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Un minuto di silenzio…dedicato

22 aprile 2013 3 commenti

rosabiancasngue

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Oggi in molte città italiane si sono svolte alcune maratone, a Padova, Messina e Genova. Tutte indistintamente hanno voluto commemorare le vittime della maratona di Boston. Un minuto di silenzio assordante.

Nessuna ha commemorato i massacri di Gaza che il non-stato compie da  anni come un aguzzino di un campo di sterminio; nessuno ha commemorato le vittime dei 456 bombardamenti italiani in Libia; nessuno ha commemorato le vittime degli “errori” delle forze Nato in Afghanistan; nessuno ha commemorato le migliaia di persone che vengono giornalmente macellate in Siria.

Questi morti sono spazzatura, umani differenziati, da dimenticare per far posto a quelli volutamente uccisi a Boston.

Nemmeno Papa Bergoglio ha mosso una parola per questi decine di migliaia di morti, nemmeno la chiesa giudaica di Roma ha mosso parole, nessuno.

Chi si merita il nostro voto?

10 febbraio 2013 1 commento

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Recentemente ho avuto modo di dare un’occhiata ai diversi simboli elettorali per capire quanti e chi fossero i concorrenti alla mensa italiana.  Già! Perché non crederemo mica che questi bei tomi abbiano a cuore il nostro benessere! Loro unico scopo mangiare, mangiare e mangiare. Molti, in ritardo, si sono accorti che alla mensa italiana si mangia bene, è una nostra prerogativa la buona cucina, e a frotte come mosche sulla m***, si stanno guerreggiando per avere il boccone migliore.

Ebbene i simboli riscontrati sono 215 con sfumature che vanno dal grottesco al comico e dal penoso al ridicolo. Una piccola carrellata per capire:

Partito Pirata – Pace Pane e Lavoro – Pensionati e Invalidi Giovani Insieme – Sacro Romano Impero Liberale Cattolico-Giuristi del Sacro Romano – Democrazia Atea – Nuovo Psi – Partito Pirata – Noi consumatori liberi da Equitalia – Nuovo Psi Liberal socialisti – Lista civica nazionale IO NON VOTO – Donne per l’Italia – Recupero Maltolto – Partito Internettiano – Fare per fermare il declino – Angeli della Libertà – Fratellanza Donne – Partito comunista italiano marxista lininista – D.N.A. Democrazia Natura Amore – Mondo Anziani – No alla chiusura degli ospedali – Movimento Eudonna – Forza Roma – Forza Lazio – Io amo l’Italia – Movimento Bunga Bunga – Dimezziamo lo stipendio ai politici – Micro, il Movimento delle microimprese – Gay di Destra – Lista civica Militia Christi – Il veliero – Io cambio – Voto di astensione – Disoccupati per l’Italia – Movimento mamme del mondo.

Come notate sono tantissimi, dai nomi esotici e assurdi, ma tutti aspirano ad entrare in quell’ agoniato luogo dove ogni soppruso ed ogni velleità di potere ha la sua sublimazione: il parlamento e il senato.

Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?!
Era l’incipit con il quale Cicerone scagliava le sue accuse contro Catilina nelle Catilinarie, ma erano altri tempi e gli avversari venivano rapidamente eliminati. Nella realtà Catilina non era un pazzo e furioso come lo dipingeva Cicerone, ma un uomo dai tratti forti ed a volte feroci che aveva a cuore la lealtà e il rispetto per le genti dell’Impero. Tutti potevano votare per il senato, ma con l’obbligo di farlo a Roma.  Catilina invece non era d’accordo e su questo impose la sua idea che le votazioni dovevano tenersi nei comuni sparsi nell’impero. La conseguenza di questa idea non era gradita al senato di Roma costituito per lo più da ricchi possidenti e patrizi di vecchia data che avrebbero visto svanire il loro potere se l’idea di Catilina avesse preso piede. Da qui le malversazioni, le diffamazioni, le trame, le accuse velate e poi sempre più aperte. Catilina era quindi l’elemento disgregante di quella costruzione clientelare che anche oggi abbiamo in Italia e le basi di questo le affermava dicendo che “La Repubblica ha due corpi: uno fragile (il senato), con una testa malferma; l’altro vigoroso (il popolo), ma senza testa affatto; non gli mancherà, finché vivo“.

