doppio taglio. Il debito Usa schizzerebbe alle stelle e i famosi T-Bond sarebbero, come già lo sono, carta straccia. Il principale detentore del debito Usa, la Cina, si sta guardando attorno con estrema cautela, diversificando con investimenti multimiliardari pagando in dollari Usa e questo lascia spazio, per poco, ad una minima rivalutazione della moneta americana nel breve periodo. Ma più in là nessuno si azzarda a fare previsioni: nebbia totale e pericolo di scogli affioranti. La barca economico e finanziaria mondiale della sfrenata globalizzazione che molti hanno voluto, sta adesso viaggiando a vista senza nessun riferimento e sopratutto perché, a mio avviso, il gioco è diventato così grande e complesso che anche i loro fautori non sanno più da che parte indirizzare gli sforzi per evitare il collasso finale, inevitabile!

Le premesse, dal mio punto di vista, sembrano sempre più chiare e a questo punto del “guado” gli esploratori non sanno più cosa fare: ritornare indietro è impossibile, ma attuabile; rimanere fermi ed attendere è catastrofico; andare avanti non da nessuna sicurezza di quello che si incontrerà, poiché il peso che stiamo portando è sempre più gravoso. Il fiume si sta ingrossando e l’onda di piena a monte arriva sempre più in fretta. In questi frangenti la soluzione migliore è buttare tutto quello che si ha sulle spalle, nuotare più velocemente possibile seguendo la corrente del fiume in maniera diagonale così da raggiungere la riva ed un riparo sicuro. Questa la teoria di sopravvivenza, ma nel mondo geo-politico-economico-finanziario non è proprio così, anzi di solito le soluzioni sono per lo più quelle che vengono attuate tra bambini: le sberle. Sì le sberle che in questa occasione vedono la via d’uscita da tante grane e da tanti problemi. In parole povere: guerra.

Nel passato ce ne sono state a iosa, tante e poi tante ed hanno anche aiutato proprio quegli stati che nella guerra hanno visto la soluzione dei problemi economici, finanziari e sociali. Ce le hanno fatte passare per guerre d’invasione, di libertà, di giustizia di religione o di altre cavolate assurde, ma nella realtà in tutte queste attività s’è attuato quello che è normale che avvenga tra esseri umani: voglio avere quello che tu hai, anche a costo della tua vita (come i bambini da prendere a ceffoni che dicono: è miooooo!). E’ inutile nascondersi dietro a dei panegirici assurdi, il fatto concreto è che l’uomo è il peggior virus che mai mondo abbia ospitato e la sua indole violenta, vendicatrice e sanguinaria prevale sempre.

Ricapitoliamo: gli Stati Uniti non possono e non vogliono entrare in un conflitto che degeneri successivamente in una rivoluzione interna a casa loro, perché già molte sono le insofferenze che in Usa si vivono. La costruzione di centinaia di Campi costruiti e messi a punta dalla FEMA e da alcuni centinaia di migliaia di “coffins” (bare) con una capienza tale da farci stare dalle 4 alle 5 persone dovrebbe far pensare molto. Però non se ne parla e addirittura la FEMA nel suo sito avverte che questi campi (di sterminio aggiungo io) sono stati realizzati per aiutare la popolazione americana in caso di stragi batteriologiche (???). Nella realtà le attività belliche sono già in atto, sotto forma più “umana”: combattere il narco traffico dell’America del Sud e spostare una buona parte dei suoi interessi in un’area più locale anziché europea. Questo non distoglie però le aziende di produzione militari e del relativo indotto a produrre per quei/quel paese che ne fosse interessato (Israele), con il risultato di incrementare la propria ricchezza e di dare un’alea di benessere sociale localizzato, ma mai più trainante. Dall’altro, i paesi coinvolti nel prossimo conflitto vedrebbero lo scenario molto più da vicino che non gli Usa, fatto salvo che qualcuno in Cina e in Russia non intenda diversamente, sarà da vedere. Nel frattempo Israele ha già piazzato molti velivoli alla base di al-Asad in Iraq (F-15, F-16, F-18, F-22, e KC-10), e una fonte molto vicina al gruppo di Muqtada al-Sader hanno visto questi stessi aerei effettuare esercitazioni al fine di colpire obbiettivi iraniani presso la base israeliana di Dov, la più grande di Israele dopo quello di Ben Gurion.

Lo stesso Nicolas Hopton, Direttore del Foreign Office International Security Directorate, ha tenuto una conferenza in Brasile il 22 marzo in cui enfatizzava la necessità di applicare delle sanzioni all’Iran per prevenire “uno scenario molto pericoloso” come quello che Israele sta preparando per bombardare l’Iran.

