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Posts Tagged ‘Tasse’

No Imu, sì tassa sulle case

24 luglio 2013 Lascia un commento

Catasto

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La notizia più gettonata di questa settimana è la nascita di un bambino, oppure la proposta di legge contro l’omofobia, oppure ancora, molto gettonato, è il rapimento della moglie di un biscazziere kazako (10 miliardi di dollari truffati dalla banca nazionale kazaka). Di quello che invece non si parla mai è che fine faremo nei prossimi mesi, come sono messi i conti pubblici, quanto ci è costato in questi ultimi 6 mesi il piano di stabilità.
Nessuno ne parla, tutti nicchiano e nel frattempo la barca Italia si sta sfasciando sugli scogli. Il vecchio timoniere non ha la forza e nemmeno la volontà di invertire la rotta, tanto cosa mai potrebbe accadergli? Anzi sollecita i più incerti, la ciurma indecisa, a compattare questa coalizione di governo minacciando che dopo ci sarebbe il peggio.

Nel chiasso assordante dei media per delle notizie di poco conto ed inutili, è stata approvata la nuova riforma del catasto. Avremo un catasto che indagherà in maniera algoritmica, verranno aboliti i vani per far spazio al conteggio dei metri quadri con effetto più democratico (?).
Con il nuovo catasto “saranno i Comuni a fornire le informazioni necessarie per calcolare il valore patrimoniale degli immobili di categoria A, B e C che gli uffici dell’Agenzia del Territorio si trovano nell’impossibilità di verificare.(Befera ha aggiunto che sono necessari 100 milioni all’anno per 5 anni per fare le verifiche)”.

Ve li immaginate i comuni che genere di informazioni potranno dare all’Agenzia delle Entrate che dovrà stabilire i nuovi valori catastali degli immobili? Ma per fortuna si è pensato a delle Commissioni Censuarie dove il cittadino potrà discutere eventuali discrepanze.
Ma andiamo oltre. La tassazione che l’italiano sta subendo è oltre il 60% e le gabelle che sono state inventate per mantenere questo sistema parassitario sono tra le più variegate. Non c’è giorno che non ne inventino una. Di ieri la notizia di una pizzeria al taglio che ha subito una multa di 5.000 euro per aver servito al tavolo delle persone senza far pagare il servizio, oggi sulla trasmissione Virus, condotta da Nicola Porro, è stato intervistato il pizzaiolo gabellato da un’amministrazione parassita: complimenti a Porro per aver mostrato al grande pubblico il becero livello parassita delle amministrazioni locali che tra queste tasse autovelox e moltissimi altre imposizioni costringono alcuni a soluzioni spesso estreme (suicidi). Ma anche il parassita più sanguinario ha i suoi limiti e anche in questo caso se ne scoprono le trame. Il lavoro, l’economia, la piccola e media impresa sono al lumicino; gli autonomi non riescono più a quadrare i bilanci già magri e rosicchiati. Come fare quindi per riuscire a succhiare ancora della linfa vitale per mantenere il sistema parassitario?
Dove è possibile ancora derubare gli italiani?

Befera, nella relazione alla Commissione Finanze del Senato, ha evidenziato che la stima dell’immobiliare italiano è di circa 5.600 miliardi di euro, pari a 3,5 volte il PIL. Un bel gruzzoletto, no? Su questo enorme valore si concentrano quindi gli sforzi dei parassiti, ma facciamo un piccolo salto indietro e cerchiamo di capire quali potrebbero essere a grandi linee le emorragie:

  • Impiego pubblico: circa 850 miliardi/anno
  • Evasione: calcolata a stime di oltre 300 miliardi/anno;
  • Patto di Stabilità (Fiscal Compact): 45 miliardi/anno
  • Mes (Piano di stabilità europea): 25 miliardi/anno per 5 anni
  • Inps: buco di 35 miliardi
  • Debito pubblico: oltre 2.000 miliardi

Appare chiaro anche ai ciechi che difronte a delle cifre del genere la semplice tassazione delle attività lavorative, delle imprese, sulle professioni non produrrebbe alcun vantaggio, mentre la tassazione sugli immobili – mascherata con la riforma del catasto per i più allocchi – produrrà per i conti di cui sopra dei vantaggi enormi. Il rischio palese sarà la caduta a picco del settore immobiliare, una delle poche attività che potrebbero, momentaneamente, portare un po’ di ossigeno alle aziende, soprattutto per le ristrutturazioni se combinate con una politica bancaria di erogazione del credito, ma agli inventori della tassazione parassita non interessa nulla ed anzi appoggiano i signori della Troika europea (ricordate il viaggio di Letta e di Renzi a Berlino?) imponendo un’austerità superiore a quella imposta alla Grecia e a Cipro.