Anni dopo la morte di Catilina leggiamo:  Cicerone ammetterà che Catilina aveva raccolto attorno a sé «anche persone forti e buone», offriva «qualche stimolo all’attività e all’impegno», e che in certi momenti era sembrato a Cicerone perfino «un buon cittadino, appassionato ammiratore degli uomini migliori, amico sicuro e leale». Catilina, ammetterà ancora Cicerone, «era gaio, spavaldo, attorniato da uno stuolo di giovani»; per di più, «vi erano in quest’uomo caratteristiche singolari: la capacità di legare a sé l’animo di molti con l’amicizia, conservarseli con l’ossequio, far parte a tutti di ciò che aveva, prestar servigi a chiunque con il denaro, con le aderenze, con l’opera…»

Vedete qualche differenza con quanto accade adesso? Anche in questi tempi abbiamo due corpi e una testa sola, quella del ciarpame politico che si arroga il diritto di governare senza averne la capacità di farlo. Un popolo, senza testa e senza spirito, totalmente avulso dai grandi progetti e dalle grandi idee, più chino ai problemi minuti del quotidiano che ad una visione più ampia della casa in cui vive.

Piccola pausa, ma non troppo…

6 agosto 2012 1 commento

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L’estate è al suo culmine e mi prenderò qualche giorno di riposo. Il caldo è insopportabile, ma non tanto per scoprire che Grillo dall’alto della sua saccenza non risparmia nemmeno le Olimpiadi: troppo nazionaliste.

La mina vagante di Grillo non accetta che una nazione, ancorché troppo sdolcinatamente festeggiante, abbia dei vincitori, no!
Tutti globalizzati, tutti appiattiti, tutti senza passato e senza presente. Grillo vuole solo mettere in pratica gli ordini di sua maestà britannica per meglio controllare questo popolo italiano, spesso servile e voltagabbana.

Povero Grillo, ma anche povera Italia finché produce questi personaggi non può meritarsi di meglio.

Aggiornamento del 10.08.2012 ore 8,57
Per fortuna che esiste anche una sportiva che ha risposto come si deve alle bordate di scemenza del Movimento 5 Stelle (mi ricorda tanto un movimento massonico, mah?!)

Diamo invece l’onore che spetta ai vincitori di queste olimpiadi, se non altro perché sconosciuti ai più che solo gli allori dei questo evento ci fanno conoscere, come Jessica Rossi, medaglia d’oro con 99/100, ma sopratutto ancora diciassettenne nel 2009, ha vinto il campionato italiano, il campionato europeo e il campionato mondiale di tiro.

Se i vari gazzetta dello sport fossero meno serve e meno venduti ai poteri che gestiscono quelle luride bische da 4 soldi del calcio e se avessero un pochino di amor per tutti gli sport, allora Grillo, che probabilmente non ha mai fatto nessuno sport se non quello di dare aria alla sua bocca, se ne ricrederebbe, forse!

Ingerenze statali nella vita sociale e politica

19 luglio 2012 Lascia un commento

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Ho avuto il piacere di scambiare alcune vedute con Resistenzaliberale su alcuni aspetti riguardanti la figura dello Stato in una società organizzata come potrebbe essere la nostra.

In un articolo di resistenza liberale avevo posto la questione che le leggi sono subordinate al potere, storicamente sedimentato, di alcune classi economiche e sociali. Nella mia idea di Stato quindi auspicavo al vigore dello stesso, basato però su concetti completamente diversi da quelli intesi da resistenza liberale, il quale sostiene la presenza dello Stato come accessorio, demandando al libero arbitrio la libertà di scegliere.

