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Rivoluzione creativa: destrutturazione per “Greater Middle East”?

14 febbraio 2011 Lascia un commento

Mentre da noi infuria la lotta per la puttana o per chi ha avuto maggior concubinaggio, inneggiando alla moralità (falsa) delle forze politiche in campo, nel resto del mondo, in quello più vicino all’Italia, si stanno preparando eventi epocali che i nostri media tendono sommessamente a sussurrare anziché le porcate dei vari Berlusca e loro ruffiani dell’opposizione.

In Egitto è risaputo, l’esercito – controllato dal Pentagono e dal Mossad –  ha avuto la meglio su quest’ultimo travagliato periodo. Gli egiziani esultano, ballano e incoscientemente fanno il gioco dei loro carnefici; la libertà, la democrazia e le varie angherie sofferte in questi trentanni verranno ristabiliti (ma non sono mai stati presenti prima!). Ognuno potrà fare come nelle democrazie occidentali: potrà costruire, potrà avere una famiglia omosessuale, potrà dedicare il suo tempo al cellulare, potrà ubriacarsi, drogarsi, vestirsi come gli yankee impongono, potrà usare la coca come sferzata per un venerdì da sballo, potranno sbeffeggiare i più anziani e allo stesso tempo potranno fare del loro paese il centro di sperimentazione industrializzato di Guantanamo. Già si fa a Moubarak Military City (MMC)

Gli egiziani non sanno, o fanno finta di non saperlo, ma finirà così, come finì così anche da noi e nell’intera Europa che dal giogo nazi-fascista diede spazio e libertà, alla libera concorrenza, alla democrazia, alla demagogia, alla corruzione, alla mafia ed alle lottizzazioni di potere. Loro ancora non lo sanno, ma presto, molto presto rimpiangeranno Moubarak e i suoi sistemi oppressivi, dittatoriali e impedenti lo sviluppo di alcune  lobbies, delle classi di affari, delle finanziarie per la spartizione del territorio e delle sue risorse. Loro ancora non lo sanno, ma presto lo proveranno sulla loro pelle.

Sono un popolo relativamente giovane: oppresso dai turchi, poi dai liberali inglesi, dai russi con Nasser, poi con Sadat e dal democratico filo americano di Moubarack. Adesso i militari, è meglio ribadirlo, sono i difensori delle libertà di stampa, di parola, di opinione, mentre si sa che molti dei militari hanno lottizzato buona parte delle risorse egiziane, buona parte delle finanze e della cultura della corruzione. I militari hanno fatto accordi con Israele, con gli Usa e con tutte quelle forze che dell’Egitto se ne infischiano, ma il popolo inneggia a loro come liberatori. Beati i poveri di spirito perché avranno il regno dei cieli, forse la stessa cosa si dirà anche in arabo, ma pochi seguiranno e pochi osserveranno i veri cambiamenti che le menti eccelse stanno elaborando nelle loro dorate residenze.

Così il movimento  kefaya (nda: basta!)sostenuto dal Washington National Endowment for Democracy (NED) ed il Albert Einstein Institution tramite il suo sostenitore, intacca e porta a casa un’altra pedina nel Risiko della spartizione dei poteri mondiali.
Il nome formale di Kefaya in egiziano è il Movimento per il Cambiamento. E ‘stata fondato nel 2004 da selezionati intellettuali egiziani a casa di Abu’ l-Ala Madi, leader del partito di al-Wasat, un partito creato riferito dai Fratelli Musulmani. Il movimento di protesta è stato organizzati tramite le reti internet e i giovani legati a Mohammed ElBaradei e al gruppo torbido e segreto dei Fratelli Musulmani, i cui legami con servizi segreti inglesi e americani e la massoneria sono ampiamente segnalati.

Ma la scintilla che ha innescato lo sciopero del 25 gennaio è stata l’appello allo sciopero del Movimento 6 Aprile tramite Facebook , gruppo guidato da un ventinovenne Ahmed Maher Ibrahim. Il gruppo, tramite Twitter e Facebook dichiarava,  seguito degli avvenimenti di piazza che il rappresentante per l’egitto non poteva che essere l’ex capo della International Atomic Energy Aagency (IAEA) assieme alla National Association for Change (NAC), associazione dello stesso Elbaradei. La NAC include, tra l’altro George Ishak (ebreo) leader ne movimento  Kefaya e Mohamed Saad El-Katatni, presidente del blocco parlamentare del controverso gruppo Ikhwan (Fratelli Mussulamani).  Insmma gira e rigira si torna sempre ai soliti caporioni, no? Nel dicembre del 2009 il movimento Kefaya annunciava il supporto della candidatura di Mohammed ElBaradei per le elezioni del 2011.

Sempre un caso che Elbaradei sia apparso dopo 30 anni di assenza dall’Egitto?