Grillo, nelle sue esternazioni, disse che abbiamo ancora un certo margine di manovra nelle trattative europee, poiché buona parte del debito (circa il 35%) è in mano alle banche francesi e tedesche e permetterebbe di riformulare i punti odiosi del trattato di Lisbona relativi al pareggio di bilancio e al Mes, ma purtroppo la classe politica italiana non permetterà nessuna discussione e nel frattempo i punti di forza verranno meno (perché nel frattempo i detentori esteri del nostro debito continueranno ad alleggerire le loro posizioni) e noi saremo costretti a svendere le proprie case per far fronte alle prossime tasse che ci arriveranno tra capo e collo.

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A quando la italica rivoluzione?

1 luglio 2013 Lascia un commento

euroinculata

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In questa Italia l’unico rimedio per salvaguardare l’esperienza acquisita nel corso degli anni è quella di chiudere baracca e burattini e andare a produrre in altre nazioni dove il peso fiscale, la burocrazia, ma soprattutto il malaffare, travestito ed impalmato dalla politica, non entri nell’attività aziendale.

Questo d fondo la spinta che animano molte aziende italiane costrette a spostare le loro attività fuori dall’Italia. Il peso fiscale italiano sulle attività commerciali ed industriali è arrivato oramai ad un livello talmente elevato che quelli che adesso aprono un’attività o sono degli eroi o degli sprovveduti. Sono propenso a credere che siano degli sprovveduti, poiché una persona con un minimo di esperienza e sale in zucca trarrebbe maggior guadagno a rimanere alla finestra anziché spendere denaro per ingrassare la bestia della spesa pubblica.

L’Indesit, antica e famosissima azienda di elettrodemestici italiana, sta chiudendo i battenti per andare a produrre in Polonia. Impossibile produrre in Italia. Gli esuberi sono migliaia e i parassiti politici si chiedono perché dovrebbe chiudere, forse la domanda seria è cosa ha spinto queste aziende a delocalizzare. Ma va da se che il parassita non chiede mai a se stesso se la sua presenza sia opportuna o meno, anzi la sua attività è quella di succhiare tutte le energie vitali senza la benché minima sensazione di provocare disastri.

In Italia abbiamo milioni di parassiti. Si pensi alla struttura politica e gestionale dello stato a Roma, e poi si scenda nelle regioni, nelle provincie e nei comuni, nelle comunità montane, nei consorzi, negli enti regionali di gestione del territorio, in quelli di amministrazione agricola, commerciale, industriale, artistico, museale, scolastico, universitario, sanitario: tutti parassiti pubblici, tutti stipendiati con le tasse delle aziende e del commercio italiano e con i denari che vengono drenati dalle attività del privato. Loro, i parassiti, non producono nulla, anzi usano la mano ferma della burocrazia per bloccare attività, impedire lo sviluppo.
Ma il problema non è la presenza di questo genere di parassiti, ma la loro gestione: sono inamovibili, illicenziabili, statici e se compiono dei misfatti non accade nulla, vengono spostati o promossi ad altri incarichi (Draghi, Cancellieri, Ciampi, ecc.ecc.): quanti giornalisti hanno cercato di seguire “il dopo” di quelle centinaia di dipendenti pubblici che frodavano lo stato?

Come pensiamo di migliorare con un cancro di siffatte dimensioni? Quasi 4 milioni di parassiti incistati nei diversi gangli del potere burocratico italiano che impediscono qualsiasi desiderio di sviluppo economico, culturale e sociale.
Zero assoluto! La bestia ingrassa sempre di più e per tale motivo è inamovibile.

Se poi a tutto questo ci aggiungiamo l’attività bancaria allora abbiamo fatto tombola!

Ma guardiamo da vicino alcune cose. La sicurezza del cittadino, per esempio. Abbiamo le forze dell’ordine che sono appiedate, senza pezzi di ricambio, con turni massacranti con un parco auto da paese sottosviluppato, i mezzi che lo stato destina alle forze non solo sono insufficienti, ma con i tagli imposti per la revisione della spesa, si è colpito proprio quei punti di salvaguardia per il cittadino stesso, e la malavita ringrazia!

