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Venti di questi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo.

29 dicembre 2018 Lascia un commento

Pieni di alta coscienza ambientale,   di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano   gli automezzi a combustione interna, specie Diesel.  Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici.  Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà  solo auto elettriche  o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna , “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”.  Elon Musk , il più geniale imprenditore secondo i media ,   ha già costruito  la Tesla  Gigafactory,  “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette)  “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.


E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti,  non fossero convinti della convenienza di acquistare  auto elettriche con batterie al litio,  decisamente più costose?  Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene,   già annunciano:   vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino  entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”,  i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini. Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici,  per la sua  geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare  sussidi  pubblici).  Vi toccherà comprare un’auto elettrica.  Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e  insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E   anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico  “a segnale convenuto”  –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.  Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono,  è difficile dire;  ma dev’essere  lo stesso centro,  che sta dovunque e  in nessun luogo,  che ha comandato di  insegnare il gender ai bambini dell’asilo,  l’obbligo di 12 vaccini ai neonati,  il matrimonio ai sodomiti,  puntare all’abolizione del contante,   ridurre la Chiesa  cattolica ad una copia sbiadita di Human Right Watch, e presto legalizzare  l’eutanasia per le bocche inutili.  Tutte cose di cui fino a pochi anni fa nemmeno si parlava, e d’improvviso vengono attuate  dalle due parti dell’Atlantico, simultaneamente,  come da segnale convenuto.

La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti. Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”. Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock –   l’economia dell’intero mondo occidentale,  dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche  centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati   se possono li tengono in deposito;  la   velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra . L’obbligo di comprare auto elettriche,  con la  riconversione di tutta la rete di rifornimento  dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione,  quella che vi diranno è  la più virtuosa:  contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per   bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto  coi loro particolati dannosi.

Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano   quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri –  Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio  –  perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.

Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.

Non solo, ma ogni anno  si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto:  quanto di  questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti,  ogni  anno vanno a  fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici.  Insieme,  beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno,  perché  il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.

https://fr-fr.facebook.com/france5/videos/10153640360249597/

Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5,Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.

Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto extraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.

Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.

Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.

Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.

Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.


Una volta scaricati, i containers  sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono  per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di   rottami metallici e di plastica,  di  stracci e vestiti vecchi, di  carta usata da riciclare.  Tutto ciò che ci resta  dopo aver consumato  cose che un tempo sapevamo fare,  ma che adesso compriamo perché ci costano meno che  pagare i nostri  operai.  Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale.  Basta pensare all’eventualità che   il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca  o – facilissimo – Ormuz  : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna.

Tratto da: Blondet & Friends

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Terremoti e petrolio: c’è di mezzo il "fracking"?

5 giugno 2012 1 commento

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E’ evidente che in queste giorni di angoscia e paura incontrollabile vi siano molte fantasie su quanto accade nelle zone terremotate di recente.

In un post precedente si era ipotizzato che le scosse del 20 maggio fossero di origine umana, causate forse da alcune esplosioni nelle profondità del terreno dopo aver visto l’andamento dei grafici che non presentavano la progressione delle onde telluriche. Probabilmente e a seguito delle osservazioni di un lettore, si arrivava a concludere che la strumentazione, forse amatoriale, delle stazioni di rilevamento, non poteva registrare tutto l’arco di vibrazioni, da lì quindi il risultato dei diagrammi.

Ora però si scorge che ci sono alcuni studi che lasciano abbastanza interdetti di fronte al dolore ed ai danni causati da questi eventi sismici.
Uno studio del Porf. Ortolani dell’Università di Napoli evidenzia che nella zona oggetto del sisma per molti anni si sono svolte moltissime trivellazioni alla ricerca di Gas e Petrolio attraverso la tecnica del Fraking:

frackin

La tecnica, sommariamente, è utilizzata per spingere petrolio e gas in superficie quando questi non siano in grado di farcela. Sostanzialmente si perfora il terreno e trovata la sacca di gas/petrolio che non risale in superficie si inietta nel terreno ad alta pressione acqua mescolata a sostanze gelatinose o acqua e sabbia per spingere gli idrocarburi in superficie. In questi ultimi anni accade però anche l’azione  inversa di immagazzinamento degli idrocarburi nel sottosuolo, così che trovata una zona adatta per tale scopo si provvedere alla perforazione e all’iniezione di gas o petrolio da conservare.