Sarebbe quindi necessario definire cosa è stato e cosa sono i suoi abitanti e che relazione vi sono tra gli uni e l’altro.

Nella forma primitiva, lo stato è definibile come un insieme di persone coese da idee comuni volte spesso al mutuo sostegno e reciproco aiuto. Sostanzialmente non si discosta molto dalle tribale associazioni simile a quella dei kibbutz, in cui l’osservanza di alcune poche regole è subordinata ad un ordine superiore, dettato da dio. Questo il caso del kibbutz, mentre nelle società meno permeate nella religione, come ad esempio alcune tribù del Mato Grosso o della Papua Nuova Guinea il rapporto degli individui di una collettività è funzione dell’apporto di ogniuno alla conservazione delle proprie tradizioni, della propria cultura ed usanze, in cui però spesso si inseriscono caratteri religiosi a sostegno delle scelte della comunità (Irenäus Eibl-Eibesfeldt: Liebe und Haß: Zur Naturgeschichte elementarer Verhaltensweise, Monaco 1970).

Anche in questo caso parlare di stato è improprio, perché siamo in una concezione allargata di famiglia/clan, ma di Stato nel senso della tradizione occidentale non c’è traccia. In epoca pre-romana avveniva che le prime città fossero costituite attraverso una formula barbarica, diremmo ora, che era il ver sacrum: veniva imposto ai giovani maschi l’espulsione dalla tribù e mandati a perdersi nelle foreste a conquistare nuove terre e quindi a costituire nuovi nuclei sociali.
Ed è proprio per una similitudine di questa tradizione che le espulsioni cedettero il passo, nel tempo, alle incorporazioni delle popolazioni conquistate, passaggio chiave per la realizzazione delle polis e successivamente della grandezza dell’Impero Romano.

Ora il passaggio dalle prime forme di società a quelle più complesse ed organiche è avvenuto nell’arco dei secoli con grandissimo dispendio di energie e soprattutto con enormi versamenti di sangue, spesso innocente, analfabeta e manipolato; tutto questo immane disastro umano può avere un significato che non sia il banale interesse materiale di qualche congrega di affaristi? Credo che esso,  al contrario invece nelle società più evolute, il concetto di stato come entità superiore oggi è visto come un corpo al di fuori della società stessa che lo costituisce, ed è quindi combattuto, e sovente ne viene travisato il suo più profondo significato che certamente non è la sua ingerenza nella vita dei singoli.

Ora, Stato, con la esse maiuscola (per me), è sopra di ogni cosa in senso laicista e filosofico. A tal proposito per capire l’essenza del pensiero che mi anima in questa risposta, vorrei consigliare di leggere un piccolo libretto di Padre Trolese sulla Saccisica (“I Benedettini e la loro attività agricola in Saccisica“), molto istruttivo e soprattutto “politicamente” attuale. Per un piccolo spaccato le attività benedettine si svolsero nell’arco di circa 900 anni, dal IX° al  XIX° secolo lavorando una superficie agricola con un’estensione pari a circa ettari 123.021,802. In quell’arco di tempo la comunità benedettina, in osservanza della loro regola in cui tutti partecipano al bene comune, realizzarono opere di bonifica e sistemazione fluviale ed agraria che nessun potente del periodo seppe attuare. Nemmeno lo stato al quale la comunità apparteneva, perché animato spesso da interessi personali più che sociali. Il lavoro era per tutti e tutti vi partecipavano, ognuno uno con le sue capacità e caratteristiche.
Per contro i frati contribuivano al benessere delle maestranze, diremmo oggi, con paga settimanale, alloggi dati in uso a tutti i lavoranti e famiglie. Veniva inoltre concesso il diritto d’uso, spesso e volentieri rinnovato ogni 3 anni, di coltivare i fondi bonificati al fine di mantenere un elevato ciclo produttivo che fosse di aiuto all’intera comunità. Non c’era nessun interesse di sfruttamento, come spesso la sinistra e i giacobini-massoni hanno più volte evidenziato (è da notare che la Corte Benedettina era spesso in contrasto con il vaticano stesso per la “troppa autonomia” e potere che la Corte esercitava, ma va anche sottolineato che il potere – denaro – era quasi completamente riversato alla comunità tramite la costruzione di case,  ospizi, di ostelli, strade, attrezzi di lavoro e costituzione delle botteghe necessarie a forgiare il necessario per le attività artigiani e agricole di raccolta e trasformazione), perché nel concetto benedettino le attività del singolo si riflettevano nella società e ogni manchevolezza di uno è un pezzo della unione che portava alla lunga allo sgretolamento della società stessa.

