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Posts Tagged ‘Munizioni’

Crimine contro l’Umanità: assetare il popolo libico.

28 luglio 2011 5 commenti

Siccome questa infame guerra contro la Libia sta languendo, le bombe a grappolo (cluster bombs) sono in esaurimento, i politicanti delle varie nazioni della coalizione belligerante hanno le pezze al culo, i finanziatori di questa infame guerra sono degli avvoltoi che si spostano da una carogna all’altra e Gheddafi non è ancora una carogna, allora, per mostrare al mondo la loro potenza distruttrice mostrano finalmente la vera faccia che nostro malgrado difficilmente potremo leggere sui media allineati.

Si legge infatti che la Nato con grande ed impetuosa forza, venerdì 22.07.2011, ha bombardato alcuni obbiettivi del vitale acquedotto libico: il Great Man Made River. Negli articoli Gheddafi: un sanguinario da Premio Nobel e in La vera ricchezza della Libia davo una breve e non esaustiva spiegazione del lavoro fatto da Gheddafi nella costruzione di questo faraonico progetto – non ancora completamente terminato – che portava a tutte le popolazione della Libia l’essenziale e vitale materia prima per tutte le attività dell’uomo: l’acqua. Leggi tutto…

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GUERRA ALLA LIBIA: SOLO UN ALTRO INTERVENTO PER SALVARE LE BANCHE

3 luglio 2011 Lascia un commento

Ne avevamo già parlato in altri articoli di come il sistema bancario internazionale, gestito dalla Banca dei Regolamenti internazionali, fosse alla base dell’esportazione democratica nei paesi arabi; avevamo già sostenuto, come il paese africano, colonia europea prima è ora terra selvaggia di conquista; avevamo già indicato che le spinte e le mire di conquista nella Libia altro non erano che fumo negli occhi per depredare il tesoro del Fondo Libico, le risorse petrolifere, ma sopratutto rompere il sistema monetario che Muammar Gheddafi aveva iniziato a costruire con la Lega Africana per la creazione di una moneta unica africana contro la prepotenza del dollaro. Leggi tutto…

ESCHERICHIA COLI, ARMA BIOLOGICA…

4 giugno 2011 Lascia un commento

In Germania sembra esserci al momento una forte epidemia letale dovuta al batterio Escherichia Coli. È un ceppo molto virulento e, secondo alcuni dottori e ricercatori, il più virulento mai riscontrato.

Helge Karch, il direttore del laboratorio d’analisi sull’EHEC all’Ospedale Universitario di Münster nell’ovest della Germania, ha dedicato quasi una vita intera alla ricerca del batterio EHEC: Non ho mai visto niente del genere”.

Il batterio con cui si ha a che fare in Germania è un ceppo entero-emorragico del batterio Escherichia coli (EHEC), un parente stretto dell’inoffensivo batterio intestinale, ma è quello che produce la pericolosa tossina Shiga. Si sta parlando di circa 100 batteri – e non sono molti, visto che di solito si contano a milioni – a essere diventati infetti. Dopo un periodo di incubazione che va dai due ai dieci giorni, i pazienti manifestano una diarrea acquosa o sanguinolenta.

Gli studiosi sono anche preoccupati del PERCHÉ il batterio non colpisca i bambini come invece fa con gli adulti. Forse il batterio colpisce solo una certa fascia della popolazione?

Un estratto da un articolo di Der Spiegel:

Nell’email Karch riflette sul perché la malattia non venga contratta dai bambini, e sarebbe la norma, ma solo dagli adulti. E anche sul perché l’infezione stia colpendo così duramente in Germania, tanto che le strutture per la dialisi in parecchi ospedali sono ormai piene.

E la “causa” di questo fenomeno sembra essere attribuita ai cetrioli spagnoli???

Ancora un estratto dal New York Times:

BERLINO – Un inconsueto ceppo letale del batterio E. coli ha infettato più di 1.500 persone in Germania, mettendo in apprensione i funzionari del ministero della Salute, devastando il settore agricolo spagnolo e diffondendo il panico in tutt’Europa dove la gente si chiede se sia sicuro cibarsi di verdure.

Gli scienziati non sono ancora in grado di spiegare il perché questo piccolo organismo sconosciuto, identificato come E. coli 0104:H4, sia così virulento.

Qui invece da Yahoo News:

“L’epidemia di E. Coli che ha colpito 1.000 persone e ne ha uccise finora 16 nella Germania settentrionale è attribuita a uno dei ceppi patologici più rari che siano noti alla scienza. L’epidemia è già stata riconosciuta essere al momento la più grave e, non avendo identificato ciò che l’ha generata, è probabile che si diffonda sempre di più.