Dire dei rapporti tra Obama e Mubarak sono stati congelati fin dall’inizio non è esagerato. Mubarak è stato fermamente contrario alle politiche di Obama sull’Iran e su come trattare il suo programma nucleare, sulle politiche di Obama verso gli Stati del Golfo Persico, la Siria e il Libano, nonché verso i palestinesi. [1] E’ stato una spina formidabile ai grandi ordini del giorno di Washington per l’intera regione, il progetto di Washington del Grande Medio Oriente, recentemente riproposta col meno inquietante titolo di “Nuovo Medio Oriente”.

Il giorno delle straordinariamente ben coordinate manifestazioni popolari che chiedevano a Mubarak le dimissioni, i membri chiave del comando militare egiziano, incluso il capo di Stato Maggiore Gen. Sami Hafez Enan, erano tutti a Washington in qualità di ospiti del Pentagono. Neutralizzando opportunamente la forza decisiva dell’esercito nel fermare la protesta anti-Mubarak, crescente nei primi giorni critici [2].

Curiosamente, i progettisti della National Endowment for Democracy (NED) di Washington [3] e delle ONG connesse alla rivoluzione colorate, sono apparentemente prive di creatività riguardo degli accattivanti nuovi nomi per la loro Color Revolution egiziana. Nel novembre 2003 per al loro Rivoluzione delle Rose in Georgia, le ONG finanziate avevano scelto una parola attraente, Kmara! Al fine di identificare il movimento giovanile per il cambiamento di regime. Kmara!, anche in georgiano significa “basta!”

La NED di Washington era tranquillamente impegnata nella preparazione di un ondata di destabilizzazioni dei regimi in tutto il Nord Africa e Medio Oriente, dopo l’invasione militare degli Stati Uniti, nel 2001-2003, di Afghanistan e Iraq. L’elenco dei luoghi dove la NED è attiva, è rivelatore. Il suo sito web elenca Tunisia, Egitto, Giordania, Kuwait, Libia, Siria, Yemen e Sudan e, curiosamente, Israele (un caso che Netanyahu abbia richiesto il supporto a Moibarak?). Casualmente questi paesi sono quasi tutti soggetti oggi a “spontanee” insurrezioni popolari per un cambio di regime.

La NED è l’agenzia di coordinamento di Washington per la destabilizzazione e il cambiamento dei regimi. E’ attiva dal Tibet all’Ucraina, dal Venezuela alla Tunisia, dal Marocco al Kuwait nel ridisegnare il mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in quello che George HW Bush, in un discorso del 1991 al Congresso [4], proclamò trionfalmente essere l’alba di un Nuovo Ordine Mondiale.  Mentre l’architetto e primo capo del NED, Allen Weinstein ha detto al Washington Post nel 1991 che, “molto di quello che facciamo oggi è stato fatto di nascosto 25 anni fa dalla CIA“.

[1]- DEBKA, Mubarak believes a US-backed Egyptian military faction plotted his ouster, February 4, 2011, accessed in www.debka.com/weekly/480/. DEBKA is open about its good ties to Israeli intelligence and security agencies. While its writings must be read with that in mind, certain reports they publish often contain interesting leads for further investigation.

[2]Ibid.

[3] – National Endowment for Democracy, Middle East and North Africa Program Highlights 2009, in http://www.ned.org/where-we-work/middle-east-and-northern-africa/middle-east-and-north-africa-highlights.

[4] – George Herbert Walker Bush, State of the Union Address to Congress, 29 gennaio 1991. Nel discorso, Bush a un certo punto ha dichiarato con aria trionfante di celebrazione del collasso dell’Unione Sovietica, “Ciò che è in gioco è più di un paese piccolo, è una grande idea, un nuovo ordine mondiale …

(Nadia Oweidat, et al, The Kefaya Movement: A Case Study of a Grassroots Reform Initiative, Prepared for the Office of the Secretary of Defense, Santa Monica, Ca., RAND_778.pdf, 2008, p. iv.)

Divisione dell’Egitto: minaccie da Usa, Israele e intervento della Nato.

11 febbraio 2011 Lascia un commento

Le proteste tunisine hanno avuto un effetto domino nel mondo arabo e l’Egitto, il più popoloso paese di fede islamica, è catalizzato dalle proteste popolari per le dimissioni di Moubarak.

Vogliamo pensare che Usa, Israele e la Nato rimarranno indifferenti a quanto accade e rimarranno dei semplici spettatori?

La parabola del dittatore arabo (Moubarak) è paragonabile ad uno “spider-web” e sebbene lo spider si senta sicuro nel web nella realtà la sua è una fragile sicurezza. Così quindi anche gli altri dittatori, dal Marocco all’Arabia Suadita, in questi giorni stanno provando la sensazione di insicurezza e di incertezza della loro posizione. L’Egitto è sull’orlo di ciò che potrebbe diventare uno dei più importanti eventi geo-politici di questo secolo.

Stati Uniti ed Israele vogliano usare la forza militare per mantenere l’ordine.

All’inizio della protesta egiziana i militari furono convocati negli Usa e si consultarono con i responsabili militari US per come arginare la protesta incombente. Gli egiziani, per contro,  sanno bene che la loro debolezza  è riposta nelle forze Usa ed israeliane e questo è il motivo per cui gli slogans sono contro gli Usa e Israele. Questo è quindi il motivo per cui ogni azione e ogni attività è subordinata alle direttive americane ed israeliane nella regione, compresa l’attività di ostacolo di scambio assistenziale e logistico attuato sul confine della striscia di Gaza.