Spostiamoci nel settore dei beni artistici, ma è solo un esempio ed ognuno di noi ne ha sicuramente altri da portare. Musei chiusi, musei sottodimensionati con la presenza del pubblico infima da cui tutti i musei pubblici d’Italia guadagnano meno del Louvre. E’ mai possibile che in Italia, la culla dei beni artistici con la più alta concentrazione culturale ed artistica del mondo i musei, abbia un introito più basso del Louvre? Chi è e chi sono i responsabili? Perché non vengono licenziati e messi a fare da usciere o a raccattare i mozziconi? Perché non pagano di tasca loro delle malefatte e dell’inefficienza procurata e del danno di immagine ed economico italiano? Da chi son coperti?

E’ solo un esempio, sia chiaro, e non è il massimo, poiché se volgiamo lo sguardo dell’industria basterebbe parlare dell’Ilva di Taranto e dei 40 mila dipendenti in tutta Italia che rischiano il posto di lavoro per la zelante attività di alcune persone della magistratura che dall’alto della loro posizione, incuranti delle sofferenze dei lavoratori, ma conniventi nelle attività illecite dell’Ilva in tanti anni (come mai non sono mai intervenuti in tanti anni ???), hanno l’ardire e la prepotenza di mettere sul lastrico migliaia di famiglie.
Questa è l’Italia che conta, quella del becero parassitismo, quel genere di parassitismo saudo-salafita, nello stile degli sgozzatori siriani che non distinguono il buono dal cattivo, ma scannano gole indifferenti. Ma nel caso dell’Ilva la prima cosa che anche i nostri politici – adesso – vanno sottolineando è l’inquinamento, caspita! L’Ilva inquina! Toh!
Adesso, giudici, GdF, Regione, Comuni e le varie Ong adesso scoprono che inquina, ma prima che tipo di attività stavano facendo quei parassiti? Essi sono colpevoli tanto l’Ilva per omissione di atti d’ufficio e così che tutti i responsabili, che in tanti anni non hanno mai controllato, dovrebbero pagare per lo stesso danno, anzi di più vista la loro veste pubblica.

L’Ilva è solo un piccolo pezzo dell’Italia, perché basta pensare al settore del commercio e a quello della piccola industria manifatturiera. Non parliamo delle grandi industrie che si sono volatilizzate al primo stormir di fronde, l’ultima delle quali la Fiat, ma di quelle che hanno costituito per decenni la struttura portante economica del nostro paese e che in poco più di 2/3 anni si sono assottigliate a scheletri vuoti, capannoni senza attività. Pensiamo al settore tessile, a quello del mobile, delle calzature, e a tutto l’indotto che solo questi settori producevano.
Ma questa Italia dovrebbe emergere dalla fogna nella quale siamo caduti? E come?

Stiamo vivendo in uno stato fallito, condotto da parassiti drogati per la sicurezza del loro posto di lavoro, mantenuto dal presidio sindacale incurante della vita della maggioranza degli italiani. Le premesse per uno scontro sociale ci sono tutte e chi ha il bastone del comando sta spingendo proprio in questo senso.

Un conoscente, impiegato nel pubblico (insegnante), ha già programmato le sue dovute ferie. A luglio farà 2 settimane in Puglia, ad agosto 10 giorni circa al sulla riviera adriatica e a fine agosto una settimana in Montagna (gli piace andare a funghi). Chiede: senti, che ne dici se ci organizziamo ed andiamo assieme a farci un giro in barca in Puglia? Silenzio di tomba del suo interlocutore che risponde: “Ma ti rendi conto che con le lune che ci sono se mi va bene potrò avere solo  una settimana di ferie a casa?”. L’altro, il parassita,: “Ma dai! Cosa sarà mai!? Le ferie ti sono dovute, te le devono dare, mica puoi lavorare in eterno, no?!”.

Il parassita, e come questo ce ne sono a milioni, non può capire, non capirà mai fintanto che qualcuno e accadrà, non gli metterà un tizzone ardente nel posteriore. Non capisce ed è talmente ignavo della sua tracotante sfrontatezza da non alleviare e minimizzare la sua posizione di fronte alla tragedia quotidiana dal non saper che oltre ai suoi confini, garantiti da leggi parassite, ci sono milioni di persone che ogni giorno non saranno sicure di poter portare a casa il proprio cibo.

I Befera stroncano gli imperi

30 giugno 2013 Lascia un commento

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Dalla sezione libera di Effedieffe traggo questo articolo di M.Blondet che merita molta attenzione, poiché se la storia non si ripete esattamente, insegna concetti ed avvenimenti che invece sono attuali. Il caso Equitalia e tutto quello che segue, pur coperto dai media, deve essere posto in primo piano, perché ciò che accade ora è già successo.

Ve l’avevamo detto….

