Razza pura.

Immaginiamo che nel mondo esista qualche democrazia in cui sia veramente bello viverci; immaginiamo che questo paese alberghi un senso comune di appartenenza e che sia abitato da persone di diversa estrazione sociale, provenienti dalle parti più disparate del globo. Il suo “popolo” è quindi un coacervo di culture, educazione, di tradizioni, ma  la spinta che li aggrega e che li tiene uniti, anche contro le forze del male esterno, sta proprio in quell sottile ed impercettibile senso comune di appartenenza.

Questo paese lo potremmo posizionare in uno degli staterelli dell’America Latina, in una degli innumerevoli repubbliche ex-sovietiche, oppure in una zona qualsiasi dell’Africa ex-coloniale, oppure ancora in una zona qualsiasi del medioriente.

Il risultato non cambierebbe, perché le fondamenta democratiche avrebbero comunque la meglio, indipendentemente dalla sua posizione geografica.  Questa democrazia è produttiva, attiva e solidale anche con i suoi vicini, con i quali lega accordi commerciali, culturali di interscambio; inoltre, data la libera circolazione delle idee democratiche, questa nazione è permeabile alle critiche costruttive, al cambio costante delle classi dirigenti quando queste non abbiano compreso il senso per il quale questa democrazia esiste. Quasi un’utopia, un’idea selvaggia anacronistica che potremmo pensare in un momento di estasi profonda, ma che si scontrerebbe con la realtà appena svegli.

Invece no, questo magico paese esiste ed è a pochi chilometri dalle nostre coste e produce irraggiungibili vette culturali e di tolleranza, parliamo ovviamente di Israele. Il paese più democratico del medioriente capace di sopravvivere nelle ostilità del mondo arabo e di saper far fronte alle richieste di democrazia con tolleranza e rispetto dei diritti dell’uomo.

Pochi giorni fa, però, a seguito di un evento tragico, il figlio di Ariel Sharon  (Gilad Sharon) scrisse alcune righe su un giornale locale Yediot Acharonot <<Non dimentichiamoci con chi abbiamo a che fare. Possiamo prendere la selvaggia bestia palestinese e mettere loro una maschera sotto forma di qualche portavoce dal fluente inglese, ma ogni tanto, durante la luna nuova, i sensi selvaggi della bestia capiscono che è la sua notte scatenandosi a colpire la sua preda>>.

Gilad Sharon

E’ indubbio il senso democratico delle parole di Gilad Sharon. Nella pace del suo paese, nella democrazia riconosciuta dai maggiori paesi occidentali è necessario evidenziare le ostilità di alcuni selvaggi che tentano di sovvertire l’equilibrio millenario di una democrazia fondata sul rispetto e sulla tolleranza. Nessuno può accecare questa democratica nazione e se lo sono alcuni indigeni locali, tanto peggio per loro, perché non hanno capito che una libera nazione deve esistere anche a scapito dei diritti secolari degli indigeni. Non c’è spazio per le commiserazioni quando la bestia getta la maschera, perché la loro storia è nata sulla sia del Sionismo, prima non esistevano in quanto la loro definizione di popolo è insignificante senza la nostra presenza. Questi indigeni guardano a se stessi di riflesso alla immagine del popolo di Israele, alle sue conquiste e al suo progresso e tanto più si aumenta il divario maggiormente l’odio si incista nei loro pensieri.

Però, il bello della questione è che il figlio dell’autore della strage di Ṣabrā e Shātīlā oltre ad essere entrato a far parte del Kadima è anche stato denunciato per una tangente: le accuse nascono da un incidente nel 2001, durante le elezioni primarie del Likud. Ariel Sharon avrebbe ricevuto un contributo sulla campagna di gran lunga superiore al limite da Cyril Kern e Martin Schlaff. Omri e Gilad (i figli di Sharon) sono stati accusati di aver aiutato il padre a prendere i soldi.

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