La realtà appare quindi più complessa di come molti media internazionali vogliamo far apparire. Gli Usa e il loro fido capo, Israele, sono concordi che il dominio di Moubarak deve comunque rimanere attivo fintanto non sia possibile trovare una soluzione alternativa alla attaule dittatura. Non vi sarà mai uno stato egiziano democratico fintanto che Israele ed Usa avranno il dominio sulle basi di egiziane. Ed è per tale motivo che il regime di Tel Aviv è stato così sfrontato rispetto ai media internazionali a sostenere Moubarak. Il loro unico scopo è il mantenimento di una forza parallela e sostenitrice che difenda i loro interessi a scapito dell’osservanza dei diritti umani e della libertà.

La realtà è però molto più complessa ed articolata. Da un lato le forze israeliane sono arrivate ad un punto di stallo nel quale l’uscita eventuale di Moubarak metterebbe tutto il medioriente in mano agli estremismi presenti con la cancellazione quasi immediata dello stato di Israele. I vari fondamentalismi, non solo quelli di fede islamica, ma sopratutto laica, metterebbero l’intera regione in condizione di sovvertire l’intero ordine mondiale sulle attività energetiche. Si pensi all’immensa regione dell’Arabia Saudita, al Sudan , agli emirati del golfo persico e a tutte quelle regioni che della ormai presente e prevaricatrice presenza americana ne hanno le tasche piene. L’intero oriente andrebbe in mille pezzi con una rivolta che non ha nessun colore, perché sappiamo che quelle colorate hanno avuto sempre il placet da Washington. Sarebbe una cosa nuova, oppure una vecchia come avvenne anni fa con la rivoluzione komeinista in Iran.

Potrebbe Israele ed Usa permettere che ciò accada? Giammai!!!

Tel Avivi ha infatti un Piano di attacco ben preciso contro l’Egitto e dalle parole di Netanyahu “Un accordo di pace non garantisce l’esistenza della pace [fra Israele ed Egitto], in modo per proteggere noi stessi e, nei casi in cui l’accordo scomparisse o venisse violata la pace a causa di cambiamenti di regime dall’altra parte, questi  [i terrirtori israelaini] verranno protetti con la sicurezza di terra (leggasi con le armi)

EGITTO RIVOLUZIONARIO: un secondo Iran nel medioriente?

E’ evidente che se si dovesse attuare una rivolta completa dell’attuale situazione molti paesi del mondo ne avrebbero da soffrire, a cominciare dalla Gran Bretagna, Israele, Europa, la Nato e gli Stati Uniti. Inoltre il grande problema della pace tra Israele e Palestinesi verrebbe interrotta (ndt: anche se non è mai cominciata.) e l’alleanza tra Iran e Siria prenderebbe sempre di più piede rispetto alle attuali condizioni. Senza sottovalutare che l’Iran sta attentamente controllando l’andamento degli avvenimenti egiziani per percepire la strada in cui potersi incuneare per raggiungere lo scopo di avviluppare l’intero medioriente in una unica entità.

Lo scenario al quale andiamo incontro è estremamente articolato perché da un lato le forze in ballo hanno una potenza distruttrice enorme con conseguenze mondiali di immane portata. Nel lontano 1956 la forze egiziane, guidate da Nasser, nazionalizzarono il canale di Suez, fu un ecatombe, perché intervennero gli inglesi, gli israeliani e i francesi, la Nato e le forze Usa a far soccombere le forze in ballo egiziane. Nel 2008 Norman Podhoretz propose uno scenario apocalittico. In questo scenario gli israeliani occupavano le raffinerie di petrolio i porti navali del Golfo Persico per assicrare l’energia lanciando allo stesso tempo un attacco nucleare preventivo contro Iran, Siria ed Egitto.

Va inoltre ricordato che Podhoretz, l’ideatore di questo scenario, è un destinatario del Presidential Medal of Freedom per la sua influenza intellettuale negli Stati Uniti ed è uno dei primi firmatari del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC) insieme a Elliot Abrams, Richard Cheney , John (Jeb) Bush, Donald Rumsfeld, Steen Forbes Jr. e Paul Wolfowitz. (ndt: tutta brava gente!)

Cambiamenti in corso…

Gli avvenimenti delle ultime ore sono significativi delle innumerevoli ingerenze americane, israeliani e dei loro alleati: Francia ed Inghilterra in prima fila. Gli interessi economici e di stabilità dello scacchiere mediorientale è talmente enorme che come avvenne con Sadat, amico degli Usa e con i Talebani in Afghanistan sovvenzionati dagli Usa e dall’Arabia Saudita, le promesse indicate da Moubarak, prima del suo ecclissarsi, hanno spinto le mani invisibili ad evitare la perdita di controllo del paese che rappresenterebbe la spina nel fianco dell’ Arabaia Saudita, ma sopratutto il maglio schiacciante contro gli interessi israeliani.