Un piccolissimo imprenditore si dà fuoco davanti a una sede dell’Agenzia delle Entrate. Una cinquantina di piccoli imprenditori si sono già tolti la vita, schiacciati dalla triplice ganascia delle banche che non fanno credito, della recessione, dei clienti (o dello Stato) che non pagano, e dell’esazione fiscale.
«Contiamo di fare ancor meglio nel 2012», dichiara Attilio Befera, il capitesta di Equitalia (450 mila euro annui), nel comunicare i trionfi della sua torchia: 12,7 miliardi di euro incassati l’anno scorso, con un aumento del 15,5% rispetto all’anno prima. Sono anni che gli intriti tributari aumentano del 10-15% annuo – senza che l’economia aumenti affatto. Significa che si taglia nella carne di un Paese che la torchia immiserisce e devasta.
Ma, dice Befera, «LAgenzia è complessivamente cresciuta in tutti i settori… Un risultato raggiunto grazie alla professionalità dei nostri dipendenti e alle strategie adottate che hanno puntato sempre più ad una maggiore efficacia ed efficienza».
L’efficienza di cui si vanta Befera è quella che ha fatto crollare l’impero romano. Lo illustrò l’oratore ed apologista Lattanzio (240–320 dopo Cristo), africano. L’imperatore Diocleziano, che regnò dal 284 al 305, spiega Lattanzio, aveva messo in atto una riforma fiscale così efficiente, riorganizzando gli uffici in modo così perfetto, che le tasse venivano prelevate molto meglio di prima. Tanto bene, che i contadini, per la «enormitas indictionum», ossia per il «peso enorme delle tasse», fuggivano di casa per non farsi trovare dagli esattori, «e i campi tornavano a inselvatichirsi».

Nella sua provincia, l’Africa (che comprendeva il territorio di Tunisia e Algeria), Lattanzio aveva visto strade, villaggi e campagne resi insicuri dall’infuriare dei circumcelliones, lavoratori stagionali – precarii, si direbbe oggi – rovinati dalle tasse e dalla crisi. Abituati a muoversi in gruppi organizzati, percorrevano la provincia prima mendicando e poi taglieggiando, strappando i ricchi dalle loro carrozze e trucidandoli nelle loro ville, ammazzando preti e bruciando chiese (erano donatisti, piissimi, ammazzavano al grido «Deo laudes»).
Sant’Agostino, vescovo di Ippona, africano, li definisce banditi e pazzi furiosi «perditorum hominum dementissimi greges» che «vagano per la campagna senza partecipare al lavoro dei campi e disturbano il sonno degli innocenti» che «per mangiare si aggirano attorno ai granai». Da ciò – spiega Agostino – il nome di circumcelliones. Ma loro si definivano Agonisticis, lottatori di Cristo e per la giustizia sociale.

Lattanzio, giunto a Treviri come istitutore del figlio dell’imperatore Costantino, poté constatare che la Gallia era ridotta al disastro da un simile fenomeno sociale: qui erano i «bagaudi» (qualcosa che nel dialetto celtico significava «ribelli autonomisti»), bande ben organizzate di disertori e contadini-evasori fiscali per necessità, che funestavano le campagne spinti dalla fame e dalla disperazione, ma anche da sete di giustizia sociale. Dovunque poterono costituire centri autonomi, eliminarono il latifondo e la schiavitù.
In Egitto – granaio di Roma e proprietà dell’imperatore, quindi più tartassato di tutte le altre provincie – la spoliazione messa in atto dalla macchina fiscale è ben illustrata dal caso di Sant’Antonio del deserto, il copto Abba Antonio. Antonio ereditò dai genitori 300 arurae di fertili di campi (circa 80 ettari), contro le 40 arurae medie di un fellah egiziano di allora. Era dunque un fellah benestante. O lo sarebbe stato, senza l’efficienza spietata del fisco. Per il pagamento delle tasse, (in sacchi di granaglie), era stato inventato il «sostituto d’imposta»: nel senso che dopo aver fissato una quantità di grano per ogni villaggio egiziano, i funzionari imperiali sceglievano due o tre dei più ricchi del Paese, e li rendevano responsabili del pagamento della tassa da parte della intera comunità: ne rispondevano con il loro patrimonio privato. In tal modo, i designati, per non ridursi essi stessi all’insolvenza, si dovevano fare aguzzini dei loro vicini di casa, estraendo l’ultimo sacco di grano ai contadini più poveri, che già vivevano ai limiti della sussistenza.