Ciò accadde ad opera della Repubblica di Venezia che con la sottrazione di immense quantità di terra alla Corte Benedettina la portò dal 600 e fino alla metà dell’800 ad una devastazione morale e fisica sfibrando quel collante che per secoli aveva retto e prodotto l’intero sistema agricolo e idraulico-fluviale del basso veneto che anche Venezia stessa aveva sfruttato.
Ora, a distanza di 200 anni, stiamo ancora vivendo dell’eredità di quei padri e delle famiglie e che vi morirono a causa della malaria devastante.

Lo stato quindi ha il dovere di difendere i più deboli, di aiutare l’economia e di indirizzare le scelte sociali ed economiche al fine di un migliore benessere sociale. Egli non è pervadente, ma attento e sorvegliante, lascia al libero arbitrio l’organizzazione della società e degli uomini che la compongono, ma indica il vettore sul quale indirizzare i propri sforzi.
I grandi progetti e le grandi idee sono totalmente assenti in questa bieca società ed anzi osteggiati dai vari gruppuscoli politici e sindacali (non mi riferisco al Ponte sullo Stretto che è un’opera inutile e dannosa per tutti, ma per esempio alla distruzione dei nostri porti commerciali, alla costruzione di una flotta mercantile che rivalerebbe  su quella di altre nazioni portando enormi guadagni e benessere per tutti).
Lo Stato è quindi attore primario in tutte le risorse per la vita dei suoi abitanti, nelle telecomunicazioni, e nei trasporti (marittimi, ferroviari e stradali), così come nei beni essenziali della popolazione: aria, luce, acqua ed energia. Lo Stato è attento nella libera istruzione così come nella sanità, ma è altresì oculato e feroce nelle manchevolezze; nei suoi organi, è costituito da individui liberamente assunti in funzione delle capacità e delle professionalità richieste nelle mansioni, ma non è garante in assoluto. Chi sbaglia paga.

Non è né uno stato socialista e nemmeno uno stato comunista, ma uno nel quale la funzione pubblica ha la determinante radice nel rispetto del bene comune, nella responsabilità individuale e nel rispetto della giustizia. Il privato, la impresa privata in questo contesto dovrebbe solo che gioire, proprio perché dietro alle sue spalle c’è un attento osservatore che non agisce per conto di qualche banda di manigoldi, ma è attento sorvegliante che le attività della libera impresa non ledano gli interessi della popolazione e favorisce quanti siano propensi allo sviluppo economico, commerciale e sociale dell’intera comunità. Ben vengano quindi le scuole private che parificate alle pubbliche, avranno il primo dovere, mai espletato oggi da nessuna scuola pubblica e tanto meno privata, di instillare nel cittadino il senso critico, il senso dell’osservazione e soprattutto il rispetto del diritto (jus) e la responsabilità individuale; ben vengano quelle iniziative private volte al miglioramento culturale per una più profonda “virtù” dell’individuo. Ben vengano i progetti che invochino gli aiuti di stato se finalizzati ad opere di interesse nazionale e sovranazionale, nel rispetto però, della tradizione e delle culture.