Al largo delle coste della striscia di Gaza sono infatti presenti enormi giacimenti di gas che la U.S. Geological Survey, agente governativa americano, ha stimato che nel bacino del Mediterraneo del Levante ci siano delle riserve di gas naturale di circa 3.500 miliardi di m3 e delle riserve di petrolio per circa 1,7 miliardi di barili. Il problema attuale è quindi il controllo delle nuove risorse che quasi sicuramente verranno sottratte ai loro legittimi proprietari (Libano e Palestina) e la possibilità per Israele di affrancarsi dall’Arabia Saudita per il petrolio  necessario. E’ quindi pacifico che la conduzione della transizione egiziana sia passata dalle mani di Moubarak, burattino di Usa ed Israele, a quello dei militari, la mano longa del Pentagono.

Il popolo egiziano è sostanzialmente passato dalla padella alla brace e il ritorno alla democrazia è solo una maschera per cose che difficilmente si sapranno.

Le forze armate egiziane sono sotto il totale controllo delle forze americane e i loro generali vengono addestrati in Usa. Israele contrinbuisce con l’apporto della sicurezza (leggasi Mossad) , mentre gli inglesi, i veri tessitori della strategia del divi et impera, contribuiscono al mantenimento di una situazione di stallo e di falsa libertà. I giornali, le tv ed internet, allineata, spingono ad entusiasmi poco credibili. La regione egiziana è troppo preziosa e troppo popolata per permettere che avvenga una transizione democratica come avviene in europa (nda: anche da noi, di fatto, l’alternanza politica è già decisa, le urne sono solo una sbuffata di fumo contro i creduloni).

Ma chi saranno i papabili nuovi dittatori per la terra d’Egitto? Forse Sami Hafez Anan, Mohab Mamish, Mohamed Hussein Tantaoui e Reda Mahmoud Hafez Mohamed, oppure Omar Souleiman. Quest’ultimo uomo protetto da Cia ed Israele, il fautore della distruzione dei tunnel che comunicavano con l’Egitto e la striscia di Gaza. Un uomo utile per le mire espansionistiche americane ed israeliane di controllo e non troppo schizzinoso. Un uomo utile che ha partecipato a moltissime attività di “intelligence” particolari!!

L’uomo giusto al momento giusto!

 

Ref: Global Researchjadaliyya.com

Scie, fantasie o realtà misconosciute?

6 febbraio 2011 Lascia un commento

Quanti alzano gli occhi al cielo per osservare? Quanti hanno notato delle scie bianche che rimangono in cielo per ore ed ore, allargandosi successivamente in chiazze biancastre rendendo il cielo velato con colori al tramonto innaturali?
Credo che molti le abbiano notate e molti se ne siano disinteressati: tanto che cosa possono fare?

Immagine satellitare

Sulle scie che si vedono in cielo non si sa nulla, nel senso che nessuno delle istituzioni spiega esattamente cosa siano e quando vengono richieste (le spiegazioni) sono per lo più banali, quasi infantili: scie di condensazione del vapore acqueo dai motori degli aerei. Tutte cose risapute!
Il fatto è che il vapore acqueo non rimane in cielo per ore ed ore e non varia la sua colorazione con i raggi del sole a certe angolazioni, ma anche sotto questo punto di vista le spiegazioni dei “tecnici” sono per lo più banali e infantili: sono la condensazione degli scarichi degli aerei che contengono sostanze diverse in funzione dei carburanti e degli additivi usati che con la temperatura ed umidità dell’atmosfera a certe altitudini, rifraggono la luce in maniera diversa. Oddio, può anche essere una buona spiegazione, ma non spiega perché rimangono nel cielo per ore e perché i certe occasioni si formino buchi perfettamente rotondi nel cielo, oppure le nuvole, all’avvicinarsi di temporali assumano forme insolite, quasi di matasse di lana.

Però, sappiamo che a Pechino, durante le olimpiadi, furono usati razzi carichi di ioduro d’argento per scongiurare la pioggia proprio durante la inaugurazione, sappiamo che in Abudabi hanno provocato la pioggia (52 acquazzoni) in agosto (!!!) usando la semina aerea di sostanze ionizzanti l’atmosfera. E queste non sono le prove dei complottisti, ma fatti veri ed accaduti. Anche alla BBC.UK si ammette che vi siano sperimentazioni chimici a nostra insaputa: anche loro complottisti?

Mah?! Eppur si muove, l’areo che solca il cileo e che fa strani disegni! Nella realtà ci sono state anche alcune interpellanze parlamentari, ovviamente senza esito.

I complottisti dicono che queste scie rilasciano alcune sostanze, per lo più bario, bromo, silicati, torio, ma possiamo immaginare che ce ne siano altri. Si pensi per esempio alle quantità industriali di diossina e defogliante scaricati dalle forze americane in Vietnam per fare terra bruciata contro i vietcong, questa è staoria degli anni ’60 e non è complottismo, ma realtà passata!