Sant’Antonio Abate

Antonio si trovò sicuramente, data la sua ragguardevole proprietà nella condizione di esattore-sostituto, o «curiale», come erano ufficialmente definiti questi malcapitati, che si facevano odiare dai membri del villaggio. Così non è strano che – lui analfabeta – ascoltò da un predicatore cristiano la frase di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’ vendi quello che possiedi e dallo ai poveri», ebbe l’illuminazione: fuggire al fisco diventava possibile! Bastava non aver più reddito alcuno. E allontanarsi, per prudenza, dove la macchina esattoriale aveva difficoltà a reperire i contribuenti: nel deserto. Il suo biografo (Sant’Atanasio vescovo) attesta che Antonio immediatamente «regalò il suo terreno ai vicini». Il particolare è di cruciale importanza: Antonio non potè «vendere» la sua terra per dare il ricavato ai poveri, dovette «regalarla», perché nessuno la voleva essendo legato a quella proprietà il dubbio privilegio di farsi torchiare a sangue, e diventare aguzzino dei compaesani. Oppure, perché i vicini non gli avrebbero consentito di andarsene nel deserto, se prima non dava loro il cespite e i raccolti con cui placare i funzionari romani.

Fatto sta che, una volta constatato che nel deserto (ossia probabilmente dietro casa, essendo in Egitto) Antonio riusciva a sopravvivere, attesta Attanasio, «molti uomini facoltosi seguirono Antonio nella fuga (e nell’evasione) del deserto, «per scaricarvi i pesi di questa vita». Nacque così il monachesimo. Gli anacoreti diventarono sempre più numerosi attorno alla caverna di Antonio Abate (Abba, in copto), fino quasi a formare una città di anacoreti. Vivendo in estrema frugalità (due pani di segale al giorno, qualche volta fave e lattuga) ma – Atanasio lo sottolinea espolicitamente – «lì nessuno veniva tormentato dall’esattore delle tasse».
Il monachesimo fu un successo travogente. Migliaia di egiziani, non solo contadini ma soldati (per lo più giovani copti arruolati a forza in retate e gettati a combattere barbari biondi nel gelidi Nord) avevano trovato il modo migliore per salvarsi dal demonio e dai Befera del tempo: salvarsi l’anima rinunciando a consumare e praticando l’ascesi, e cessando di produrre ricchezza; niente produzione, niente tassazione. All’impero che aveva voluto (dovuto) tassare troppo, cominciarono a mancare i contribuenti e anche i soldati, che dopo che il cristianesimo era stato riconosciuto dallo Stato (l’editto di Costantino) avevano un modo legale di sottrarsi alla leva, facendosi monaci. Si arrivò al punto che l’imperatore Valente, nel 375, mandò i suoi legionari nel deserto di Nitria a rastrellare sistematicamente gli eremiti nei loro affollatissimi romitaggi. Furono presi e portati in carcere, oppure «stanati dai loro nascondigli» e obbligati a tornare a casa «perché adempissero il loro dovere nella comunità d’origine», narra San Gerolamo: ossia la funzione di sostituti d’imposta. Molti si rifiutarono di tornare a casa, e furono uccisi a bastonate. Valente, nel suo gergo militaresco, li aveva bollati come «ignaviae sectatores», che significa «banda di lavativi», ma anche «volontariamente inattivi, improduttivi». Oppure renitenti alla leva e al fisco «sub specie religionis», con la scusa della religione.
Ma ormai l’efficiente fiscalità romana aveva raggiunto il punto, in cui non valeva più la pena affannarsi a produrre nulla. Questo punto è stato raggiunto in Italia. Che faccia nascere santi eremiti come Antonio del Deserto, pare improbabile data la mentalità corrente. Ma almeno, circumcelliones e bagaudi, sarebbe ora.

(30 marzo 2012)

Far Pagare le Tasse è il Furto di uno stato Parassita: evaderle è un atto di civiltà!

10 gennaio 2012 11 commenti

Aggiornamento 07.10.2012

Siamo tutti coscienti che in Italia l’evasione fiscale non è solo difficilmente quantificabile, ma talmente radicata che anche coloro che dovrebbero punire gli evasori se ne servono. Basti pensare alle fatture dei meccanici, degli artigiani, dei dentisti, di altri professionisti, in cui la nostra complicità con l’evasore, di fronte a numeri sempre più vertiginosi e a paghe sempre più sgangherate, diventata un tutt’uno.  E’ inutile negarlo!

