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Posts Tagged ‘Sindacati’

La legislazione sociale Fascista in materia sociale…Monti e tutti i governi precedenti cosa hanno fatto di più?

5 settembre 2012 Lascia un commento

Vista la scarsa conoscenza in materia, ritengo utile un elenco (incompleto) delle leggi sociali approvate durante il Fascismo.

  • Tutela lavoro donne e fanciulli – (Regio Decreto n° 653 26/04/1923)
  • Maternità e infanzia – (Regio Decreto n° 2277 10/12/1923)
  • Assistenza ospedaliera per i poveri – (Regio Decreto n° 2841 30/12/1923)
  • Assicurazione contro la disoccupazione – (Regio Decreto n° 3158 30/12/1923)
  • Assicurazione invalidità e vecchiaia – (Regio Decreto n°3184 30/12/1923)
  • Riforma “Gentile” della scuola – (Regio decreto n°2123 31/12/1923)
  • Assistenza illegittimi e abbandonati – (Regio Decreto n° 798 08/05/1927)
  • Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi – (Regio Decreto n° 2055 27/10/1927).
  • Esenzioni tributarie famiglie numerose – (Regio Decreto n° 1312 14/06/1928 )
  • Assicurazione obbligatoria contro malattie professionali – (Regio Decreto n° 928 13/05/1929)
  • Opera nazionale orfani di guerra – (Regio Decreto n° 1397 26/07/1929)
  • Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro I.N.A.I.L. – (Regio Decreto n° 264 23/03/1933)
  • Istituzione libretto di lavoro – (Regio Decreto n°112 10/01/1935)
  • Istituto nazionale per la previdenza sociale I.N.P.S. – (Regio Decreto n°1827 04/10/1935)
  • Riduzione settimana lavorativa a 40 ore – (Regio Decreto n° 1768 29/05/1937)
  • Ente comunale di assistenza E.C.A. – (Regio Decreto n° 847 03/06/1937)
  • Assegni familiari – (Regio Decreto n° 1048 17/06/1937)
  • Casse rurali ed artigiane – (Regio Decreto n° 1706 26/08/1937)
  • Tessera sanitaria per addetti servizi domestici – (Regio Decreto n° 1239 23/06/1939)
  • Istituto nazionale per le assicurazioni contro le malattie I.N.A.M. – (Regio Decreto n° 318 11/01/1943)
  • In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. (Art.12 del Manifesto di Verona)
  • Decreto legislativo del Duce – 12 Febbraio 1944 – XXII, n. 375. Socializzazione delle imprese
    Il Duce della Repubblica Sociale Italiana
    Vista la Carta del Lavoro;
    Vista la “Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell’economia italiana approvata dal Consiglio dei Ministri del 13 Gennaio 1944;
    Sentito il Consiglio dei Ministri;
    Su proposta del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le finanze e con il Ministro per la Giustizia Decreta:
    Titolo 1. – DELLA SOCIALIZZAZIONE DELLA IMPRESA Art. 1. (Imprese socializzate) – Le imprese di proprietà privata che dalla data del 1° gennaio 1944 abbiano almeno un milione di capitale o impieghino almeno cento lavoratori, sono socializzate…

ref: La legislazione sociale Fascista.

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Quando il sindacato vede la trave nell’occhio del popolo spremuto

16 maggio 2012 Lascia un commento

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“Occorre inviare un segnale chiaro a tutto il Paese che le tasse vanno pagate nei tempi e nei modi previsti dalla legge”. Queste le parole del sindacalista Bonanni a difesa dei lavoratori di Equitalia.

In effetti un buon sindacalista avrebbe il dovere di difendere i lavoratori, indipendentemente dal colore politico e della ditta di appartenenza, e così appare faccia Bonanni.