Ora se si è utilizzato del “semplice” defogliante o della diossina per stanare i “viet”, è possibile pensare che chi controlla non possa fare a noi cose sconosciute per modificare alcune variabile ambientali, climatiche, comportamentali, irrorando l’atmosfera di sostanze che possano modificare la stua struttura e l’aria che respiriamo e che respirano i nostri figli? Ma oltretutto lo ammette anche l’europa.

Allora che si dice a tal proposito, perché tacere? Perché i piloti di quegli aviogetti sono “condannati” a stare zitti? A quale tipo di ritorsione sono sottoposti e  che ricatti subuiscono loro e la loro famiglia se per caso sfugge loro una parola in questo campo? Eppure le prove stanno tutte sui cieli, si vedono tutti i giorni e anche di notte, è sufficiente alzare il naso e anziché bere una birra, o alzare il gomito per trangugiare una pastiglia di droga con un bicchiere di alcool forse se tutti dessimo maggior peso a quello che ci accade attorno potremmo vivere meglio, no?

E invece no! Meglio drograsri, ubriacarsi, non vedere, non denunciare, non sottolineare quanto le alte sfere farmaceutiche, militari stanno compiendo sulle nostre teste. Non dobbiamo sapere! E non serve porsi delle questione perché anche in altre parti del mondo il problema è presente, così in USa in Canada, nella Gran Bretagna, in cui è anche bene espresso un commento del parlamento inglese. Quindi non sono balle solo che per digerire quanto si vede, è necessario accettare la favola del cambiamento climatico, del surriscaldamento terrestre e del buco dell’ozono per permettere a dei criminali travestiti da agnelli di defraudarci della nostra vita.