Basta andare da un dentista, farsi fare un impianto o un lavoro particolare o qualche corona dentaria per trovarsi con un costo superiore ai 2000 euro e allora perché si dovrebbe richiedere la fattura, alla quale verrebbe caricato un costo in più per l’Iva? Dove sta il vantaggio per l’utente finale? Molti, che ancora non hanno speso quelle cifre, risponderebbero che è dovuta, che è un atto di civiltà, che è bello pagare le tasse (Padoa Schioppa docet!). Ma chiediamoci, ne siamo certi, pensiamo veramente che sia civile pagare le tasse, così come adesso ci impongono di pagare? E, come già detto, a che pro? Non rispondiamo scimiottescamente che perderemo i servizi, l’istruzione e la sanità (per Bersani è il tema dominante).

Le tasse, quel fiume immane di denaro che lo stato drena tutti i giorni con tasse dirette ed indirette, è sempre e continuamente in aumento, l’andamento del costo della benzina dovrebbe farlo capire anche ai più stolti, ma nonostante questo c’è la pubblica amministrazione che monopolizza i media televisivi inondando le case di messaggi fuorvianti: “se tutti pagano le le tasse tutti le paghiamo meno“. Quale enorme assurdità!! O come quella che indica l’evasore come il parassita.

Ma ci crediamo veramente che questa nenia sia veramente realista?

Allora partiamo da un punto di vista realista, ovvero di come sta l’Italia adesso o una parte di essa.

I dipendenti pubblici di tutti i settori, rispetto al privato, godono di un fattore di “forma” della inamovibilità. Nessun dipendente pubblico, salvo il caso che non abbia compiuto una strage, viene licenziato e dopo l’eventuale periodo di carcere, di norma viene rimesso in servizio, accumulando nel contempo i versamenti pensionistici che lo stato (noi) gli paga. I dipendenti pubblici di grado superiore per legge (Art. 24 legge 448/1998), godono di un aggiornamento annuale del loro stipendio del 3 %.  Il numero dei dipendenti pubblici al 2010 (Dati Rag. dello Stato) è di circa 3,4 milioni di persone con una spesa media per lo stato di circa 165 miliardi di euro. Suddivisi come da seguente tabella con valori in milioni:

E’ evidente che i comparti più costosi sono quelli della Sanità, delle Regioni e della Scuola. Solo questi tre drenano quasi 114 miliardi di euro, ovvero il 69,7% della spesa pubblica.  Sorge allora la domanda più che lecita se sia coerente che uno stato allo sfascio, come è attualmente l’Italia, possa permettersi di buttare 114 miliardi, ai quali però sarebbero da aggiungere anche i 7,5 delle forze armate, per avere un ritorno che non è percepibile sulla pelle di ogni uno di noi. Ricordiamoci che le forze armate sono costituite per lo più da graduati, sottufficiali ed ufficiali, mentre la truppa volgare, quella comandata, è una minima parte. Ricordiamo ancora che tutti nelle forze armate quando vanno in pensione – e così anche tutti dipendenti pubblici – godono di un altro fattore di “forma”: vanno in pensione con il grado successivo a quello che avevano prima della pensione e questo è un gran vantaggio “economico” per loro, un po meno per il normale italiano. Non dimentichiamoci che le forze armate, sempre al servizio della Nato, sono attive in operazioni “peace-keeping”, al servizio degli anglosassoni, degli Usa e di Israele, ovvero al servizio di chi ha tutti gli interessi affinché altri compiano il lavoro sporco, mentre gli altri portano a casa i frutti dei nostri sacrifici. Ma questa è una divagazione per cui il Generalissimo La Russa, assieme al comunista-massone di Napolitano, ha voluto la guerra di Libia. Chiedo venia!

E’ vero che la sanità, ancora, funziona, ma è anche vero che i servizi offerti (lungaggini, errori di diagnosi, tempi biblici per un esame diagnostico, medici che fanno il doppio lavoro direttamente nella struttura pubblica) sono per lo più scadenti, anche se ci sono, ad onor del vero, delle ottime strutture ospedaliere sparse nel territorio nazionale che però non sono la media, ma delle eccezioni.

E’ vero che il nostro sistema scolastico, praticamente gratuito fino al quarto e quinto anno della scuola secondaria di II grado (scuola superiore), ha un costo relativamente basso se paragonato agli altri paesi europei; in compenso abbiamo un corpo insegnante miserrimo, incapace di infondere senso di critica, assenteista, disarticolato, troppo indipendente nella scelta dei testi scolastici, disinteressato, ma anche è spesso ingessato in regole protezionistiche assurde (si veda il caso di quella professoressa condannata per aver imposto ad  uno scolaro di scrivere 100 volte la frase “sono uno idiota” per aver dileggiato un suo compagno di classe). Sistema che sforna annualmente migliaia di persone senza una benché minima cultura di base, per lo più ignoranti, indottrinati e semianalfabeti.