È stato anche osservato che questo batterio E. Coli produce sintomi terribili e reazioni davvero inusuali.

E la cosa più strana, secondo Rolf Stahl, è come cambia l’atteggiamento dei pazienti.

Il loro stato di coscienza è annebbiato, hanno problemi nel trovare le parole e non sanno in che posto si trovano”, ci dice Stahl. E poi c’è quest’aggressività inspiegabile: “Abbiamo a che fare con un quadro clinico completamente nuovo.

C’è da dire che sono stati realizzati dei test che hanno usato l’E. coli come ARMA BIOLOGICA.

Da Global Security:

Anche se la malleabilità dello specifico materiale dell’E. Coli lo rende un batterio adatto alle ricerche sulla genetica, questa stessa malleabilità lo può trasformare in un agente biologico potenzialmente letale.
Alla fine degli anni ’80, alcuni scienziati statunitensi hanno inserito nel batterio dell’E. coli i geni che producono la proteina letale nell’antrace.

Nell’E. Coli il gene era attivo e produceva le stesse proteine mortali dell’antrace.

Il programma di sviluppo di armi biologiche iracheno dimostrò un certo interesse nella possibilità di utilizzo del batterio alterato dell’E. coli come agente biologico e sono state segnalate spedizioni di E. coli dagli Stati Uniti all’Iraq.”

Un estratto dal Daily Mail:

Sono stati rivelati test segreti sulle “armi biologiche” nel Regno Unito.

Alcuni documenti hanno oggi rilevato che gli scienziati della Difesa hanno segretamente testato il batterio dell’E. coli per un possibile suo utilizzo come arma biologica in due diverse città britanniche.

Gli esperimenti sono descritti in dettaglio in un report del 1966 del Ministero della Difesa al Microbiological Research Establishment di Porton Down nello Wiltshire.

È stato oggi per la prima volta rilasciato al pubblico dagli Archivi Nazionali situati a Kew, nella parte sud-occidentale di Londra.

Il documento parla della “produzione di micro-organismi come strumenti bellici”, indicando che “l’eccellente qualità e riproducibilità” dell’E. coli ha suggerito che possano essere raggiunti “risultati ampiamente soddisfacenti”.

I test furono realizzati per stabilire come il batterio possa sopravvivere nelle differenti condizioni climatiche e atmosferiche.

Porton Down è già stato al centro di una controversia per i suoi test di prodotti chimici sull’uomo negli anni ’50.

Quindi si tratta di una cosa già vista. E allora dobbiamo tenere a mente ciò che ha pubblicato Der Spiegel:

Giovedì il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung ha riportato che Karch ha scoperto che il batterio O104:H4 responsabile dell’epidemia è una cosiddetta chimera che contiene materiale genetico da vari batteri dell’E. Coli. Contiene anche delle sequenze di DNA dai batteri della peste che lo rendono particolarmente patogeno.”

Dobbiamo prendere in considerazione tutte queste possibilità.

Potrebbe essere un batterio killer sviluppato nei laboratori e mutato?

Che sia stato creato in un qualche ambiguo laboratorio?

Se ci chiedessimo di un’eventuale relazione tra armi biologiche e Israele, diamo un’occhiata a Nti.org:

Israele non ha firmato nel 1972 la Convenzione contro le Armi Biologiche (BTWC), e non ha nemmeno fornito spiegazioni sul perché del suo rifiuto. Inoltre, Israele non ha mai fatto trapelare nulla delle sue attività e dei risultati raggiunti nel campo delle armi biologiche; non ha mai pubblicato un regolamento sulla questione. Sotto tutti gli aspetti, Israele continua a mantenere un atteggiamento di ambiguità […] Fino a che Israele non si pronuncerà pubblicamente sulle armi biologiche, gli scopi della ricerca dell’IIBR rimarrano oscuri, e persino sospetti.”

Ancora dall’Institute for Historical Review:

Israele sta sviluppando una “bomba etnica” per un arsenale biologico sempre più fornito.

L’obbiettivo è quello di sfruttare la capacità dei virus e di certi batteri nell’alterare il DNA delle cellule dell’ospite.

Gli scienziati stanno anche cercando di creare microorganismi letali che attaccano solo coloro che portano geni particolari.