Lo studio del Professor Ortolani evidenzia quindi una certa correlazione tra il sisma e queste attività, ma non indicandone la causa, quanto piuttosto una conseguenza peggiorativa di una zona già in equilibrio instabile. Allo stesso tempo, e per una non si sa quale considerazione tecnica, Il Giornale contesta in un articolo la possibilità che il fracking abbia qualche correlazione con i terremoti in corso in Emilia e lo fa intervistando un sismologo dell’INGV, il quale afferma: “Normalmente viene usato su pozzi che hanno delle dimensioni del metro e arrivano a 2-4 km di profondità… La faglia che ha provocato il terremoto in Emilia è grande dieci chilometri e si trova a 10-15 chilometri di profondità“. Dimensioni ben diverse, insomma. Così dice l’articolista, aggiungendo inoltre per bocca del sismologo che  “Tutti gli eventi di sismicità indotta (il fracking, ma anche le estrazioni petrolifere o anche la pressione di una diga sulle rocce) sono monitorati” (ne siamo certi al 100%?).

Certo non ci si può misurare con un tecnico dell’INGV, ma appare evidente che la profondità del sisma sia variabile in maniera piuttosto particolare e le caratteristiche del sottosuolo ci sono sconosciuti. In un sito che tiene costantemente aggiornato l’andamento dell’attività sismica, si evidenzia che la scossa maggiore (6.1) è avvenuta a 10 km di profondità, mentre a 60 k m di profondità una scossa ha fatto registrare una magnitudo di 2,9. La media delle profondità appare essere di 9,5 km con punte estreme dai 60km (una sola) e 1km.

Le scosse più intense si sono avute tra i 10km e 2 km. Ora, ammesso e non concesso che i tecnici dell’INGV abbiano conoscenze a noi taciute, sembra evidente che vi sia qualche discrepanza anche in virtù dei moltissimi articoli relativi all’attività sismica causata proprio dal fraking. Il 7 novembre del 2011 un’azienda (Cuadrilla) dovette sospendere l’attività di perforazione e di sondaggio nel Nord-Ovest dell’Inghilterra a causa dei frequenti tremori e scosse sismiche anche di magnitudo 3.1.

Oltre al problema della ricerca di idrocarburi c’è anche quello dello stoccaggio degli stessi e guarda caso anche nel sito di Parmanews viene evidenziato il problema tanto che il

17 febbraio 2012, i Ministri dell’Ambiente e dei Beni Culturali Corrado Clini e Lorenzo Ornaghi hanno decretato la compatibilità ambientale e la conseguente autorizzazione di opere di indagine geologica (cioè trivellazioni con uso di cariche esplosive e pompaggio di acqua ad alta pressione), allo scopo di verificare la realizzabilità di un gigantesco deposito di gas metano, nel sottosuolo dei comuni di San Felice sul Panaro, Finale Emilia, Camposanto, Medolla, Mirandola e Crevalcore, all’interno di una altrettanto gigantesca cavità naturale situata a quasi tre chilometri di profondità ed in grado di servire allo stoccaggio di 3,2miliardi di metri cubi di gas metano (equivalente al volume di un’enorme sfera dal diametro di quasi 2km).

E’ possibile verificare nel sito governativo dello Sviluppo Economico quanto attualmente si sta facendo in Italia. Ci sono 1000 pozzi produttivi dei quali 615 su terraferma e 395 in mare.
La produzione di gas annuale ammonta complessivamente a circa 8 GSm3 di gas (nb. GSm3= Giga Standard metrocubo di Gas) e 5 Mton di olio (nb.Mton=megatonnellate di olio) e tali produzioni contribuiscono rispettivamente per il 10% ed il 7% al fabbisogno energetico nazionale. Non male, no? Inoltre c’è da tener in considerazione che in tutto questo affare energetico c’è sempre la voce denaro che la fa da padrone e in questo caso viene definito royalties (chiamarle diritti è offensivo?). Si legge dal sito dello sviluppo economico che:

Le royalties per le produzioni di idrocarburi in terraferma sono ripartite per il 55% alle Regioni, il 30% allo Stato e il 15% ai Comuni. Tuttavia per le Regioni a statuto ordinario comprese nell’Obiettivo 1 (le regioni del Sud Italia tra cui la Basilicata, principale produttore italiano di petrolio) anche la quota del 30% dello Stato è assegnata direttamente alle Regioni.

Inoltre dato che l’Italia è perennemente alla ricerca di fonti di energia e che gli ultimi avvenimenti dello scorso anno (Guerra di Libia) e precedenti (Russia vs Ucraina) hanno provocato una penuria di idrocarburi in genere, la ricerca ha trovato utile poter immagazzinare il gas e il petrolio in terreni idonei. Il fatto in se non è particolarmente insignificante, perché in periodi di “carestia” di risorse energetiche quanto messo da parte per un paese rappresenta la possibilità di poter continuare le sue attività fino alla soluzione degli eventuali problemi internazionali. Purtroppo sappiamo che in Libia ci abbiamo rimesso quanto si era siglato con il precedente governo di Gheddafi, perdendo la corsia preferenziale che avevamo in quel paese lasciando spazio alla Germania, alla Francia, all’Inghilterra e ovviamente agli Usa. Ma per essere alleati delle grandi potenze è necessario rinunciare a qualcosa e queste sono le scelte volute da un governo fantoccio e da un presidente che si è sempre schierato a favore della guerra.