Quello che suona strano è che qualche anno fa il Ministro del Lavoro Tiziano Treu e Tito Boeri proposero una riforma sul lavoro con contratto unico suddividendolo in tre fasi. Un periodo di prova di sei mesi per valutare la qualità del lavoratore, quindi l’inserimento dal sesto mese al terzo anno tutelando il lavoratore da licenziamenti discriminatori e in fine il periodo di stabilità.(1)

La proposta fu cassata da Bonanni e da tutti i suoi consimili delle altre due confederazioni. Successivamente fu esaminata la prospettiva di Ichino di mettere alla porta l’1% della popolazione pelandrona nella pubblica amministrazione facendo posto alla classe dei precari e di chi era senza lavoro, i tre dell’Ave Maria hanno ribadito “Non esistono nullafacenti” (¹)

Andando avanti di questo passo e considerando che il mondo sindacale è una macchina mangia soldi ed è la seconda forza lavoro italiana, non ci si può meravigliare se i conti delle tre confederazioni non sono trasparenti. La nebbia e il pressapochismo impera a tutto tondo, tanto che l’ex radicale Capezzone avventava la cifra di 3.500 miliardi di lire nel 2002 il giro d’affari dei sindacati, indicando però che i conti erano sicuramente fatti per difetto. (²)

Dai sindacati dipendono molte cose: i contributi degli iscritti, i Caf, i patronati sindacali, il patrimonio immobiliare immenso, la raccolta del 5×1000, gli affari degli immigrati, le tessere e tutto all’ombra delle dichiarazioni fiscali, possibile?

Non dimentichiamo poi che i le confederazioni sindacali non pagano l’Ici, ora Imu e che il loro smisurato patrimonio immobiliare fu dato loro dallo stato italiano a seguito di una legge (n. 902 del 18 novembre 1977) che gli esentò anche dal pagamento di qualiasi tassa o imposta relativa al trasferimento dei beni. Inoltre, per quanto concerne l’Ici (ora Imu) il decreto n. 504 del 30 dicembre 1992 esonera questi enti dal pagamento dei tributi comunali.

Certo che fare il sindacalista con queste premesse è un bel lavoro tanto da lucrare anche su dei versamenti INPS mai pagati. Una legge del 1996, la 564, permette ai sindacalisti di avere il doppio contributo calcolato su versamenti “figurativi” legati agli ultimi stipendi realmente percepititi e l’onere di questi versamenti viene dato ovviamente all’Inps per tutti quei dipendenti in aspettativa per incarichi sindacali. Le confederazioni sindacali ovviamente non hanno mai versato un centesimo traendone gran beneficio per le loro economie. A questa legge se ne aggiunge un’altra, la Legge Mosca (LEGGE 11 giugno 1974, n. 252 – Regolarizzazione della posizione assicurativa dei dipendenti dei partiti politici, delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di tutela e rappresentanza della cooperazione. (GU n.177 del 8-7-1974 )) che prevedeva dall’armistizio del’8 settembre 1943 ad alcune centinaia di persone per aver lavorato in nero o prestato attività sindacali, politiche assistenziali di essere messe in regola con i versamenti pensionistici. Era sufficiente una attestazione del sindacato per poter entrare di fatto a libro paga dell’Inps.

La legge Mosca prevedeva ovviamente una scadenza, ma in Italia fatta la legge…così che dalla sua scadenza iniziano le proroghe fino che ebbero il loro fine solo nell’aprile del 1980.

Proviamo a contare gli anni dall’ 8 settembre 1943 all’aprile del 1980. Dentro questa immensa forbice ci sono quasi tutti i nomi noti del sindacato: da Bertinotti a D’Antoni, quindi Trentin, Larizza, Del Turco, Marini.  (³)

In questo assalto alla dirigenza dello stato sociale italiano la voce forte di denuncia di Bonanni appare quasi un urlo disperato ed accorato di chi comincia intravvedere le loro prebende, i loro vantaggi, le loro ruberie, le corsie preferenziali di chi non ha mai lavorato, ma ha scaricato sull’intero mondo del lavoro l’onere delle loro mancanze.