I vari paesi, potenzialmente alleati dell’Iran in virtù della religione sono oramai ridotti a fantocci in mano delle potenze straniere americane europee ed israeliane. Solo una per ora resiste accanitamente (la Siria), ma costantemente vengono inviati agenti americani e squadre specializzate per innescare quel processo che ha visto capovolgere le dittature negli altri paesi arabi. Tra tutti quelli che potrebbero essere in coalizione con l’Iran potrebbero essere: Siria, Turchia, Russia e Cina. Dal mio punto di vista ho molti dubbi sull’intervento cinese e russo, fatto salvo che lo potrebbero attuare solo con forniture militari, ma in questi casi il voltafaccia e d’obbligo, perché Cina e Russia anche se ultimamente si sono legati con faraonici progetti in Siberia, dall’altro hanno ancora dei conti in sospeso per la Manciuria e parte della Mongolia.

Siamo in un tempo che non vedrà mai più nel breve termine dei prossimi dieci anni un sole di pace e di benessere, ma dolore e immani sacrifici. A questo proposito mi vengono in mente le parole del nostro comunista presidente della repubblica Italiana che nell’incontro per i festeggiamenti dei 150 dell’unità d’Italia a New York affermo che “ci aspettano tempi molto duri, sopratutto per l’Italia, ma ce la caveremo…”

Quello che ho visto in Libia.

28 aprile 2011 2 commenti

Moltissimi dei nostri inviati, se così possiamo chiamarli, li vediamo solo ed esclusivamente dalla parte delle forze ribelli; mai nessuno della Rai, del Giornale, del  Corsera o La Repubblica che invece impieghino i propri inviati nelle fila di chi viene contestato per mostrare la realtà che vanno asserendo. D’altronde anche durante il massacro di Gaza non c’era nessuno dalla parte dei palestinesi a parte i soliti utopisti com Arrigoni o quelli che credono in valori che non siano solo il profitto.  Qui uno scritto di Paolo Sensini in cui è descritto un suo recente viaggio in Libia, dove ha preso parte alla The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya. Leggetelo, ne vale la pena!

Quello che ho visto in Libia

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. Lignoranza è forza»

George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta rivolta delle popolazioni libiche. Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.

È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo Paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di faraone. Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».

La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.(un caso l’attentato di oggi? ndr.)

Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro lumanità» (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che vìola in maniera patente la Carta dell’ONU. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la delega agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla no-fly zone, che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’ONU può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo VII della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta primavera araba. Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi Paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere senza se e senza ma i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i fratelli musulmani provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris I, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani il 1° settembre 1969.

O, per essere ancora più precisi, come continua sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran parte da appartenenti ad Al-Qāida. Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei SAS, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni Paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.

Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della Coalizione dei volenterosi, in accordo con USA e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.

Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no – senza alcuna intenzione di detronizzare il dittatore, ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione Alba dellOdissea, che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.

È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a nostra insaputa». Anche il capo di Stato Maggiore britannico, sir David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo della coalizione perché la risoluzione dell’ONU «non lo consentirebbe».

La scelta degli alleati non può dunque che essere per i ribelli, così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una rivolta popolare, senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.

Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni Stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di addestrare gli insorti. Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.

La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.

Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da intervento umanitario?

Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone». Una notizia di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya, considerati una sorta di CNN del Vicino e Medio Oriente. Parliamo quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite del Qatar e di Dubai.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di 10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un fatto indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi presentate le immagini di supposte fosse comuni in cui erano stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i bombardamenti ordinati dal dittatore pazzo e sanguinario. Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti.

Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli attentati terroristici di Al-Qāida dell11 settembre 2001.

Non poteva dunque che essere così anche in questo caso, dove la prima versione mediatica propalata con solerzia gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei 10.000 morti e del genocidio compiuto dal dittatore pazzo e sanguinario senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso messaggio.

Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé, quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu, nient’altro che complottismo.

Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della sinistra in quasi tutte le sue declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme – alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva anche la voce infondata su ipotetici campi di concentramento o lager destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente gli insorti di Bengasi, a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici volenterosi denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle stragi volute dal raìs.

La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il sud-est del Paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non certo di risentimento e ostilità della popolazione nei suoi confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle conseguenze inattese dellintervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo laggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto sullantimperialismo».

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di Ingegneria Elettronica. Questo territorio ospita la più grande tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52 Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta la più grande tribù della Tripolitania, dove si trova il 66% della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27%, il resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah (Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.

Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in corso una manifestazione contro l’aggressione della coalizione occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è AllahMuammarua Libiaua bas! ‘(Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque. Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leader occidentali che si sono distinti nell’aggressione umanitaria, come il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.

Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi tribù dei Warfalla, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro Paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i risultati a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante esportatore di democrazia vorrebbe replicare pure in Libia…

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché lItalia, dopo aver stipulato col nostro Paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo.

Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente emancipati rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro Paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato, quanto invece una ferma volontà di resistere con ogni mezzo. E anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per quanto possibile, in momenti di passione condivisa.

Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città, dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del proprio Paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.

Unico elemento davvero anomalo e per molti versi stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi Paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è prodiga.

Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni ONU che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di «10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti concretissimi.

Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti NATO hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.

La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e accertare di persona i seguenti punti:

  1. la reale dinamica dei fatti su come è nata la ribellione, fin da subito armata;
  2. quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della Giustizia libico Jelil;
  3. chi ha bombardato cosa;
  4. fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati;
  5. quante sono le vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei cosiddetti volenterosi, e così via.

«Eppure – insiste Ibrahim – linvio in Libia di una simile delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera Tomahawk (dal costo di $1,400,000, ndr), e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 (pari a $350.000.000, ndr) in questi giorni. Perché questa ipocrisia dellOccidente nei nostri confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che nessun Paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra popolazione?».

Ma una commissione internazionale di osservatori, nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita versione del dittatore sanguinario Gheddafi bombardatore e oppressore del suo stesso popolo. L’Occidente, o quel ristretto novero di Paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti Paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986 – in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i bombardamenti umanitari contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica, parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la vicinanza e laffetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi», come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra infiltrate anche nella capitale.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei fratelli musulmani e altri jihadisti stranieri tra i rivoltosi di Bengasi, alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza del contenzioso tra governo e ribelli che comunque, secondo la sua valutazione dell’intervento militare NATO nelle questioni interne libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile processo di pacificazione nazionale.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che «il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla NATO a Tajoura; che lunica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe»; che «i ribelli di Bengasi si sono macchiati di gravi crimini gettando il Paese nel caos».

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del Paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre quarantanni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi -, non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto, visto il panorama attuale del Vicino Oriente.

Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni Paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94%, mentre oggi oltre il 76% dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del Paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla costruzione di circa 647 mila case in tutto il Paese per una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà – chissà quando.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del Paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le evidenze raccolti dalla Fact Finding Commission durante le sue indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un lavoro sporco e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.

Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del PD, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla sinistra etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.

Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto dintendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli Stati canaglia, Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense The Washington Times. Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle Banche Centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dellintervento della NATO in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle Banche Centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.

«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 Paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai Paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca Africana d’Investimento, con sede a Tripoli; il Fondo Monetario Africano (FMA), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca Centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari USA, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6% al 2%;
effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli Stati africani, perciò il principale compito del FMA è promuovere gli scambi commerciali creando il Mercato Comune Africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del Franco CFA, la moneta che sono costretti a usare 14 Paesi, ex-colonie francesi.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystic’ della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di interventi umanitari, manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

Paolo Sensini

Punire i defincenti? No, i professori!!

18 febbraio 2011 Lascia un commento

Siamo alla frutta. Un’insegnante condannata in seconda istanza ad un anno di carcere per aver punito uno scolaro facendogli scrivere 100 volte “sono un deficiente“.

Il reato: “abuso di mezzi di correzione“, ovvero nella scuola italiana non è più possibile utilizzare sistemi di controllo e di punizione che non siano in linea con il sistema sfasciato della società italiana. Tutto è possibile, rompere, bruciare, andare a scuola con il cellulare, palpare le professoresse (che si fanno palpare), avere amplessi in aula ed altre amenità goliardiche.

Gli studenti ringraziano, ma nel futuro rimpiangeranno di non essere stati bacchettati sulle mani o sulle gambe e non per il piacere sadico di qualche professore, ma semplicemente perché si renderanno conto che i limiti devono comunque essere osservati e rispettati, oltre i quali entra in vigore la punizione. I criminali se compiono atti contro la società, sono puniti (quando accade, ma non sempre, no?) e così  quelli che sbagliano nelle scuole devono subire la punizione.

La sentenza “abuso dei mezzi di correzione” è anacronistica figlia del pensiero disfattista, quel pensiero colluso con le correnti liberiste, democratiche in cui tutto è permesso, anche il suo contrario; quelle correnti che hanno fatto l’Italia risorgimentale con l’aiuto massonico inglese e dei Savoia, quelle correnti colluse con la massoneria e con i poteri disgreganti l’unità nazionale. La scuola è allo sfascio  e la magistratura ne alimenta la distruzione costruendo un paradigma che mette le famiglie le une contro le altre.

Non si tratta di difendere chi è omosessuale o chi è contro, questo è un fatto secondario, perché a 11 anni quanti ragazzini e ragazzine possono essere scambiati per maschi o femmine, anche se oggi le cose sembrano totalmente ribaltate; no, non c’entrano gli omosessuali, ma la scuola, il sistema scuola, l’educazione scolastica che dovrebbe essere il primo gradino di formazione di uno stato serio, resposanbile, dove si formano i futuri cittadini, responsabili e civili nel rispetto delle regole di tutti.