Il programma israeliano segreto ha la sua sede nell’Istituto per la Ricerca Biologica a Nes Tsiona, una piccola città a sud-est di Tel Aviv, la principale struttura di ricerca per lo sviluppo del proprio arsenale clandestino di armi biologiche e chimiche.

Victor Ostrovsky, un ex agente del Mossad, ha ricordato nel suo libro The Other Side of Deception come venne per la prima volta a conoscenza del centro segreto per lo sviluppo delle armi segrete:

È stato Uri che mi ha illuminato sull’impianto di Nes Zionna [Tsiona]. Era, così mi disse, un laboratorio dell’esercito che studiava l’NBC (NBC sta per nucleare, batteriologico e chimico). Era il posto dove i nostri migliori scienziati epidemiologici stavano sviluppando vari marchingegni per il giudizio universale. Siccome eravamo davvero vulnerabili e non avremmo avuto una seconda possibilità, era chiaro che sarebbe stata una guerra senza esclusione di colpi in cui avremmo avuto bisogno di questo tipo di armi, e dove non c’era spazio per gli errori. I palestinesi infiltrati (e catturati) potevano servire proprio a questo scopo. Usati come cavie umane, avrebbero fornito agli scienziati la certezza che le armi che stavano sviluppando potevano davvero funzionare, oltre a verificare la velocità con cui entravano in funzione per renderle ancora più efficienti.

Ancora dal dizionario Webster on line:

Durante la guerra d’Indipendenza del 1948 i documenti della Croce Rossa sollevarono sospetti sul fatto che la milizia israeliana Haganah avesse versato batteri della Salmonella typhi nelle tubazioni dell’acqua della città di Acre, provocando un’epidemia di tifo.

Sembra proprio che si stiano esercitando da un bel po’ di tempo.

AGGIORNAMENTO: da Genomics: BGI ha estratto la sequenza del genoma dell’E. Coli così letale in Germania e ha rivelato il nuovo ceppo super-tossico

La sequenza del genoma identifica nel batterio super-tossico la causa dell’epidemia che si sta verificano in Europa

2 giugno, Shenzhen, Cina – Il recente attacco di un’infezione di E. coli in Germania sta generando forti preoccupazioni sulla potenziale comparsa di un nuovo ceppo mortale di batteri. Come rimedio alla situazione, immediatamente dopo che sono state riportate vittime, il Centro Medico Universitario di Hamburg-Eppendorf e BGI-Shenzhen hanno iniziato a collaborare per trovare la sequenza del batterio e stabilire i rischi per la salute umana. BGI-Shenzhen ha già completato la sequenza e terminato un’analisi preliminare che rileva come l’attuale infezione sia causata da un nuovo ceppo super-tossico di E. coli.

Le analisi delle sequenze indicano che questo batterio è il sierotipo EHEC O104 dell’E. coli; comunque, questo è un sierotipo nuovo, mai rintracciato in precedenza nelle epidemie di E. coli.

Le analisi comparative hanno mostrato che questo batterio ha per il 93% la stessa sequenza del ceppo dell’E. coli EAEC 55989, che fu isolato nella Repubblica Centroafricana e ritenuto responsabile di casi di diarrea molto gravi.

Questo nuovo ceppo di E. coli, comunque, ha acquisito sequenze specifiche che sembrano essere simili a quelle riscontrate nella patogenicità delle coliti emorragiche e nella sindrome emolitico-uremica.

La realizzazione di questi geni potrebbe essere avvenuta attraverso un trasferimento genetico orizzontale.

Le analisi hanno inoltre dimostrato che questo batterio letale ha una forte resistenza a molti antibiotici, tra cui agli aminoglicosidi, ai macrolidi e ai beta-lattamici, cosa che rende difficile il trattamento con questi farmaci. QUI potrete trovare altre informazioni.

Date un’occhiata anche a Twelfth Bough per alcune interessanti speculazioni sui virus e i batteri trasformati in armi.

Fonte: comedonchisciotte
Fonte:
http://thirteenthmonkey.blogspot.com/2011/06/e-coli-germany-bio-weapon.html

Giustizia è fatta?

28 maggio 2011 Lascia un commento

Lo stato di diritto ha avuto il sopravento, Ratko Mladic sarà portato davanti al Tribunale dell’Aja per subire il giudizio sui massacri compiuti. Così ancora una volta il Tribunale che ha visto accusati molti ex dittatori, massacratori, farà giustizia per le migliaia di vittime che aspettano invano.