Mini Global Hawk italiani per la guerra in Pakistan

13 ottobre 2010 Lascia un commento

In Pakistan si registra l’escalation delle operazioni coperte della CIA, l’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti d’America. Nel solo mese di settembre, a Wana nel sud Waziristan, sono stati lanciati più di 20 attacchi contro presunti obiettivi filo-Talibani utilizzando i famigerati velivoli senza pilota UAV del tipo “Predator” o “Reaper”. Un martellamento senza precedenti che, secondo i ricercatori del sito web The Long War Journal, porta a 74 il numero degli attacchi effettuati nel 2010 dalla CIA con UAV che sganciano bombe e missili aria-terra. Il Pentagono, da parte sua, ha varato un piano coperto per lo schieramento in Pakistan di un battaglione del III Gruppo delle Forze Speciali Aviotrasportate (3rd Special Forces Group – Airborne), forza d’elite USA di stanza a Fort Bragg, Nord Carolina. Già ampiamente impegnato nello scacchiere afgano, il III Gruppo delle Special Forces avrà come compiti primari «l’azione diretta, l’intelligence e il riconoscimento, l’assistenza alle forze di sicurezza, le operazioni congiunte civili-militari e la fornitura di servizi alle popolazioni locali».
Tre intensi bombardamenti sono stati realizzati negli ultimi giorni da aerei ed elicotteri USA in aree prossime alla frontiera con l’Afghanistan, causando la morte di 50 presunti membri di un gruppo filo Al Qaeda. La crescita esponenziale dell’intervento militare statunitense in Pakistan è stato confermato dal Pentagono che ha spiegato che «i bombardamenti fanno parte di uno sforzo congiunto militare e d’intelligence per cercare di mutilare i Talibani in una roccaforte utilizzata per pianificare attacchi contro le truppe USA in Afghanistan». A breve, potrebbero essere diretti veri e propri raid terrestri al confine Pakistan-Afghanistan, per cui si attenderebbe solo l’autorizzazione del presidente Obama. Una spirale di guerra in parte temuta dalle autorità politiche e militari pakistane che hanno bloccato una delle rotte vitali per l’approvvigionamento delle truppe NATO in Afghanistan in ritorsione ad un recente attacco aereo alleato nella regione nord-occidentale del paese. Islamabad condivide con Washington le finalità della lotta anti-insorgenti, ma rivendica il pieno esercizio della sovranità sul territorio nazionale e un coinvolgimento più diretto delle proprie forze armate.
Il Pakistan è attualmente impegnato in uno sforzo bellico interno costosissimo in termini di risorse finanziarie e umane. Nelle offensive e nelle operazioni d’intelligence nelle regioni nord-occidentali contro una serie infinita di target (depositi munizioni, bunker e altre infrastrutture utilizzate da presunti Talibani), il regime utilizza dall’estate 2009 un proprio sofisticatissimo aereo senza pilota di dimensioni ridotte rispetto ai più noti Global Hawk dell’US Air Force. Il mini Hawk, il “piccolo Falco”, è un aereo spia tattico in grado di sondare metro per metro il territorio ed inviare le immagini ai centri di comando terrestri per una loro elaborazione. È un gioiello di guerra ad alta tecnologia “made in Italy”, il Falco UAV delle forze armate pakistane. Questo velivolo, infatti, è stato progettato e realizzato da Selex Galileo (già Galileo Avionica), una delle aziende del comparto Finmeccanica. Il “Falco” è in grado di volare a medie altitudini, ha un raggio di azione di 230 km e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo, e può trasportare carichi differenti tra cui, in particolare, sensori radar ad alta risoluzione. Prodotto nello stabilimento di Ronchi dei Legionari (Gorizia), è stato sperimentato la prima volta nel 2004 nel poligono sardo di Salto di Quirra. Test dimostrativi sono stati poi effettuati in condizioni ambientali estreme, dai ghiacci del nord Europa a zone desertiche con temperature di oltre 40 gradi centigradi, mentre una serie di lanci sono avvenuti dalla base aerea di Cheshnegirovo (Bulgaria).
A fine 2008 la prima commessa per Selex Galileo, acquirente appunto il Pakistan. Nonostante i manager dell’industria italiana abbiano mantenuto il massimo riserbo sull’affaire (si tratta comunque di un paese in guerra, profondamente autoritario e dove è in vigore la pena capitale anche per lapidazione), fonti giornalistiche USA hanno documentato il trasferimento al Pakistan di «5 sistemi aerei, che includono un totale di 25 Falco UAV con unità di volo di riserva e stazioni di controllo terrestri (GCS)». I primi due sistemi “Falco”, non armati, sarebbero stati consegnati al regime di Islamabad nel marzo 2009; altri due sarebbero in dirittura d’arrivo, mentre l’assemblaggio dell’ultimo sistema dovrebbe avvenire in Pakistan nel complesso industriale statale di Kamra, nei pressi della capitale. La consegna dei mini Global Hawk non è stata però gradita da Washington. In precedenza, il Pentagono aveva posto il veto alla vendita al paese asiatico di un modello UAV USA più avanzato per il timore che i servizi d’intelligence locali potessero trasferire “i dati sensibili” raccolti ai leader delle organizzazioni ribelli. Una preoccupazione evidentemente non avvertita dai vertici di Selex Galileo che anzi puntano ad esportare al mercato mediorientale una versione più avanzata del velivolo (il “Falco Evo”) che consentirà un’autonomia di volo sino a 18 ore, una capacità di trasporto sino a 120 Kg e la possibilità di ospitare a bordo bombe e missili teleguidati.
Altri “Falco” UAV made in Italy potrebbero essere trasferiti a breve alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, secondo quanto annunciato dall’amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. La fornitura dei velivoli a pilotaggio remoto farebbe parte di un “pacchetto” complessivo comprendente anche il trasferimento agli EAU di tecnologie nel campo dei materiali compositi e la creazione di una joint venture con la holding industriale-finanziaria Mubadala con sede ad Abu Dhabi, per la realizzazione di velivoli UAV della classe Medium Altitude Long-Endurance (MALE). Essi si svilupperebbero dal programma denominato “Molynx” di Alenia Aeronautica: velivoli senza pilota bimotori con una lunghezza di 12 metri e un’apertura alare di 25, in grado di volare a 407 km/h con un’autonomia di 30 ore ed effettuare missioni d’intelligence, ricognizione e sorveglianza del suolo volando a elevatissime quote (sino a 13.700 metri sul livello del mare) e in qualsiasi condizioni atmosferica.
Sulla partenership Finmeccanica-Mubadala per la produzione di UAV di ultima generazione incombe tuttavia l’esplicita opposizione di Stati Uniti d’America ed Israele, i quali non guardano con occhio benevolo al vasto processo di riarmo in atto tra le forze armate degli Emirati Arabi. Finmeccanica avrebbe così allentato la trattativa con Abu Dhabi, scontentando però gli emiri che adesso minacciano di congelare sine die l’acquisto dei 48 caccia bimotori M-346 “Master” già ordinati ad Alenia Aermacchi. Una megacommessa da due miliardi di euro perorata in tutte le sedi istituzionali dalla lobby parlamentare bipartisan dei mercanti d’armi italiani.

ref: peacelink.it

The Nazis’ Murder of Jews, Communists and Gypsies In Gas Chambers Was an AMERICAN Idea

7 settembre 2010 1 commento

Stando a quanto pubblicato gli assassini perpetrati dai nazisti fu un’idea degli americani prima ancora che Hitler andasse la potere.

Un giornale locale americano (San Francisco Chronicle) scrive che l’idea della razza dai capelli biondi, occhi azzurri, della razza pura ariana non fu creata da Hitler. L’idea nacque negli Stati Uniti e coltivata in California decenni prima dell’avvento al potere del noto dittatore. Il movimento eugenetico californiano, sebbene poco conosciuto, giocò un ruolo importante nella campagna per la purezza della razza.

In sostanza l’eugenetica è una “non-scienza” volta a migliorare le caratteristiche di una razza. Nella sua forma più estrema essa tende ad eliminare tutti quegli essere “imperfetti”, conservando solo quegli con caratteristiche dello stereotipo nordico. Elementi di questa filosofia furono inseriti nella politica nazionale americana che venne adottata da 27 stati. Nel 1909 la California diventò il terzo stato che adottò queste leggi portando alla sterilizzazione, segregazione e matrimoni forzati.