In questi ultimi 60 anni abbiamo ceduto il passo ai briganti, alla confusione, alle pastette ed ai brogli da sacrestia perdendo di vista l’importanza che una terra come la nostra potrebbe avere ed esercitare in uno scenario internazionale. Abbiamo scambiato la nostra cultura e tradizione millenaria per una manciata di denari e il risultato di questo baratto lo vediamo ora come nei passati ultimi 40 anni.

Democrazia digitale

L’attuale sistema democratico sente la necessità di raffinare le modalità con cui poter esprimere il suo potere e siccome in una democrazia il controllo è demandato alla funzione pubblica (forze di sicurezza) questa si avvale di tutti quei mezzi idonei di controllo che non “appaiano” invasivi e lesivi delle libertà personali e della riservatezza (privacy).

Infatti, come scritto altre volte, è sufficiente girare per le strade per scorgere decine e decine di telecamere di controllo, e nei punti nevralgici delle città l’occhio vigile controlla che non vi siano fenomeni violenti, che comunque accadono, ma che si risolvono, spesso, grazie alla presenza di queste telecamere.

I sistemi di controllo però non sono limitati alle riprese televisive, ma estesi ai controlli negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie, nelle autostrade, nelle banche e in tutti i movimenti che facciamo per pagare una cosa anziché un’altra, così come i cellulari, internet totalmente. Tutto, o quasi tutto, è controllato. Non scappa nulla.

Nonostante tutto questo controllo, appena percettibile, discreto è passato in sordina un provvedimento del decreto mille proroghe del Governo Monti. Si tratta dell’obbligatorietà dell’impronta digitale sulla carta d’identità. (Decreto 216 del 29.11.2011 – Art. 15). Nulla di strano, pare, poiché questa variazione di rifà ad un’altra variazione del Regio Decreto N. 773 del 18 giugno 1931, successivamente modificato con Decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112. In sostanza nel regio decreto viene descritto che l’obbligatorietà dell’impronta digitale verrà applicata su tutte le nuove carte a partie dal 1° gennaio del 2010, e successivamente prorogata, con il decreto mille proroghe, al 31.12.2012.

Cosa c’è di così tanto strano che nessuno ha alzato la voce? Beh! A dire il vero di strano c’è che le impronte digitali sulla carta di identità – una volta – erano obbligatorie per i delinquenti, per i criminali, e non per le persone comuni. Già questo dovrebbe bastare e siccome siamo in uno stato di democrazia, così dicono, tale obbligatorietà stride con il termine democrazia. Sostanzialmente, suppongo, si vuol creare un enorme database, stile americano. E’ facile quindi supporre come le forze di polizia, in possesso di questa enorme banca-dati, siano facilitate nello scovare i delinquenti, sicuramente quelli più stupidi, o meno attenti.

Però può accadere – è successo già molte volte – che in una scena di un reato vi siano impronte di persone estranee che verrebbero comunque investigate per escluderne il coinvolgimento, ma si troverebbero costrette a dover dimostrare l’estraneità con tutte le spese e i patemi d’animo in cui si troverebbero queste persone. Pensiamo, ad esempio, agli incaricati delle pulizie, a qualche impiegato, oppure ad un cliente qualsiasi: di punto in bianco si troverebbero chiamati al posto di polizia per dire cosa facevano, dove stavano, che relazione avevano con un certo avvenimento, e via dicendo, subendo tra le altre cose anche le pressioni che di norma vengono applicate in queste situazioni ai testimoni e/o ai sospetti. Gente che non c’entra nulla improvvisamente coinvolta in fatti a loro estranei, ma che devono essere assoggettai ai criminali e spesso senza le scuse delle forze di polizia a causa della presenza delle loro impronte!!

Già questo dovrebbe far urlare quei giornalisti che negli anni 70 strombazzavano parole senza senso come stato fascista, stato di polizia, ma adesso – vestiti di nuovo e sotto mentite spoglie – tacciano, si zittiscono e convengono nelle scelte, anche in quelle più antidemocratiche.

