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Venti di questi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo.

29 dicembre 2018 Lascia un commento

Pieni di alta coscienza ambientale,   di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano   gli automezzi a combustione interna, specie Diesel.  Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici.  Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà  solo auto elettriche  o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna , “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”.  Elon Musk , il più geniale imprenditore secondo i media ,   ha già costruito  la Tesla  Gigafactory,  “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette)  “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.


E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti,  non fossero convinti della convenienza di acquistare  auto elettriche con batterie al litio,  decisamente più costose?  Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene,   già annunciano:   vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino  entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”,  i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini. Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici,  per la sua  geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare  sussidi  pubblici).  Vi toccherà comprare un’auto elettrica.  Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e  insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E   anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico  “a segnale convenuto”  –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.  Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono,  è difficile dire;  ma dev’essere  lo stesso centro,  che sta dovunque e  in nessun luogo,  che ha comandato di  insegnare il gender ai bambini dell’asilo,  l’obbligo di 12 vaccini ai neonati,  il matrimonio ai sodomiti,  puntare all’abolizione del contante,   ridurre la Chiesa  cattolica ad una copia sbiadita di Human Right Watch, e presto legalizzare  l’eutanasia per le bocche inutili.  Tutte cose di cui fino a pochi anni fa nemmeno si parlava, e d’improvviso vengono attuate  dalle due parti dell’Atlantico, simultaneamente,  come da segnale convenuto.

La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti. Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”. Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock –   l’economia dell’intero mondo occidentale,  dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche  centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati   se possono li tengono in deposito;  la   velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra . L’obbligo di comprare auto elettriche,  con la  riconversione di tutta la rete di rifornimento  dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione,  quella che vi diranno è  la più virtuosa:  contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per   bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto  coi loro particolati dannosi.

Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano   quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri –  Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio  –  perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.

Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.

Non solo, ma ogni anno  si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto:  quanto di  questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti,  ogni  anno vanno a  fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici.  Insieme,  beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno,  perché  il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.

https://fr-fr.facebook.com/france5/videos/10153640360249597/

Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5,Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.

Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto extraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.

Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.

Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.

Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.

Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.


Una volta scaricati, i containers  sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono  per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di   rottami metallici e di plastica,  di  stracci e vestiti vecchi, di  carta usata da riciclare.  Tutto ciò che ci resta  dopo aver consumato  cose che un tempo sapevamo fare,  ma che adesso compriamo perché ci costano meno che  pagare i nostri  operai.  Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale.  Basta pensare all’eventualità che   il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca  o – facilissimo – Ormuz  : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna.

Tratto da: Blondet & Friends

Inquinamento, il mio punto di vista

13 dicembre 2011 Lascia un commento

Il mondo che conosciamo oggi è quasi completamente pervaso da radiazioni di ogni genere, da quelle radio, elettromagnetiche e cosmiche ed è sufficiente vedere le varianti delle onde in cui i nostri corpi sono soggetti per capire che ogni giorno veniamo bombardati da quantità enormi di onde di vario genere. Le varianti tra queste sono per lo più infinite e nessuno è in grado di consigliarci se siano salutari o dannose.

E’ sufficiente dare uno sguardo alle cose che ci circondano, anche in casa. Dal frigorifero, al forno a microonde, alla cucina elettrica, al forno elettrico senza dimenticare gli immancabili televisori (ormai ce ne sono sicuramente più di due in ogni casa. Se poi passiamo alla tecnologia di questi ultimi 10 anni allora le cose si fanno ancor più pesanti. Pensiamo al cellulare, al pc, al modem, ai vari dischi esterni, al WiFi, alle cuffie senza fili, alle vaie ciabatte in cui sono attaccate innumerevoli spine, agli impianti stereo, ai vari altoparlanti interconnessi con gli impianti televisivi o con lo stereo, ai vai mixer audio o per produrre musica.

Insomma da qualsiasi parte ci si sposti in casa si affonda in un mare di onde di vario genere. E quello che mi lascia sconcertato è che non c’è soluzione in senso assoluto, ovvero sarebbe sufficiente rinunciare a tutti questi oggetti e forse potremo in parte pensare di essercene liberati, ma nella realtà non è vero. Gli impianti di riscaldamento al giorno d’oggi funzionano e comunicano le varie temperature con onde radio, il cellulare del vicino riceve le chiamate dalle varie centraline telefoniche e se poi avete qualche banda di ragazzi giovani al piano superiore o inferiore che freneticamente lanciano messaggi al mondo intero avete fatto tombola.

  • monitor e apparecchi con schermo video (3 – 30 kHz),
  • radio AM (30 kHz – 3 MHz),
  • riscaldatori industriali ad induzione (0,3 – 3 MHz),
  • termoincollatrici a radiofrequenza, marconiterapia (3-30 MHz),
  • radio FM (30 – 300 MHz),
  • telefonia mobile, emittenza televisiva, forni a microonde, radarterapia (0,3 – 3 GHz),
  • radar, collegamenti satellitari (3 – 30 GHz)

E parliamo solo di un appartamento , perché se dovessimo scendere in strada non ci sarebbe salvezza: cavi elettrici, telefonici, trasmissioni via etere delle informazioni, centraline telefoniche, videosorveglianza con onde radio, e chi più ne ha più ne metta. No, non c’è scampo e nonostante questo non si legge da nessuna parte quale sia il tasso di inquinamento ambientale elettromagnetico ammissibile (già dire che c’è un tasso di inquinamento ammissibile è un controsenso), ma nella società moderna, quella che corre veloce, si paga lo scotto dell’avvelenamento in piccole dosi pur di far contenti i vari mega produttori di inquinamento.  Se non erro qualche settimana fa a Report della Gabanelli (L’onda lunga) fu fatto una trasmissione sull’inquinamento ambientale dei cellulari con il risultato che non se ne fece nulla. Silenzio di tomba.