(¹) Stefano Livadotti – L’altra Casta – Ed. Bompiani
(²) ibidem
(³) ibidem

L’impiego pubblico è il vero motore dell’economia

1 maggio 2012 Lascia un commento

E' qui la festa?

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Siamo alle solite, quando si ventila un leggero “maquillage” e ritocco della spesa pubblica, apriti cielo che scendono in campo i tre moschettieri A-B-C. Il problema è però più complesso, perché la spesa pubblica è fino ad oggi stata oggetto del potere di alcune grandi strutture che non rispondono a nessuno.

Non vogliamo essere complottisti e nemmeno sospettare che vi sia lo zampino di qualche misterioso Mister K, ma quando qualcuno mette il naso sui conti pubblici o si brucia il naso oppure viene gentilmente avvertito di starsene fuori.

Parlare di tasse e di Imu in un semplice blog come questo sarebbe presuntuoso, ma esprimere il proprio punto di vista su quanto accade è un diritto come quello di andare a votare, per chi ha ancora stomaco di farlo.

Quindi evadere le tasse è un delitto, così come istigarne l’evasione, si potrebbe essere denunciati per istigazioni all’evasione fiscale per danno allo Stato e i giudici, di solito sempre solerti a mantenere salda la loro poltrona, avrebbero gioco facile ad incriminare.
Monti infatti va all’attacco sdegnato, perché “chi ha governato, chi governa e chi si candida a governare non può giustificare l’evasione fiscale, né tanto meno istigare a non pagare le tasse, o istituire personali e arbitrarie compensazioni fra crediti e debiti verso lo Stato“. Possiamo pensarla diversamente seguendo la logica “paghiamo tutti che pagheremo meno”? Infatti lo sdegno continua contro quelli che alzano la voce sulla reintroduzione dell’Ici e sul suo aumento viene chiarito da quanto segue: “la diminuzione del carico fiscale è possibile se tutti paghiamo le tasse, se nessun comparto pubblico si sottrae alla riduzione delle spese e se tutti riconoscono la necessità di moralità e legalità”. Parlare di moralità in un consesso di criminali prezzolati e di parassiti al soldo delle solite lobbies è un’offesa al pubblico pudore.

Il riferimento alla spesa pubblica viene accennato appena e a fine frase, buttato lì con nonchalance, rincarando la dose contro Alfano e Maroni che chiedono l’abolizione dell’Imu e la compensazione dei crediti degli imprenditori che avanzano circa 60 miliardi dallo stato (vale infatti la formula giuridica del Solve et repete). Intollerabile! Ha detto Monti che si speculi su queste cose. L’abolizione dell’Ici è stato un errore che ha portato a questa situazione e non ci possono essere arbitrarie scelte sui conti dello stato. E’ necessario invece combattere il vero male che attanaglia l’Italia, – la corruzione – che rappresenta “una pesantissima tassa occulta“. Il riferimento all’organizzazione Transparency International (che fonda la sua politica sociale sulla corruzione) forse è casuale, ma non più di tanto considerando l’origine di questo gruppo è controllato oltre Manica e al quale fanno parte alcuni esponenti della Lega.

In tutto questo polverone di proposte, di tasse, di iniquità per il semplice italiano che vive del suo lavoro e che nulla può difronte ai poteri dello stato, i vari moschettieri lavorano di cappa e spada per cercare di salvare le proprie posizioni. Non si parla infatti di nessun ritocco della spesa pubblica anche se nel gergo volgare si continua a sentire frasi come lo “spending review” termine anglosassone per indicare la revisione della spesa. Si continua a parlare, ma mettere in pratica qualcosa che abbia senso nessuno lo propone e di possibilità ce ne sono a bizzeffe: – il finanziamento dei partiti – l’Imu sui fabbricati dei sindacati (qualche centinaio di migliaia di metri quadri) – dimezzare il numero dei parlamentari e sottosegretari – ridurre il numero degli impiegati pubblici (Italia:62,1 dipendenti pubblici per 1000 abitanti contro 39,3  della Germania, fonte Euroispes) – far rientrare i nostri soldati dai scenari di guerra che servono ad altre potenze straniere – ridurre il numero delle provincie – chiudere i rubinetti che foraggiano il mondo sindacale (oltre 3,5 miliardi all’anno).