Fiat, Marchionne, Imprenditoria…e la società che fine ha fatto? (Parte I°)

7 ottobre 2011 Lascia un commento

A distanza di un anno esatto si ripete la commedia della Fiat e di tutto il suo gruppo dirigenziale: la Fiat si è autoesclusa dalla Confindustria e ha evidenziato molto chiaramente le motivazione della sua uscita:

  • Flessibilità del mercato del lavoro (pro domo sua)
  • Abrogazione dell’art. 18 del contratto dei lavoratori (pro domo sua)
  • Sindacati inconcludenti che fanno solo politica

L’addio ufficiale per Marchionne è il primo gennaio 2012.

Credo che commentare questo fatto sia inutile quanto superfluo, perché è necessario vedere le cose da due punti vista: quello imprenditoriale con le regole attuali e quello del mondo del lavoro, le cui regole verranno completamente ribaltate, permettendo il ritorno alle feroci battaglie degli anni 60/70.

L’imprenditore cerca solo una cosa: il profitto che si esprime in termini di vantaggi finanziari e di attività reali nel territorio. Le regole attuali – in Italia – non permettono seriamente ad un imprenditore di agire come meglio crede e nel momento delle sue scelte è subissato da una selva di regole di Stato, Regionali, Provinciali e Comunali, oltre ai limiti imposti dalla sanità, dalla legge 626 e da mille altri lacci e lacciuoli che nella pratica, se fossero tutti rispettati l’impresa non nascerebbe nemmeno. Questa purtroppo è un’amara realtà.

A tutti quelli che non ci credono provino a vendere delle uova fatte direttamente dalla gallina del contadino: vi trovereste a dover fare i conti con le Asl locali, con le denunce, perché qualche cretino di turno ha avuto una scarica diarroica e via dicendo, con i libri contabili del magazzino da mantenere sempre correttamente (quante uova ha fatto la gallina e quante ne ha covato e quante ne avete venduto), dovreste avere i certificati sanitari delle Asl per le pulizia dell’ambiente, quelli per le disinfestazioni, oltre ad una miriade di timbri, firme e controtrimbri dei vari ispettori.
Per sopperire a questo, il “regime” impone che si vendano solo le uova controllate e timbrate, quelle prodotte da galline alimentate industrialmente con mais transgenico (l’80% del mangime transgenico viene dagli Usa), quelle dei produttori controllati dalle grandi catene alimentari della distribuzione, alimentate con sementi contenti antiparassitari, erbicidi, pesticidi, antibiotici e scarti di produzione alimentare (carni, cascami delle macellerie e della catena alimentare umana). Quelle uova si possono acquistare, perché le Asl le riconoscono come sane e organoletticamanete idonee all’alimentazione umana. Voi le mangereste? Io no! A tal proposto si veda il Codex Alimentarius.

Eppure in questa miriade ingarbugliata di regole, leggi e imposizioni, l’imprenditore sopravvive con la spada di Damocle di aver sbagliato qualche denuncia, di aver omesso qualche fattura, di aver registrato qualche nota di spesa in un quadro sbagliato. Ci sono decine di contadini che di fronte a selve inestricabili di inutile cartaccia hanno preferito chiudere le stalle e dedicarsi solo alla coltivazione, triste, ma è così. Eppure un tempo non era così parossistica la cosa, gli imprenditori avevano la loro fetta di profitto e l’azienda riusciva a produrre distribuendo il guadagno anche alle forze lavoro che contribuivano al suo sviluppo. Così ha funzionato per decenni!

In questa condizione così farraginosa è pacifico che nella politica assistenziale e di mantenimento del posto di lavoro – a tutti i costi – e al peso sociale-economico-impositivo, l’imprenditore cerca la possibilità di impiantare la sua azienda in luoghi dove il controllo sociale, politico, economico abbia le maglie più larghe, dando quindi a lui la possibilità di incrementare la voce profitto e diminuendo quella dei costi.