Purtroppo nelle FAQ del sito dello sviluppo economico viene dichiarato che non vi sono correlazioni tra terremoti e stoccaggio del gas, ma è evidente che il sito non  manutenuto con solerzia visto quanto scritto sopra.

Purtroppo nella nostra pianura, diventata oggetto di appetiti extra nazionali, troviamo che altre aziende sono interessate ai tesori del sottosuolo come la Aleannaresources con ben 7 siti di ispezione e sfruttamento.

E’ pacifico quindi che in una situazione del genere il primo provvedimento che dovrebbe essere preso dalle autorità – considerando che non sanno nulla sulla prevedibilità dei terremoti – dovrebbe essere quello di interrompere immediatamente per almeno un anno tutte le attività estrattive e di immagazzinamento, controllando al tempo stesso le aziende interessate allo sfruttamento dei bacini energetici dati in concessione se hanno operato nei limiti imposti dalle concessioni, e solo dopo che si sarà calmato questo sciame sismico provvedere al rilascio dei permessi.

Purtroppo il connubio tra interessi privati e potere energetico va oltre la stabilità territoriale così come viene meno l’interesse pubblico e delle popolazioni che in quei luoghi vivono e lavorano.

Ref: luogocomune –  altocasertanowebcontroxena05

Si veda anche:

https://geoazur.oca.eu/spip.php?article1259

https://sites.google.com/site/cellulepostsismique/home/seisme-italie-du-nord-20-mai-2012-mw-6-2

Libertà! Un grido disperato da Israele

9 maggio 2011 Lascia un commento

 Il richiamo della patria, della Sacra Patria, della terra tanto  agognata, della terra promessa da Dio è irrinunciabile per tutti quelli che dalla diaspora si sono sparsi nel mondo. Il ritorno, il poter mettere nuovamente le radice in quella terra è per molte persone di fede ebraica la conclusione di un ciclo di vita.

Così non è però per altri, per quelli che in quella terra “promessa” e rubata ai suoi proprietari hanno dovuto scontrarsi con le regole di una società permissiva, “democratica” e fedele ai concetti più stretti di razza.

La discriminazione esercitata in quel paese è cosa nota a tutti, nonostante pochissimi media siano capaci di evidenziare i fatti come stanno e non edulcorati attraverso il filtro della collusione e della connivenza.

In quel paese, palesemente “democratico”, una persona ha deciso di chiedere la revoca della sua cittadinanza per i maltrattamenti subiti, per l’incarcerazione durata 18anni e per le vessazioni continuate dopo la sua liberazione. Quest’uomo è Mordecahi Vanunu, ricercatore nucleare che anni fa, in una conferenza stampa, indicava pubblicamente che Israele stava acquisendo materiali nucleari per costruire il suo arsenale atomico (300 testate atomiche che Israele ha sempre negato di avere). Per queste rilevazioni fu rapito a Roma dai servizi segreti del suo paese e suppongo anche con la compiacenza dei nostri, portato in Israele e lì condannato senza appello a 18 anni nel carcere Askelon, molti dei quali trascorsi in isolamento.

La fortuna di una nuova legislazione israeliana, approvata il 22 aprile di quest’anno, permetterà, ce lo auguriamo tutti, a Mordechai di poter  ritornare ad essere un umo libero come è diritto di ogni essere umano.

Fonte: urukunetvanunu

Nabucco senza Gas.

9 maggio 2011 1 commento

Secondo alcune notizie sembrerebbe che il mastodontico gasdotto del Nabucco non abbia la materia prima necessaria: il gas. (1)

Il consorzio del Nabucco (Bulgarian Energy Company – Botas – Mol – Omv Gas & Power GmBH – Rwe) ho dichiarato che l’avvio alla sua realizzazione viene posticipata dal 2011 al 2013.  Il progetto “Nabucco” è stato concepito per le forniture di gas dall’Asia Centrale e dalla regione del Caspio verso   l’Europa evitando la Russia.  Emerge ora che non ha fornitori di gas.