Era il 1995 e a Srebrenica vennero massacrate alcune migliaia di persone nella zona protetta che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite (!!!). C’è da chiedersi come mai le Nazioni Unite non intervennero per evitare il massacro e chi armò le mani di Maldic? Sappiamo che i caschi blu (olandesi) non mossero un dito per difendere le popolazioni sottoposte al massacro adducendo alla scarsità di armi e che per tale motivo i responsabili olandesi che avrebbero dovuto difendere la popolazione, hanno invece chiuso tutti e due gli occhi.
Sappiamo che la spinta Usa di questo massacro era il motivo per permettere agli Usa di poter entrare in azione, come è successo dopo, dando quindi al Governo Clinton il casu belli necessario per intervenire. Tutte cose risapute, ma mai denunciate.

Adesso si porta il “boia” in banchetta, in bella mostra, mentre i veri mandanti sono lì fuori nell’oscurità protetti dai grandi del globo.

Questa è la giustizia dell’Aia, la giustizia olandese delle Nazioni Unite che non ha saputo difendere migliaia di persone lasciandole abbandonate ad un pendaglio da forca. E bravi gli olandesi!!! Primi tra i mercanti di schiavi nel passato 1800, primi veri sfruttatori e costruttori delle colonie con la creazione della Compagnia delle Indie. Questi sono i giudici “morali” ai quali le Nazioni Unite hanno delegato il giudizio.

‘Paint Drones’ potranno aiutare gli Usa a colpire i prossimi obbiettivi.

6 maggio 2011 Lascia un commento

A volte leggendo qualche romanzo si scorge che la realtà è sicuramente molto più variegata e complessa, certi romanzi sembrano favole per bambinetti appena svezzati.

L’aeronautica militare americana (United States Air Force) ha sollecitato alcune compagnie di ricerca militare per la produzione di una vernice/colla/polvere rilevabile dai mezzi di controllo radar ed elettromagnetici.

La notizia seppur interessante lascia spazio a mille ipotesi. Cosa servirebbe questa specie di vernice o colla? La realtà dei fatti sembra che usando alcuni velivoli privi di pilota (droni) si possa spargere una sostanza (colla o particolare vernice o polvere) su oggetti/persone così che possano essere identificati senza errore. L’applicazione permetterebbe quindi alle forze “democratiche” americane di poter colpire senza errore gli obbiettivi sensibili per la guerra al “terrorismo”.

Nella pratica questi “traccianti” molto piccoli emettono un segnale elettromegnetico e possono essere applicati sia a obbiettivi in movimento che a quelli stazionari. Il problema – fa presente l’ USAF –  è che non ci si deve far scorgere di questa azione, cosa questa che renderebbe vana l’operazione  (forse credono che i “terroristi” dicano apertamente dove sono, ma ‘sti americani sono scemi o geneticamente deficienti?).

Parola d’ordine: discrezione!

La realtà, sottolienano le Forze Usa, è che è facile tracciare (taggants) gli obbiettivi a terra, ma l’Air Force sta cercando una maniera per poter distribuire questi traccianti (taggants) “per dispersione aerea con piccoli velivoli controllati da remoto –  small remotely piloted aircraft (SRPA). “

La polvere/vernice tracciante – suggerisce l’USAF – potrebbe essere dispersa ad alte quote (ad esempio con le chemtrails. In questo caso di esperienza sembra che ne abbiano parecchia vista le tonnellate di schifezze che ci distribuiscono ogni giorno!!!!).

Le strade sono aperte: fuori le idee!!!

Per lo stesso motivo l’Usaf sta anche mettendo a punto un sistema di bomba che esploda ad una certa altezza irrorando una superficie con questa “vernice/polvere” tracciante, mentre una compagnia ha messo a punto un sistema di volo della grandezza di un colibrì capace di individuare e tracciare via video gli obbiettivi da controllare così da avvisare successivamente i sistemi di tracciamento di questa speciale “vernice/polvere” per colpire i diversi ” targets”.(1)

I “droni verniciatori” sono soltanto una piccola parte degli sforzi multimiliardari che i militari stanno sviluppando per stanare i “terroristi” o i “sospetti” capaci di nascondersi tra i i civili.

Fonte: Paintsquare

nb.
Ovviamente Israele non è da meno

(1) E’ interessante notare la verosimiglianza tra la storia dei romanzi e la realtà. In un libero di Dan BrwonLa verità del ghiaccio, la storia inizia in un laboratorio nella Groenlandia costantemente controllato da alcuni oggetti grandi poco più di un moscone capaci di verificare l’oggetto-target. Questi “mosconi” hanno una capacità che appare irreale, come la si legge nel romanzo, ma confrontando con la realtà dell’articolo sopra, forse, è Dan Brown che ha avuto accesso ad informazioni “discrete” per creare una storia, dall’apparenza irreale e fantascientifica.