E’ evidente che possibilità di scelte ce ne sono a bizzeffe, basterebbe pescare a caso che sicuramente non si farebbe alcun danno, ma si porterebbe un guadagno all’intera comunità.

Però in queste condizioni si andrebbero a ridurre alcuni privilegi e ci pensa bene uno dei tre moschettieri che pone subito il suo veto: Altolà! E Bersani si mette di traverso enunciando che “Diciamo da sempre che abbiamo una spesa pubblica squilibrata. Ma si dia un’occhiata all’andamento della spesa corrente negli ultimi 15 anni…Ok la spending rewiew. Si può incidere sul settore della spesa della pubblica amministrazione, ad esempio, l’acquisto di beni e servizi. Ma non si può tagliare su stato sociale o istruzione, sul lavoro e gli investimenti perché crolliamo“. Quindi non si spende nulla per acquistare materiali o servizi, ma non si tocca nulla nemmeno sulla spesa corrente e su quanti hanno creato il loro piccolo orticello. Messaggio chiaro che vuol dire inamovibilità e nessuno si azzardi a toccare i 3,6 milioni dei dipendenti pubblici e tutte le loro prebende, come le pensione baby, i pensionati d’oro, i pensionati nati dalla Legge Mosca che molti hanno saputo sfruttare a proprio vantaggio.

La macchina del pubblico impiego si difende ed appena sento odore di bruciato attiva immediatamente le sue difese di autoconservazione: è come una bestia autonoma, capace di sopravvivere anche alle calamità naturali più devastanti ed è capace addirittura di indicare i capitoli di spesa e di prelievo tanto che Bersani indica chiaramente che “Servono ammortizzatori per i parasubordinati, si tratta di 300-400 milioni di euro che noi sappiamo dove poter prendere”.

Tutto è subordinato ad una cosa sola: non toccare la pubblica amministrazione, ma scaricare sul settore privato l’intero fardello impositivo tale che possa mantenere il pubblico stesso.

Dobbiamo infatti sapere che una dei settori primari di attività è proprio il pubblico impiego che con i suoi 4 milioni di dipendenti supere di poco l’intero settore della Confindustria.

Battaglia sindacale o accordi sottobanco?

28 marzo 2012 Lascia un commento

Io non ci capisco più nulla.

Da un lato la Camusso e la Fiom che agitano il popolo bue alla riscossa per guadagnare non si sa cosa, dall’altro Confindustria e imprenditoria in genere che cercano di salvare il salvabile. Siamo allo sfascio più totale; e ci si mette anche Arlechin Batocio a soffiare sul fuoco della destabilizzazione politica economica e finanziaria con un ricatto pragmatico: o fate come voglio io o me ne vado!
Per fortuna che qualcuno gli ha detto che se ne può anche andare, perché in tre mesi di “governicchio” più che risollevare le economie del paese, ha improntato una politica feudale di gabelle che vanno ogni limite concesso all’essere umano presente in questa terra. Ma parliamo di Arlechin batocio, servo di mille padroni.

Nel frattempo che sindacati e impresa si azzuffano sulle colline del 18, l’attuale governo approva il decreto delle Liberalizzazioni con 365 voti a favore, 61 contrari e 6 astenuti. Un bel colpo per la coalizione PD-PDL, pur di mantenere intatto il loro potere e i loro privilegi accettano anche di mangiare escrementi. Questa è la serva Italia, bordello per eccellenza.

Nessuna meraviglia.