Serghej Chizhov, presidente dei fornitori di Gas Russo, aveva avvertito che le riserve di Gas non sarebbero state sufficienti per i due gasdotti (Nabucco e Southstream) ed è quindi probabile che le fonti di approvvigionamento potrebbero essere in  Turkmenistan , Kazahstan e (guarda che caso!!) l’Iran.

La comunità europea pertanto, considerato i tempi lunghi nella realizzazione del gasdotto, è pronta a mettere sul tavolo due progetti alternativi per le forniture di gas: una conduttura greco-turco-italiana e una trans-adriatica, così da abbreviare i percorsi e i costi previsti nel progetto originale. (2)

Il problema di fondo, secondo alcune fonti russe, è che la spesa preventivata per la costruzione del Nabucco stia ormai sfiorando i 15 miliardi contro gli 8 preventivati ed inoltre solo due soci del consorzio sarebbero in grado di far fronte alla spesa di loro competenza, mentre per gli altri non ci sarebbero i le risorse necessarie. Allo stesso tempo la condotta Nortstream è in fase di ultimazione, contro tutte le previsione e gli ostacoli che l’Europa con inglesi e americani avevano frapposto alla sua realizzazione

Fonti: (1) italian.ruvr.ru – (2) blog.linked2balkan.com

Giappone e i riflessi italiani.

16 marzo 2011 Lascia un commento

'fan culo nucleare!!!

Dopo gli avvenimenti catastrofici giapponesi e le ripercussioni succedutesi e non ancora terminati, in Italia – come sempre – si macina l’acqua nel mortaio.

Conferenze, incontri e dibattiti sul sesso degli angeli, ma con una unica idea: portare avanti gli investimenti sul nucleare.

La Germania come altri paesi, sta rivedendo le sue politiche energetiche  sopratutto sulla sicurezza delle centrali proprio per evitare che in occasioni di eventi eccezionali, si verifichi quanto è successo in Giappone.
L’Italia, per sua fortuna non ne ha, ma sfrutta abbondantemente l’energia prodotta dai paesi vicini come Francia, Svizzera e Slovenia.

Possiamo pensare di stare tranquilli? Non credo vista la cartina, e sopratutto perché in caso di incidente nucleare simile o peggiore di quello di Fukushima, ci troveremo sommersi dalla ricaduta radioattiva (fallout) delle centrali circostanti.

Quello che è interessante notare è che la direzioni dei venti principali spirano, a seconda delle stagioni, proprio dalle direzioni dove sono maggiormente concentrate le centrali. Così per i venti atlantici da Ovest avremo il fallout dalla Francia, mentre per quelli autunno/invernali/primaverili avremmo quelli dal quadrante di Nord e Nord-est.
Non c’è che dire saremmo completamente invasi e contaminati in men che non si dica. Dovremo emigrare? E dove?

La qualità delle centrali nucleari inoltre non sono, così come si vuol far credere, perfettamente in ordine. Il caso francese, messo a tacere in pochissimo tempo, dovrebbe far pensare, però è evidente che molti gruppi di lavoro e moltissimi denari stanno sul piatto della bilancia.

Non ultimo gli annunci della Prestigiacomo, la quale afferma che il Governo andrà avanti nei sui programmi di sviluppo del nucleare (è evidente che è necessario sbatterle su muso una delle barre di uarnio!). Ma addirittura è critica nelle affermazioni della Germani di chiudere 7 centrali:

Lo dico con tutto il rispetto: è una decisione presa sull’onda dell’emotività, tra poche settimane sono in programma elezioni amministrative… Prima il governo tedesco aveva dichiarato che sarebbe uscito dal nucleare, poi più realisticamente ha deciso di prolungare la vita delle centrali. La moratoria di 3 mesi serve probabilmente per verificare quattro centrali, le più vecchie, per rassicurare l’opinione pubblica. Tutti dobbiamo riflettere e fare considerazioni solo quando questa vicenda sarà conclusa. Non mi piacciono le speculazioni a usi domestici con ancora in corsa l’onda dello tsunami, come ho visto fare qui in Italia venerdì scorso.

E’ evidente che una sana politica energetica del nucleare non spiega assolutamente nulla. Anzi e la cosa appare sempre più nebulosa, il problema delle scorie è sempre più evidente. Suppongo che pochi o nessuna sappiano dove esattamente stanno e già questo è un grosso problema.

Eppure le energie alternative sono lì fuori alla portata di tutti, ma è sicuramente più conveniente usare quelle che creano maggior guadagno anziché la salute di tutte le popolazioni. Il fatto che vi sia solo una sola centrale solare in Sicilia a Priolo inaugurata in pompa magna e solo in via sperimentare fa capire esattamente le intenzioni dei vari business-men che controllano quei cialtroni dei nostri parlamentari.


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