Quello che ho visto in Libia.

28 aprile 2011 2 commenti

Moltissimi dei nostri inviati, se così possiamo chiamarli, li vediamo solo ed esclusivamente dalla parte delle forze ribelli; mai nessuno della Rai, del Giornale, del  Corsera o La Repubblica che invece impieghino i propri inviati nelle fila di chi viene contestato per mostrare la realtà che vanno asserendo. D’altronde anche durante il massacro di Gaza non c’era nessuno dalla parte dei palestinesi a parte i soliti utopisti com Arrigoni o quelli che credono in valori che non siano solo il profitto.  Qui uno scritto di Paolo Sensini in cui è descritto un suo recente viaggio in Libia, dove ha preso parte alla The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya. Leggetelo, ne vale la pena!

Quello che ho visto in Libia

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. Lignoranza è forza»

George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984 (parte II, capitolo 9)

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta rivolta delle popolazioni libiche. Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.

È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo Paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di faraone. Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».

La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.(un caso l’attentato di oggi? ndr.)

Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro lumanità» (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che vìola in maniera patente la Carta dell’ONU. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la delega agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla no-fly zone, che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’ONU può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo VII della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta primavera araba. Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi Paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere senza se e senza ma i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i fratelli musulmani provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris I, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani il 1° settembre 1969.

O, per essere ancora più precisi, come continua sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran parte da appartenenti ad Al-Qāida. Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei SAS, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni Paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.

Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della Coalizione dei volenterosi, in accordo con USA e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.

Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no – senza alcuna intenzione di detronizzare il dittatore, ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione Alba dellOdissea, che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.

È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a nostra insaputa». Anche il capo di Stato Maggiore britannico, sir David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo della coalizione perché la risoluzione dell’ONU «non lo consentirebbe».

La scelta degli alleati non può dunque che essere per i ribelli, così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una rivolta popolare, senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.

Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni Stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di addestrare gli insorti. Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.

La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.

Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da intervento umanitario?

Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone». Una notizia di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya, considerati una sorta di CNN del Vicino e Medio Oriente. Parliamo quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite del Qatar e di Dubai.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di 10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un fatto indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi presentate le immagini di supposte fosse comuni in cui erano stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i bombardamenti ordinati dal dittatore pazzo e sanguinario. Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti.

Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli attentati terroristici di Al-Qāida dell11 settembre 2001.

Non poteva dunque che essere così anche in questo caso, dove la prima versione mediatica propalata con solerzia gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei 10.000 morti e del genocidio compiuto dal dittatore pazzo e sanguinario senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso messaggio.

Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé, quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu, nient’altro che complottismo.

Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della sinistra in quasi tutte le sue declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme – alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva anche la voce infondata su ipotetici campi di concentramento o lager destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente gli insorti di Bengasi, a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici volenterosi denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.

Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle stragi volute dal raìs.

La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il sud-est del Paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non certo di risentimento e ostilità della popolazione nei suoi confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle conseguenze inattese dellintervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo laggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto sullantimperialismo».

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di Ingegneria Elettronica. Questo territorio ospita la più grande tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52 Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta la più grande tribù della Tripolitania, dove si trova il 66% della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27%, il resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah (Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.

Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in corso una manifestazione contro l’aggressione della coalizione occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è AllahMuammarua Libiaua bas! ‘(Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque. Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leader occidentali che si sono distinti nell’aggressione umanitaria, come il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.

Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi tribù dei Warfalla, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro Paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i risultati a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante esportatore di democrazia vorrebbe replicare pure in Libia…

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché lItalia, dopo aver stipulato col nostro Paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo.

Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente emancipati rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro Paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato, quanto invece una ferma volontà di resistere con ogni mezzo. E anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per quanto possibile, in momenti di passione condivisa.

Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città, dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del proprio Paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.

Unico elemento davvero anomalo e per molti versi stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi Paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è prodiga.

Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni ONU che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di «10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti concretissimi.

Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti NATO hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.

La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e accertare di persona i seguenti punti:

  1. la reale dinamica dei fatti su come è nata la ribellione, fin da subito armata;
  2. quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della Giustizia libico Jelil;
  3. chi ha bombardato cosa;
  4. fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati;
  5. quante sono le vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei cosiddetti volenterosi, e così via.