Meraviglia invece sapere che l’Istat abbia pubblicato che la fiducia dei consumatori e cresciuta! E ci si chiede come l’Istat sia stato in grado di elaborare  i dati per arrivare a queste dichiarazioni. Forse vogliono dipingere di rosa lo sfascio  italiano come faceva Berlusconi che continuava a dire che tutto andava bene.
Eppure i dati ufficiali parlano chiaro: la fiducia dei consumatori è aumentata

Il miglioramento, sottolinea l’istituto di statistica, e’ diffuso a tutte le componenti. Sale l’indice relativo alla componente economica generale (da 86,8 a 87,4) e, in misura piu’ marcata, quello riferito alla situazione personale degli intervistati (da 97,5 a 100,1). Migliora lievemente l’indicatore riferito alle attese a breve termine (da 85,9 a 86,3) e, in maniera accentuata, quello relativo alla situazione corrente (da 100,3 a 102,6).

Come dire che le aspettative delle persone è ottima “Migliora…in maniera accentuata quello relativo alla situazione corrente” Peccato che leggendo tra le righe si scopra che le aspettative relative alla disoccupazione non sono così ottimistiche e quindi ci si chiede come fa una popolazione ad essere fiduciosa su tutto il resto se le aspettative occupazionali sono invece negative? Mistero della statistica.

Ma evidentemente i servizi di stato dell’istituto di statica non tengono conto del pensionato con 400 euro/mese, non tengono conto delle migliaia di persone licenziate e senza la possibilità futura di poter sopravvivere, non tengono conto del salasso giornaliero che le banche stanno operando sulle nostre tasche, non tengono conto degli aumenti spaventosi dei carburanti e delle altre gabelle che hanno portato l’Italia ad essere il paese con le tasse più alte che arrivano praticamente ad incidere per il 75% del nostro reddito. No, l’Istat di questi fatti non ne ha tenuto conto, perché la fiducia dei consumatori è aumentata. Forse potremmo pensare che il messaggio sia diretto ad alcune componenti del mondo economico più che al popolo bue che di statistica non ci capisce una cicca.

Appare infatti strano che una popolazione dedita al risparmio come quella italiana, abituata a mettere al riparo i propri sacrifici,  adesso, di punto in bianco, sia diventata la cicala d’Europa, perché si scopre che l’Italia, anzi il popolo bue italiano, ha cominciato a mettere mano al gruzzolo tenuto da parte. Non lo dice il solito Pitocco, ma niente e popò di meno che la Banca d’Italia “…Complessivamente,dal 2002,l’entità del risparmio si è ridotta ad un terzo (- 67,75 %), passando da 95 miliardi del 2002 a 30,641 miliardi del 2010..

Una bella sforbiciata non c’è che dire, dato che  “…lo stato delle finanze pubbliche nasconde un serio pericolo: se le autorità monetarie imporranno a tutti i paesi di Eurolandia un drastico rientro nel rapporto Debito pubblico/PIL (nda. e lo stanno facendo), non potremo che far leva proprio su quelle variabili private che hanno permesso al ministro Tremonti di introdurre nelle valutazioni l’indebitamento privato (drammatico nei paesi anglosassoni) e di mitigare il giudizio sulle nostre finanze in sede internazionale.

Ma siccome le belle notizie arrivano sempre assieme possiamo tener conto che l’aumento della fiducia dei consumatori è correlata con queste ciligine:

  • Aumento delle addizionali IRPEF (buste paga più leggere)
  • Aumento dell’ex ICI ora IMU (redditi erosi e affitti più alti)
  • Aumento, da ottobre, di 3 punti percentuali dell’IVA (prodotti a prezzi elevati, aumento del nero ed evasione fiscale, minore prelievo fiscale—>maggiore deficit di bilancio)

In una situazione del genere ovviamente la fiducia dei consumatori non può che essere ottimistica.