Dall’introduzione istituzionale delle Regioni (1970) lo sfascio italiano è andato via via sempre più accentuandosi. Nella realtà, e senza entrare nelle specifiche regioni, abbiamo assistito ad una frantumazione degli organi di controllo statale con la creazione di sub-unità parallele allo stato con doppie funzioni e con il risultato di paralizzare l’efficienza paese.
Praticamente le attuali regioni altro non sono che un doppione dello stato con tutto quello che ne consegue: un baraccone inutile, costosissimo che mette il fruitore finale – il cittadino – in condizioni tali da incatenare una qualsiasi pretesa di inventiva o innovazione, perché ogni cosa è vagliata dai consigli regioni, dai vari Tar, dalle varie commissioni composte da persone pagate profumatamente, ma che non producono nulla di utile, salvo che le richieste del cittadino non incontrino i desideri dei politici consenzienti che ne permettono l’attuazione. Uno stato collettivo del malaffare, permeata in tutti i settori e gli scandali di questi ultimi anni dovrebbe far aprire gli occhi, ma tant’è che nessuno ormai ci fa più caso: “cosa possiamo fare noi piccoli cittadini?” è la risposta al marciume che regna nella pubblica amministrazione.

A sostegno di questo “antico” post ci stanno gli affari accaduti in questi giorni, si vedano i casi di Lusi, Belsito, Fiorito che approfittando della distrazione mediatica democratica si appropriavano dei denari che il partito riceveva dallo stato (noi). Tutto normale in una repubblica delle banane come la nostra. A tutto questo magna-magna atavico di gente che fino a ieri mangiava pane e cipolle, si aggiunge anche l’insospettabile leggerezza dell’essere con cui un incaricato alla riscossione delle tasse usava i denari riscossi per i comodi personali.

Tutti zitti!!!! Zitta la magistratura, zitta la GdF, molto attenta invece a inchiodare il barbiere, il commerciante, la parrucchiera per mancato emissione dello scontrino fiscale. Quelli (Lui, Fiorito, Belsito, Saggese) intoccabili – the untouchables – hanno sperperato per anni milioni, tantissimi, e comuni, assessori, presidenti di regioni, uscieri e tutta la catena im-produttiva dello stato (parassita) pur sapendo, stavano zitti, condividendo il sistema del magna-magna. 

Ma chi ha messo quelle persone in quei posti di responsabilità, con quali credenziali, con quali concorsi-farsa? E quali correnti politiche hanno sostenuto la loro candidatura e sulla base di quali esperienze professionali?  Perché solo a sentirli a parlare sembrano appena sgrossati da un ciocco di legno.  Eppure quelli che dovevano controllare, i controllori, zitti e muti come pesci.

Ora, come potrebbe capire la persona normale, sembrerebbe che il male vero, quello da estirpare, siano i contribuenti che evadono lo scontrino del bar; la massa silenziosa, che non avendo forza o voce in capitolo deve pagare, anche contro la tentazione, legittima, di non farlo. Questi sarebbero i parassiti, quelli da inchiodare a forza e mediaticamente dalle commissioni tributarie, dalla gogna mediatica. Ma ne siamo veramente certi? Chi è il parassita? Il barista che non emette uno scontrino da 1 euro oppure quell’infame adiposamente indisponente che si è ingrassato con i denari nostri?

Allora alla domanda suddetta, se crediamo alla nenia mediatica, io credo che sarebbe da rispondere semplicemente di no!
Non è vero che se tutti paghiamo le tasse tutti alla fine le paghiamo meno, i servizi funzionano meglio, lo stato migliora le sue offerte, poiché è la solita bufala plutocratica di controllo. Alla fine chi veramente ci guadagna da questa balla è solo l’apparato statale-parassita, quello che è incapace di produrre un cambiamento, quello che legifera solo e pro domo sua, mentre per il settore privato ci sono solo gabelle, vessazioni, oneri sempre più invadenti, cartelle pazze, tasse inique, ma giuste per l’esercito di statali che deve auto-alimentarsi sulle spalle dei privati senza i quali cadrebbe nello sfascio più totale.