«Eppure – insiste Ibrahim – linvio in Libia di una simile delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera Tomahawk (dal costo di $1,400,000, ndr), e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 (pari a $350.000.000, ndr) in questi giorni. Perché questa ipocrisia dellOccidente nei nostri confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che nessun Paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra popolazione?».

Ma una commissione internazionale di osservatori, nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita versione del dittatore sanguinario Gheddafi bombardatore e oppressore del suo stesso popolo. L’Occidente, o quel ristretto novero di Paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti Paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986 – in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i bombardamenti umanitari contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica, parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la vicinanza e laffetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi», come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra infiltrate anche nella capitale.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei fratelli musulmani e altri jihadisti stranieri tra i rivoltosi di Bengasi, alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.

Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza del contenzioso tra governo e ribelli che comunque, secondo la sua valutazione dell’intervento militare NATO nelle questioni interne libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile processo di pacificazione nazionale.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che «il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla NATO a Tajoura; che lunica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe»; che «i ribelli di Bengasi si sono macchiati di gravi crimini gettando il Paese nel caos».

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del Paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre quarantanni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi -, non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto, visto il panorama attuale del Vicino Oriente.

Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni Paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94%, mentre oggi oltre il 76% dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del Paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla costruzione di circa 647 mila case in tutto il Paese per una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà – chissà quando.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del Paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le evidenze raccolti dalla Fact Finding Commission durante le sue indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un lavoro sporco e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.

Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del PD, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla sinistra etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.

Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto dintendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli Stati canaglia, Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense The Washington Times. Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle Banche Centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dellintervento della NATO in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle Banche Centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.

«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 Paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai Paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca Africana d’Investimento, con sede a Tripoli; il Fondo Monetario Africano (FMA), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca Centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari USA, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6% al 2%;
effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli Stati africani, perciò il principale compito del FMA è promuovere gli scambi commerciali creando il Mercato Comune Africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del Franco CFA, la moneta che sono costretti a usare 14 Paesi, ex-colonie francesi.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystic’ della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di interventi umanitari, manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?

Paolo Sensini

End the Occupation

26 aprile 2011 Lascia un commento

La libertà ha un prezzo che deve essere pagato.

Vanunu Mordechai è un tecnico nucleare israeliano che nel 1986 rivelò al Sunday Times che Israele aveva un piano nucleare segreto e che all’epoca aveva 200 testate nucleari (armi di distruzioni di massa). A seguito di quella dichiarazione, mentre si trovava a Roma, venne rapito da un’agente del Mossad e con la compiacenza dei nostri servizi (!) e riportato in Israele con l’accusa di alto tradimento.
Da allora Mordechai ha subito tutta una serie di vessazioni una tra le quali quella di scontare 18 anni di carcere in isolamento. Al suo rilascio, nel 2004, gli venne imposto di:

  • non può avere contatti con cittadini di altri paesi che non siano Israele
  • non può avvicinarsi ad ambasciate e consolati
  • non può possedere un telefono cellulare
  • non può accedere ad Internet
  • non può lasciare lo stato di Israele

Israele si proclama paese libero dal nucleare, ma in segreto si sta armando e i contributi alla ricerca e alla corsa agli armamenti provengono dalle tasse dei contribuenti americani.

Israele minaccia apertamente e senza ritegno che il male e il pericolo della sua esistenza è la presenza in Iran di fabbriche pronte a creare bombe atomiche che possono distruggere Israele.

Israele ha occupato dal 1948 ad oggi il 90% dei territori palestinesi, ha massacrato migliaia di persone in nome di una fede criminale, la fede sionista razziale e criminale.

Israele dal 2000 al 2009 ha ricevuto dagli Usa 24 miliardi di dollari per acquistare armi, attrezzature militari, bombe, sistemi di difesa elettronica.

Israele dal 2000 al 2009 ha ucciso 2.969 palestinesi attraverso l’occupazione militare illegale della Cis-Giordania (West Bank), dell’Est di Gerusalemme e della striscia di Gaza.

Arrigoni lavorava per un luogo comune dove ebrei, mussulmani e cristiani potessero vivere in pace, coltivando la stessa terra ed amando gli stessi bambini.

Si è chiesto e ottenuto la “No-Fly-Zone” per la Libia per salvare le persone dalle presunte persecuzioni delle truppe di Gheddafi sulla popolazione, ma non si è concessa agli abitanti di Gaza sottoposti a continui attacchi aerei di Israele.

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