Eppure sindacati e imprenditoria si accaniscono sulla battaglia per l’articolo 18, mentre gli aspetti più cruciali dell’Italia (finanza, debito pubblico, tasse, ristrutturazione) non vengono nemmeno presi in considerazione, sopratutto per il settore il pubblico che silenziosamente è diventato il luogo più sicuro per poter progettare il proprio futuro, almeno per ora.
Ma è evidente che 3,5 milioni di persone rappresentano un bacino prezioso di voti per la politica, nel quale ogni operazione di ritocco deve prevedere un attento studio sulle conseguenze elettorali. Il privato quindi è chiamato a mantenere vita natural durante questa grossa fetta di popolazione oltre a quella sommersa del lavoro in nero e dell’evasione.Un opera titanica!

Allora le discussioni fatte a Cernobbio prendono un altro colore e se i giornali si ingegnano a scrivere cose assurde, nella realtà si verifica che ci stiamo scavando la fosse con le nostre mani e quando i signori che ci guardano dall’esterno si renderanno conto che tutte queste manovre non son altro che fumo negli occhi ci impiegheranno un attimo per affondare il battello Italia.

Fiat, Marchionne, Imprenditoria…e la società che fine ha fatto? (Parte I°)

7 ottobre 2011 Lascia un commento

A distanza di un anno esatto si ripete la commedia della Fiat e di tutto il suo gruppo dirigenziale: la Fiat si è autoesclusa dalla Confindustria e ha evidenziato molto chiaramente le motivazione della sua uscita:

  • Flessibilità del mercato del lavoro (pro domo sua)
  • Abrogazione dell’art. 18 del contratto dei lavoratori (pro domo sua)
  • Sindacati inconcludenti che fanno solo politica

L’addio ufficiale per Marchionne è il primo gennaio 2012.

Credo che commentare questo fatto sia inutile quanto superfluo, perché è necessario vedere le cose da due punti vista: quello imprenditoriale con le regole attuali e quello del mondo del lavoro, le cui regole verranno completamente ribaltate, permettendo il ritorno alle feroci battaglie degli anni 60/70.

L’imprenditore cerca solo una cosa: il profitto che si esprime in termini di vantaggi finanziari e di attività reali nel territorio. Le regole attuali – in Italia – non permettono seriamente ad un imprenditore di agire come meglio crede e nel momento delle sue scelte è subissato da una selva di regole di Stato, Regionali, Provinciali e Comunali, oltre ai limiti imposti dalla sanità, dalla legge 626 e da mille altri lacci e lacciuoli che nella pratica, se fossero tutti rispettati l’impresa non nascerebbe nemmeno. Questa purtroppo è un’amara realtà.

A tutti quelli che non ci credono provino a vendere delle uova fatte direttamente dalla gallina del contadino: vi trovereste a dover fare i conti con le Asl locali, con le denunce, perché qualche cretino di turno ha avuto una scarica diarroica e via dicendo, con i libri contabili del magazzino da mantenere sempre correttamente (quante uova ha fatto la gallina e quante ne ha covato e quante ne avete venduto), dovreste avere i certificati sanitari delle Asl per le pulizia dell’ambiente, quelli per le disinfestazioni, oltre ad una miriade di timbri, firme e controtrimbri dei vari ispettori.
Per sopperire a questo, il “regime” impone che si vendano solo le uova controllate e timbrate, quelle prodotte da galline alimentate industrialmente con mais transgenico (l’80% del mangime transgenico viene dagli Usa), quelle dei produttori controllati dalle grandi catene alimentari della distribuzione, alimentate con sementi contenti antiparassitari, erbicidi, pesticidi, antibiotici e scarti di produzione alimentare (carni, cascami delle macellerie e della catena alimentare umana). Quelle uova si possono acquistare, perché le Asl le riconoscono come sane e organoletticamanete idonee all’alimentazione umana. Voi le mangereste? Io no! A tal proposto si veda il Codex Alimentarius.

Eppure in questa miriade ingarbugliata di regole, leggi e imposizioni, l’imprenditore sopravvive con la spada di Damocle di aver sbagliato qualche denuncia, di aver omesso qualche fattura, di aver registrato qualche nota di spesa in un quadro sbagliato. Ci sono decine di contadini che di fronte a selve inestricabili di inutile cartaccia hanno preferito chiudere le stalle e dedicarsi solo alla coltivazione, triste, ma è così. Eppure un tempo non era così parossistica la cosa, gli imprenditori avevano la loro fetta di profitto e l’azienda riusciva a produrre distribuendo il guadagno anche alle forze lavoro che contribuivano al suo sviluppo. Così ha funzionato per decenni!