La California era quindi considerata il centro principale del movimento eugenetico e durante le prime decadi del XX° secolo molti ricercatori poco conosciuti, ma molto potenti, poterono attuare le loro ricerche e mettere in pratica le loro azioni.

L’eugenetica sarebbe stato solo un pettegolezzo da salotto se non fosse che molte istituzioni caritatevoli finanziassero le loro ricerche e sostenessero i loro fini come la Carnegie Institution, la la Fondazione Rockefeller e la Harriman Ferrovie. Essi erano legati a molti scienziati delle più prestigiose università americane come la Stanford, Yale, Harvard and Princeton University.

Nel 1904 la Carnegie Institution creò un laboratorio di ricerca a Cold Spring Harbor (Long Island) dove furono immagganizzati milioni di schede di linee di sangue.

La Harriman Ferrovie pagava le associazioni caritatevoli, come la NYBII (New York Bureau of Industries and Immigration), per trovare ebrei, italiani ed altri immigranti assoggettandoli a sterilizzazioni e deportazioni forzate.

La Rockfeller Foundation contribui a fondare il programma eugenetico tedesco e a finanziare il programma a Josef Mengele prima che questi andasse, come tutti sanno, ad Auschwitz.

Il movimento eugenetico, forte dei finanziamenti e delle leggi imposte, poteva tranquillamente prosperare, distribuire riviste pseudoscientifiche e propagandare il Nazismo. Il sistema più diffuso di “eugenocidio” (sterminio di persone allo scopo di migliorare la razza), anche pubblicamente, erano le camere a gas. E’ noto che molti stati negli USA abbiano fatto uso di questo sistema per eliminare molti criminali. Gli stati americani che ne fecero uso furono: Arizona, California, Colorado, Maryland, Missouri, Mississippi, New Mexico, North Carolina, Nevada, New Mexico, Oregon and Wyoming.

Nel 1918, Popenoe, un venerabile ricercatore eugenetico dell’esercito, scrisse un libro in cui argomentava “From an historical point of view, the first method which presents itself is execution . . . Its value in keeping up the standard of the race should not be underestimated”. Credo non serva la traduzione per comprendere come poi spiegava nel capitolo successivo “Lethal Selection” che l’eliminazione dell’individuo poteva avvenire attraverso alcune caratteristiche dell’ambiente come il freddo, infezione batterica o difetti del corpo “through the destruction of the individual by some adverse feature of the environment, such as excessive cold, or bacteria, or by bodily deficiency.”

I sostenitori del movimento eugenetico americano non erano però pronti per realizzare compiutamente la soluzione mortale che sta alla base del movimento stesso, ma molti istituti per la salute mentale praticavano ed applicavano l’eliminazione letale dei pazienti per proprio conto. In una istituzione la Lincoln Ill. alimentava i propri pazienti ammalati con latte infetto di tubercolosi credendo che gli avrebbe imunizzati dalla malattia.
Anche la corte suprema degli Stati Uniti approvò le basi eugenetiche. In un discorso nel famigerato 1927, Oliver Wendell Holmes scrisse “It is better for all the world, if instead of waiting to execute degenerate offspring for crime, or to let them starve for their imbecility, society can prevent those who are manifestly unfit from continuing their kind . . . Three generations of imbeciles are enough.” Questa decisioni aprì le porte per migliaia di deportazioni di persone coattivamente sterilizzate e perseguitate come subumani e anni dopo, anche al processo di Norimberga, i criminali nazisti portarono a loro difesa il discorso di Holmes.

Solo dopo che tale idee si furono ben impiantate negli Stati Uniti la campagna eugenetica fu trapiantata in Germania in grande scala.
Hitler studiò a fondo l’eugenetica e le sue leggi, mentre il suo odio contro gli ebrei nasceva dalla sua mente le basi, sulle quali costruire e realizzarlo, furono create dal mondo eugenetico fondato in America. Durante gli anni 20 gli scienziati del Carnegie Institution coltivavano molti rapporti e scambi professionali con i loro rispettivi in Germania, tant’è che in “Mein Kampf” Hitler affermava che alla base della selezione razziale non c’era un modello germanico, ma quello fondato negli Stati Uniti.

Controllo Mondiale

6 settembre 2010 Lascia un commento

I processi di destabilizzazione dell’America del Sud sono all’ordine del giorno e le idee indipendentistiche di alcune nazioni come il Venezuela o l’Argentina vengono spesse volte stroncate giustificando la presenza di attività terroristiche o anti-democratiche.

E’ quello che sta accadendo in più parti del mondo, da est ad ovest e da sud a nord e l’attore di questo “Risiko” reale è sempre lo stesso: gli USA.

Andiamo per ordine, giusto per farci un’idea. I media nostrani, ma anche quelli più blasonati oltre confine italico, non fanno grande pubblicità se non nelle pagine secondarie, ma per fortuna nella grande rete del mondo virtuale c’è chi raccoglie le novità, spesso gettate alla rinfusa.

Da tempo, nell’america del sud e nel centro america si sta giocando un ruolo di dominio esacerbato da continui attacchi al Governo Chavez. In Bolivia sono state installate nuovi basi militari, fatte passare per aiuto al paese sudamericano come lotta al narcotraffico, ma molto vicine ai confini venezuelani.