Quindi pagare le tasse è niente meno che pagare il pizzo alla mostruosa macchina ormai in cancrena di uno stato che ha svenduto la sua dignità, il suo onore, il suo rispetto e che non ha nemmeno la vergogna, il pudore quando avvisa il cittadino che “il cambiamento dei benefici dei parlamentari puo’ essere fatto solo dai parlamentari stessi“. Ma è accaduto anche nel Veneto che un amministratore di un ente pubblico (Fondazione Breda), nonostante fosse ammalato di cuore, abbia frodato l’ente, pagato con le tasse non solo venete, ma di tutti noi italiani, incamerando diversi milioni di euro. Solo alla presenza di un giudice, il suo già debole cuore con diversa by-pass ha ceduto, mentre è rimasto intatto quando rubava a piene mani. Questa è una dimostrazione della totale manomissione sulla cosa pubblica che nemmeno una malattia al cuore interrompe ed impedisce di compiere, tanto al massimo che succede? Niente! Quindi nulla da temere, nemmeno di fare un infarto deleterio per la salute.

Però, mentre noi, di fronte ad una cartella esattoriale magari pazza o sbagliata nei valori, ci vengono i sudori, le notti insonni, lo stomaco annodato, al burocrate-plutocratico invece gli prudono le mani per cominciare a contare i denari che riuscirà a razziare dalle nostre tasche e così dobbiamo anche spendere in avvocati, in commercialisti, in tecnici per quelle leggi fatte bell’apposta per non essere capite, così che di fronte ad una multa di 100/1000 euro è più conveniente pagare che ricorrere alla giustizia, perché costa, costa tanto e il tempo, e più spesso i denari sono sempre meno e ci servono per sopravvivere.
E lì, con questo sistema, la pubblica amministrazione sguazza nel vedere che il cittadino si dibatte nell’arena fiscale, burocratica, legislativa, tanto lei sa – la pubblica amministrazione –  che pochi potranno uscirne vivi e nel frattempo ci avranno spogliato rendendoci sempre più simili ad oggetti da usare e da gettare.

Ma allora ha senso parlare di pagare le tasse? In queste condizioni direi di no, assolutamente non ha senso, perché vorrebbe dire alimentare una macchina che offre il minimo, prelevando il massimo. Hanno compiuto quello che le aziende private spesso non ottengono i decenni di attività: il massimo utile con il minimo sforzo, chiamali stupidi!

Però, se ci pensiamo bene: tagliati i rami secchi, improduttivi, cambiate alcune regole di questa macchina, eliminate le regioni, le prefetture, ridotti i numeri del personale nei comuni e nelle segreterie (ormai è tutto informatizzato, no?), ridotti i parlamentari ad un numero esiguo ( in Svizzera il parlamento si riunisce 2 volte all’anno e i parlamentari ricevono a casa tutti gli atti necessari per le due riunioni annuali), messi alla stessa stregua del privato con gli stessi diritti e doveri, licenziandoli quando sono assenti per mesi o perché timbrano e vanno a fare la spesa o per altre “marachelle”, allora in questo caso pagare le tasse dovrebbe essere un dovere di tutti, senza eccezione!!!
Allora sì che, sistemata la macchina rappresentativa, quella che da l’esempio, potremmo correre a versare i nostri denari al fine di fruire tutti di servizi snelli, efficienti, perché in caso contrario si viene licenziati; una giustizia che corre veloce, perché i cancellieri hanno il loro lavoro ed i giudici pure, perché lavorano in maniera snella; di una sanità che lavora 24 ore al giorno, perché i medici ospedalieri lavorano solo in ospedale e non nelle cliniche private o all’ospedale in intramoenia.
Allora sì che, come diceva Schioppa, pagare le tasse è bello (non tanto, ma supposte le condizioni…), ma da adesso a questo c’è un mare di differenza.

E’ vero però, ci sono molti evasori, tantissimi e le cifre che si sentono svariate, dai 30 ai 300 miliardi, nessuno lo sa e non si capisce come riescano a dedurre queste cifre se si parla di sommerso. Se una cosa è sommersa, non rilevabile, come possano arrivare a dei risultati è un mistero. Nella realtà considerando che tutte le aziende devono necessariamente usare energia elettrica la cosa in sé sarebbe, credo, facile: tutte le utenze con valori superiori ad un certo consumo potrebbero essere suscettibili di visite della GDF. Facciamo un esempio per i più duri di comprendonio: se io consumo 9Kwatt al giorno per uso domestico non posso pensare che ci sia un privato che invece ne usi 100 o 5000. Ci deve essere un problema o comunque una perdita ed i tecnici dell’Enel o dell’Edison o di qualche altra società “privatizzata” dovrebbe capire che succede, vi pare?

Però non succede nulla, la GDF, è silente, non mobilita nessuno e tutto passo sotto silenzio.
Mi chiedo, c’è complicità oppure la solita manfrina italiana…tanto a noi che c’è frega?

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