In questa condizione così farraginosa è pacifico che nella politica assistenziale e di mantenimento del posto di lavoro – a tutti i costi – e al peso sociale-economico-impositivo, l’imprenditore cerca la possibilità di impiantare la sua azienda in luoghi dove il controllo sociale, politico, economico abbia le maglie più larghe, dando quindi a lui la possibilità di incrementare la voce profitto e diminuendo quella dei costi.

Marchionne, sotto questo punto di vista, ha agito freddamente e ha spostato gli interessi lì dove sia possibile avere un risultato senza l’aggravio politico-sociale che in Europa e sopratutto in Italia esiste. Ha fatto bene! Possiamo forse dire il contrario?

Risulta pertanto evidente che tutte le forze partecipi all’attività produttiva debbono fare degli sforzi immani per arrivare a solito risultato: profitto, che vale tanto per l’impresa quanto per il lavoratore. Però, tornando ai primi decenni degli anni 70 o anche prima, si scopre che le attività del mondo del lavoro erano molto più snelle, facili da attuare ed immediate. Era sufficiente andare presso un’azienda chiedere se aveva bisogno di un operaio o un impiegato e se la risposta era positiva la cosa era fatta; si stava in prova per un po’ di tempo e poi si veniva assunti in pianta stabile. Non c’era l’acrimonia e l’ingessatura di adesso e si poteva lavorare e cambiare lavoro con molta facilità, anche perché il lavoro ce n’era in abbondanza, era sufficiente solo la buona volontà e la voglia di lavorare. Insomma in qualche maniera nel sistema di allora – che però è stato sorgente dell’ingessatura di oggi – lavoratore ed imprenditore camminavano su due binari, spesso quasi mai convergenti. Lo scopo dell’imprenditore era guadagnare a più non posso, mentre quella del lavoratore era quella, come oggi, di portare a casa un piatto di minestra.

Le cose non sono cambiate, anzi sono cambiate in peggio, perché se in quegli anni le attività fiorivano in ogni angolo d’Italia, sorgendo spesso anche in maniera “furbesca”, adesso quello che rimane sono solo degli scheletri arrugginiti, delle piazzole invase dalle erbacce e di cartelli con scritto “affittasi”. Degli uni e degli altri non c’è l’ombra. Le motivazioni le conosciamo già da tempo: crisi della spesa, crisi industriale, indebitamento oltre ogni possibilità di ripianarli, delocalizzazione selvaggia e non regolamentata, mercato libero, sistema bancario allo sfascio.

In tutto questo marasma politico-sociale-economico e finanziario il mondo del lavoro non ha saputo trovare la strada corretta per mantenere il passo con i tempi, ma sopratutto non ha saputo reggere alla concorrenza delle forze lavoro dei paesi dell’est, prima e della Cina successivamente. L’allargamento della comunità europea tra il 1995 e il 2007 con l’entrata dei paesi dell’est europeo, permise la fuoriuscita di moltissime attività dal nostro territorio a scapito di quello nazionale; molti settori cominciarono a soffrire e le poche aziende che invece sfidavano il mercato dell’est dovevano fare i conti con i prezzi delle importazioni della concorrenza italiana che produceva in quei paesi a prezzi stracciati (una guerra commerciale tra italiani). Il collasso era alle porte e a contribuire a questo le banche fecero la loro parte finanziando a piene mani tutte quelle aziende che andavano all’est per impiantare le proprie attività e così pure i vari governi che si succedettero spingevano gli imprenditori in questa corsa selvaggia.
A Cernobbio nel 2001 i vari Prodi, Amato, Dini, Rutelli, Tremonti, Bersani e tanti altri politici che sono ancora in auge adesso, plaudevano all’espansione che il mercato avrebbe avuto, alla sana concorrenza che si sarebbe creata per una maggiore efficienza del mercato, ma sopratutto per la ricaduta occupazionale e di crescita interna (mai balla fu più gigantesca!).