E invece questa scuola, quella in cui i nostri figli sono condannati a frequentare, è l’arte della deresponsabilizzazione attuata a tutto tondo e chi si azzarda a riportare all’interno dell’alveo della responsabilità e del rispetto viene condannato al carcere.

E’ un sistema kafkiano, o tale e quale alla polizia del pensiero di orwelliana memoria.

Ruby, she needs to be so free…

17 febbraio 2011 Lascia un commento

…Don’t question why she needs to be so free...

Queste le parole di una famosa canzone dei Rolling Stones adatta alla attuale situazione del nostro Berlusconi.

Non chiedermi perché ha bisogno di essere libera“, ma nella realtà la povera “escort“, più propriamente venditrice delle sue pudenda, è parte di un disegno più volgare e ben delineato che alcuni signori hanno voluto innescare.

Una delle tecniche più conosciute è il “debunking“, ovvero quel sistema di delazione, calunnia e “sputtanamento” che porta l’opinione pubblica ad accettare quello che alcuni media scrivono, in rispetto dei loro padroni.

Berlusconi, troppo sensibile al pelo e tanto debole nelle sue scelte, probabilmente per l’età avanzata, non ha potuto resistere alle offerte di una giovane sgualdrina e la tela creatasi è stata tanto banale quanto volgare come gli ideatori che l’hanno creata.
Però, vogliamo scommettere che anche i più benpensanti non avrebbero resistito alle smaniose tentazioni di una ragazza così procace, ma lui è il capo del Governo, un rappresentante dell’Italia all’estero deve mantenere una rigorosa moralità: quale?

Già, quale moralità intendiamo portare avanti: quella dei vari Vendola, dei vari Fini che se la spassa con una donna che potrebbe essere sua figlia, oppure di quella parte dell’haute couture (alta moda) composta per lo più da recchioni e lesbicone assatanate? Oppure la morale deve essere quella più castigata dei vari amanti dei viados? Insomma il parco dei porci è molto variegato: dai cocainomani, ai pedofili (e ce ne sono!), ai recchioni incalliti, ai puttanieri, ai travestiti, ai sadomasochisti e chi più ne ha più ne metta: le mosche bianche, le vere rarità stanno proprio nell’eccentricità di Berlusconi di andare a puttane. Come? A puttane? Con tutti i culatta che ci sono NON può rompere la tradizione recchiona dei benpensanti.

Però lui, Berlusconi,  è sulla bocca di tutti, è il capro espiatorio del malessere italiano, delle frustrazioni e del fallimento della Seconda Repubblica (ma c’è mai stata una prima repubblica?), dell’ignoranza e della prepotenza e prosopopea degli arroganti. Lui non è l’unico, perché se andiamo a guardare chi sta con lui e contro di lui si farebbe fatica a distinguerne il colore. Tutti uguali, ma tutti dentro all’albio senza fine (per ora) dei profitti.

E’ penoso, umiliante per tutta quella classe di politici, intellettuali e persone che invece non condividono questa orgia per sentirsi accomunati alla morchia di questa cultura italiana e alle croste dell’innovazione del libero pensiero.

Purtroppo se si da uno sguardo al parco buoi della camera e del senato non si riesce a fare una persona sana nemmeno prendendo i lati positivi di tutti messi assieme. Tutta fuffa, tutta gentaglia che come Crasso fece, sarebbe  da condannare alla crux patibulata, perché altro non potrebbero meritare. E’ noto infatti che i romani usavano questo tipo di supplizio solo per le classi più infime, per le persone spregevoli, per gli avanzi della società.

E invece no, la magistratura –  potere nel potere – ben foraggiata e nutrita dalla solita orda anglo-massonica, schiera tutte le sue armi per inchiodare un povero diavolo, uno che è stato messo lì, su quello scranno, proprio perché l’Italia di meglio non merita e non se lo poteva permettere. Avrebbero potuto mettere un Bersani, un D’alema, un Vendola o…ma chi altro c’è? Boh? Comunque hanno fatto eleggere quella specie di uomo che mostra all’Italia la vera stoffa della politica italiana: rabberciata, raffazzonata, sporca, intrisa di meschine alleanze, insomma la solita italietta che ai tempi di Mussolini pretendeva di conquistare il mondo…e che poi Piazza Loreto ha azzerato, lasciando però lo spazio alla voragine della democrazia, di quella che ha portato alla distruzione della famiglia, della società, delle aziende di stato, e alle liberalizzazioni quelle che hanno ingrassato alcuni personaggi che poco, molto poco vengono nominati.

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