Il mio primo cellulare fu acquistato nel 1999, era un Nokia 7110 pagato una follia. Non che ne avessi bisogno, ma quando serviva fare una chiamata si usavano allora le molte cabine telefoniche. Capitò però che in occasione di un appuntamento a cui ci tenevo particolarmente mi trovai all’uscita dell’autostrada Milano-Venezia in un luogo che non aveva nessuna cabina telefonica, o meglio ce n’erano moltissime, ma tutte senza telefono. La cosa mi parve strana all’inizio, ma capii in seguito che la Telecom stava smantellando tutto l’intero sistema di telefonici pubblici, che per decenni aveva funzionato egregiamente; anche i bar, i luoghi pubblici, se erano liberati delle cabine telefoniche. Tutto lo stato italiano si era ridisegnato la mappa telefonica a vantaggio del telefonino. Forzatamente costretto acquistai il suddetto imprecando come una iena per l’obbligo costoso al quale ci si doveva assoggettare per poter lavorare o semplicemente comunicare.

Apro una piccola parentesi su questo oggetto particolarmente odioso.

Negli anni della telefonia pubblica le attività funzionavano in maniera molto semplice. Chi era in azienda e sapeva che doveva viaggiare per lavoro organizzava la sua attività in modo tale che nulla fosse lasciato al caso. Era un’attività pianificata e non eccedeva in risorse umane e tanto meno in particolare intelligenza. Anche il più sempliciotto dei fattorini era in grado di produrre una pianificazione tale da compiere in una mattinata una ventina di commissioni tra banche, poste, corriere espresso, camera di commercio e quant’altro senza la necessità di telefonare. Lui si organizzava e l’azienda gli forniva il necessario per espletare la sua attività. Così per lui e tanto più gravoso per i commerciali che viaggiavano mattina e sera, così come per i dirigenti.

Nei casi di maggior dubbio e o difficoltà si reperiva un telefono pubblico e con qualche gettone si chiariva la questione, tutto era già stato pianificato precedentemente.
Adesso invece, e il cellulare è un’ottima scusa, si parte lasciando molte attività incomplete e delegando al cellulare la possibilità di concludere quello che non s’è concluso in azienda, ma tralasciando spesso buchi e incompletezze che devono poi essere sanate al ritorno.  Si lavora di più, e si lavora male non avendo mai un attimo di respiro e sopratutto un tempo per riflettere, pensare, organizzare e progettare. Il telefonino seppur molto comodo per alcuni versi, ha reso l’uomo nel suo complesso, meno autonomo, più bestia nel senso peggiorativo del termine, incapace di organizzare un piano che abbia una visione di 2 ore.  E’ chiaro quindi che in questa visione, che non è solo mia, ma di molti imprenditori,  la produttività e l’efficienza teorica che il cellulare ha falsamente portato è molto più bassa di quella di 10/20 anni fa.

Eppure siamo immersi in un mondo di cellulari si parla di oltre 5 miliardi di telefonini in un  mondo di 7 miliardi persone. Un vero affare per le grandi multinazionali! Evidentemente una tale cifra mette in ombra il male che questi oggetti possono causare al fisico umano. Però, quando siamo con gli amici e magari vediamo un filmino ci accorgiamo della sua presenza senza che ce ne rendiamo conto: prima dello squillare del cellulare lo schermo si riga, l’audio cambia e dopo qualche secondo il telefono suona, mistero! Ci si ride sopra, ma ci si scava la fossa.

Stando così le cose e vedendo come esse proseguono è facile dedurre che ogni cosa che ci circondi, se deve comunicare con un’altra lo fa con le onde radio che non si vedono, non si sentono, non hanno colore, ma ci sono. Le città sono diventate delle foreste di antenne e nessuno, ormai ci fa più caso. Quello che però appare schizofrenico in questo sistema sociale da baraccone è che ci sono anche le associazioni contro l’inquinamento elettromagnetico e tutti gli appartenenti hanno comunque il cellulare, il computer, le antenne WiFi. In pratica è come andare nella sede degli alcolisti anonimi ed essere accolti con un brindisi di prosecco o di barolo o di grappa. E’ assurdo, non vi pare? Però funziona così. Ci lamentiamo dell’inquinamento, ma tutti, bene o male, inquiniamo. Il fatto è che non sappiamo quanto male facciano questi inquinamenti e meno è visibile e rilevabile più facilmente il nostro contributo all’avvelenamento elettromagnetico aumenta.
In tutto questo c’è chi ci guadagna: dalle compagnie telefoniche, ai rivenditori, ai produttori di cellulari, alle software house, oltre all’indotto che alimenta questa selva di inutilità. Ma è il mercato, qualcuno oppone; è la civiltà che avanza e che progredisce per il benessere collettivo, altri aggiungono; sono le necessità umane che spingono a questo, non si può farne a meno.
Ma siamo sicuri? Oppure è la solita presa per i fondelli? Anche all’epoca dell’eternit e quindi dell’amianto dicevano che non era pericoloso per la salute; anche all’epoca delle grandi imprese del settore chimico dicevano che quei fumi erano vapore acqueo, insignificante, ma poi procuravano tumori e varie patologie. Anche all’epoca della fabbricazione della diossina dicevano che non c’era nessun problema, poi abbiamo avuto Seveso con i disastri ancora evidenti e Bopal. Ma l’imperativo è non intromettersi negli affari del mercato, poiché se qualcuno muore, sta male, si intossica, se nasce qualche storpio fa parte delle regole del gioco.

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