Successivamente, mentre i tessitori della strage di New York piazzavano le loro prove per poter successivamente attaccare l’Iraq e l’Afghanistan, l’11 dicembre del 2001 si aprivano le porte del WTO all’Impero Celeste dichiarando per sempre chiuso un sistema economico che aveva funzionato dall’epoca della rivoluzione industriale. Come in un sistema di vasi comunicanti moltissime attività iniziarono ad essere spostate in quella terra, favorite dai prezzi della manodopera bassissima e sopratutto dalle poche regole interne cinesi. Il bengodi dell’imprenditore in genere: pagare poco e fare quello che si vuole.!

Tutte le regole sono quindi saltate, portando il mondo italiano del lavoro a rivedere le sue posizioni e sopratutto mettendo in discussione il suo futuro. Il mondo del lavoro e sindacale italiano è, nostro malgrado, il risultato di decenni di politica-clientelare selvaggia che ha teso a favorire le correnti politiche anziché quelle sociali-imprenditoriali per il benessere del lavoratore e non ultimo della comunità tutta. Quante aziende straniere, negli anni del bengodi italiano, sono state chiuse perché delocalizzavano in Polonia, in Ungheria, in Bulgaria o Romania lasciando a casa migliaia di operai ed impiegati, mentre sindacati, politici e governi non hanno mosse nemmeno un dito? Eppure quelle aziende hanno usufruito dei vantaggi italiani, della capacità italiana di saper lavorare per un prodotto di qualità, eppure, nonostante questo, all’imprenditore interessa di più l’aspetto, per così dire, frusciante del denaro. Si sono tenuti diversi forum, proteste, cortei, politici all’assalto della ribalta mediatica, ma alla fine i lavoratori hanno perso il loro sostegno e l’imprenditoria ha guadagnato la delocalizzazione, aumentando il divario sociale ed economico con quella classe di popolazione che li aveva permesso di crescere.

E’ evidente che le forze sindacali e l’imprenditoria hanno giocato un brutto scherzo al mondo del lavoro e alla comunità. I sindacati interessati al potere politico di posizione e l’imprenditoria, molto più coerente, interessata al profitto; e mentre i sindacati hanno gabbato i lavoratori per decenni promettendo ed agitando gli stendardi di una parità salariale, di una scala mobile che portò l’Italia allo sfacelo, delle gabbie salariali, ma anche permettendo una più umanizzazione delle attività come i turni di lavoro con le pause, turni al computer con pause di 15 minuti per non stancare gli occhi e molto altro, come le indennità di licenziamento, e sopratutto i piccoli progressi sull’impiego femminile e sul trattamento di questa fascia di lavoratori, gli imprenditori hanno visto bene, appena data loro l’opportunità, di abbandonare la nave prima che affondi lasciando ai remi sempre i soliti galeotti, incatenati dalle loro regole e in attesa del ritmo giusto per poter spostare la barca in qualche porto sicuro.

Queste le regole degli uni e degli altri, sommariamente riassunte e, in queste regole che hanno un peso diverso tra imprenditore e lavoratore, il mondo politico appare come estraneo al problema e cincischia non essendo in grado di dipanare la matassa, di portare idee nuove e sopratutto è troppo legato all’ossessione che deve essere tutto come prima.

In breve ci troviamo quindi davanti ad una situazione economica-sociale che è retrocessa rispetto a quanto guadagnato negli ultimi 100 anni. Un paese con oltre 1,3 miliardi di persone è quindi in grado di spostare l’ago della bilancia a favore di un sistema imprenditoriale piratesco e in questo scenario da incubo l’Italia arranca cercando il rimedio che non potrà trovare se non ritornando a soluzioni anteguerra.

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