Marchionne, sotto questo punto di vista, ha agito freddamente e ha spostato gli interessi lì dove sia possibile avere un risultato senza l’aggravio politico-sociale che in Europa e sopratutto in Italia esiste. Ha fatto bene! Possiamo forse dire il contrario?

Risulta pertanto evidente che tutte le forze partecipi all’attività produttiva debbono fare degli sforzi immani per arrivare a solito risultato: profitto, che vale tanto per l’impresa quanto per il lavoratore. Però, tornando ai primi decenni degli anni 70 o anche prima, si scopre che le attività del mondo del lavoro erano molto più snelle, facili da attuare ed immediate. Era sufficiente andare presso un’azienda chiedere se aveva bisogno di un operaio o un impiegato e se la risposta era positiva la cosa era fatta; si stava in prova per un po’ di tempo e poi si veniva assunti in pianta stabile. Non c’era l’acrimonia e l’ingessatura di adesso e si poteva lavorare e cambiare lavoro con molta facilità, anche perché il lavoro ce n’era in abbondanza, era sufficiente solo la buona volontà e la voglia di lavorare. Insomma in qualche maniera nel sistema di allora – che però è stato sorgente dell’ingessatura di oggi – lavoratore ed imprenditore camminavano su due binari, spesso quasi mai convergenti. Lo scopo dell’imprenditore era guadagnare a più non posso, mentre quella del lavoratore era quella, come oggi, di portare a casa un piatto di minestra.

Le cose non sono cambiate, anzi sono cambiate in peggio, perché se in quegli anni le attività fiorivano in ogni angolo d’Italia, sorgendo spesso anche in maniera “furbesca”, adesso quello che rimane sono solo degli scheletri arrugginiti, delle piazzole invase dalle erbacce e di cartelli con scritto “affittasi”. Degli uni e degli altri non c’è l’ombra. Le motivazioni le conosciamo già da tempo: crisi della spesa, crisi industriale, indebitamento oltre ogni possibilità di ripianarli, delocalizzazione selvaggia e non regolamentata, mercato libero, sistema bancario allo sfascio.

In tutto questo marasma politico-sociale-economico e finanziario il mondo del lavoro non ha saputo trovare la strada corretta per mantenere il passo con i tempi, ma sopratutto non ha saputo reggere alla concorrenza delle forze lavoro dei paesi dell’est, prima e della Cina successivamente. L’allargamento della comunità europea tra il 1995 e il 2007 con l’entrata dei paesi dell’est europeo, permise la fuoriuscita di moltissime attività dal nostro territorio a scapito di quello nazionale; molti settori cominciarono a soffrire e le poche aziende che invece sfidavano il mercato dell’est dovevano fare i conti con i prezzi delle importazioni della concorrenza italiana che produceva in quei paesi a prezzi stracciati (una guerra commerciale tra italiani). Il collasso era alle porte e a contribuire a questo le banche fecero la loro parte finanziando a piene mani tutte quelle aziende che andavano all’est per impiantare le proprie attività e così pure i vari governi che si succedettero spingevano gli imprenditori in questa corsa selvaggia.
A Cernobbio nel 2001 i vari Prodi, Amato, Dini, Rutelli, Tremonti, Bersani e tanti altri politici che sono ancora in auge adesso, plaudevano all’espansione che il mercato avrebbe avuto, alla sana concorrenza che si sarebbe creata per una maggiore efficienza del mercato, ma sopratutto per la ricaduta occupazionale e di crescita interna (mai balla fu più gigantesca!).

Successivamente, mentre i tessitori della strage di New York piazzavano le loro prove per poter successivamente attaccare l’Iraq e l’Afghanistan, l’11 dicembre del 2001 si aprivano le porte del WTO all’Impero Celeste dichiarando per sempre chiuso un sistema economico che aveva funzionato dall’epoca della rivoluzione industriale. Come in un sistema di vasi comunicanti moltissime attività iniziarono ad essere spostate in quella terra, favorite dai prezzi della manodopera bassissima e sopratutto dalle poche regole interne cinesi. Il bengodi dell’imprenditore in genere: pagare poco e fare quello che si vuole.!

Tutte le regole sono quindi saltate, portando il mondo italiano del lavoro a rivedere le sue posizioni e sopratutto mettendo in discussione il suo futuro. Il mondo del lavoro e sindacale italiano è, nostro malgrado, il risultato di decenni di politica-clientelare selvaggia che ha teso a favorire le correnti politiche anziché quelle sociali-imprenditoriali per il benessere del lavoratore e non ultimo della comunità tutta. Quante aziende straniere, negli anni del bengodi italiano, sono state chiuse perché delocalizzavano in Polonia, in Ungheria, in Bulgaria o Romania lasciando a casa migliaia di operai ed impiegati, mentre sindacati, politici e governi non hanno mosse nemmeno un dito? Eppure quelle aziende hanno usufruito dei vantaggi italiani, della capacità italiana di saper lavorare per un prodotto di qualità, eppure, nonostante questo, all’imprenditore interessa di più l’aspetto, per così dire, frusciante del denaro. Si sono tenuti diversi forum, proteste, cortei, politici all’assalto della ribalta mediatica, ma alla fine i lavoratori hanno perso il loro sostegno e l’imprenditoria ha guadagnato la delocalizzazione, aumentando il divario sociale ed economico con quella classe di popolazione che li aveva permesso di crescere.

E’ evidente che le forze sindacali e l’imprenditoria hanno giocato un brutto scherzo al mondo del lavoro e alla comunità. I sindacati interessati al potere politico di posizione e l’imprenditoria, molto più coerente, interessata al profitto; e mentre i sindacati hanno gabbato i lavoratori per decenni promettendo ed agitando gli stendardi di una parità salariale, di una scala mobile che portò l’Italia allo sfacelo, delle gabbie salariali, ma anche permettendo una più umanizzazione delle attività come i turni di lavoro con le pause, turni al computer con pause di 15 minuti per non stancare gli occhi e molto altro, come le indennità di licenziamento, e sopratutto i piccoli progressi sull’impiego femminile e sul trattamento di questa fascia di lavoratori, gli imprenditori hanno visto bene, appena data loro l’opportunità, di abbandonare la nave prima che affondi lasciando ai remi sempre i soliti galeotti, incatenati dalle loro regole e in attesa del ritmo giusto per poter spostare la barca in qualche porto sicuro.

Queste le regole degli uni e degli altri, sommariamente riassunte e, in queste regole che hanno un peso diverso tra imprenditore e lavoratore, il mondo politico appare come estraneo al problema e cincischia non essendo in grado di dipanare la matassa, di portare idee nuove e sopratutto è troppo legato all’ossessione che deve essere tutto come prima.

In breve ci troviamo quindi davanti ad una situazione economica-sociale che è retrocessa rispetto a quanto guadagnato negli ultimi 100 anni. Un paese con oltre 1,3 miliardi di persone è quindi in grado di spostare l’ago della bilancia a favore di un sistema imprenditoriale piratesco e in questo scenario da incubo l’Italia arranca cercando il rimedio che non potrà trovare se non ritornando a soluzioni anteguerra.

Soluzione semiseria per salvare l’Italia.

4 agosto 2011 1 commento

Nel blog del grande Cobraf Giovanni Zibordi ha esposto in maniera originale alcuni punti che potrebbero risolvere la attuale crisi che incombe sul nostro paese.

Le scelte potranno essere estreme, molte delle quali le faccio anche mie poiché sono almeno 10 anni che le predico ricevendo zoccolate sul cranio dai vari guru della finanza, ma di fondo rappresentano le vere riforme strutturali che nessun governo ha mai attuato e che mai si presterà a fare, ma è giusto parlarne, chissà che qualche politico non ne prenda spunto…nb: i diritti sono tutti  di Zibordi!
Buona lettura!!
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