Da quando gli Stati Uniti armano ed equipaggiano la Colombia, sembra che questo paese sia pronto a compiere la sua parte del contratto: portare la guerra nel Venezuela di Hugo Chavez e, quindi, a colpire a morte il processo d’indipendenza Latinoamericana, vecchio di appena dieci anni.

Il 30 novembre scorso, l’ex Vice Presidente venezuelano, José Vicente Ranger, ha avvertito che gli alti comandi militari colombiani tiene da parte un piano per bombardare il territorio venezuelano, con il pretesto che ospita i gruppi della guerriglia. Poi, durante la conferenza di Copenaghen, Chavez ha rivelato che il governo dei Paesi Bassi ha lasciato gli Stati Uniti preparare un’aggressione militare contro il Venezuela dalle isole di Aruba, Curacao e Bonaire, tre possedimenti olandesi situati nelle acque territoriali venezuelane. Facendo credere alla popolazione che il Venezuela minaccia di invadere le loro isole, gli Stati Uniti li hanno “armato fino ai denti” e “riempito di aerei da guerra, assassini, spie della Cia e dei servizi segreti Nordamericani”, ha detto Chavez. Allo stesso tempo, il governo colombiano di Alvaro Uribe ha aumento la tensione, aggiungendo alle perenni accuse che il Venezuela sostiene i guerriglieri e i trafficanti di droga colombiani, la paura di un’aggressione da Caracas, per via dei suoi crescenti acquisti di armi. Il 20 e 21 dicembre, l’esercito venezuelano ha abbattuto dei droni che erano entrati nello spazio aereo del paese dalla Colombia e dalle isole olandesi. Gli aerei contenevano materiale fotografico e registrazioni dettagliate sulle autorità venezuelane. Poi, dopo l’incidente di frontiera del 3 novembre 2009, in cui dei paramilitari colombiani hanno ucciso due agenti della Guardia Nazionale venezuelana e l’invio successivo di 15.000 soldati del Venezuela, per “chiudere le frontiere”, il ministro della difesa colombiano ha annunciato la costruzione di una nuova base militare. Sarà eretta nella penisola de La Guayas, a pochi chilometri dal centro petrolifero venezuelano. Nel frattempo, le forze colombiane hanno attivato sei nuovi battaglioni dell’aviazione, due dei quali lungo la frontiera con il Venezuela, e un settimo per le operazioni speciali.

Il confine colombiano-venezuelano è lungo 2.219 km, di cui più della metà è coperta di foreste. Le truppe venezuelane arrivano in ritardo, perché da lungo tempo i paramilitari colombiani attraversano il confine! Ciò ha permesso a questi criminali di stringere un legame forte nel sud-ovest andino del Venezuela. Grazie a loro, dice Wilfredo Baragan, leader del club Bolivariano giovanile, i nuovi gruppi paramilitari colombiani, le Aquile Nere e le Aquile Dorate, controllano politicamente delle reti già esistenti in Venezuela. Per Juan Carlos Tanus, direttore dell’organizzazione ‘Colombiani in Venezuela’, un gruppo di sostegno agli immigrati colombiani, molti paramilitari colombiani entrano in Venezuela dal settore informale, posando da venditori e acquistando delle piccole imprese. Poi si uniscono a piccole bande di criminali che, con il sostegno delle strutture paramilitari e anti-Chavez già in azione, arrivano a controllare il business, il più delle volte il traffico di droga e lo strozzinaggio, che li portano fino alla capitale, Caracas.

José Vicente Rangel ha detto che più di 7.000 paramilitari colombiani sono attivi in Venezuela, e che i loro ‘fronti’, oltre al traffico di droga, sono il sequestro di persona, il riciclaggio di denaro e il traffico di armi. A Caracas, ha detto, i paramilitari operano sui fronti El Hatillo, Miranda, Urbano Petare e Avanzada Chacao. Queste attività, in particolare il traffico di droga e di armi, sono molto pericolosi per il Venezuela, ha detto Alexei Paez Cordero, direttore del Centro Andino di Studi Strategici (CENAE), dal momento che l’asse Washington-Bogotà sta cercando di suggerire che Caracas sostiene i trafficanti di droga e i guerriglieri colombiani. Il governo di Chavez, dice Cordero, deve assolutamente evitare, ad esempio, che armi venezuelane finiscano nelle mani delle FARC.

L’obiettivo degli Stati Uniti è una sporca guerra che, dopo anni di violenza indiscriminata e caotica, corruzione e decadenza delle istituzioni politiche, farebbe crollare il regime di Chavez dall’interno. I paramilitari colombiani sono la strategia principale per un’erosione del processo bolivariano. I principali media ne sono un altro, che mettono espressamente l’accento sugli appelli del Presidente Chavez a prepararsi alla guerra e gli insulti che pronuncia contro gli “Yankees”. Per il direttore della CENAE, questi appelli e insulti sono politicamente inutili. Essi fanno il gioco della strategia imperialista che mira a presentare Chavez come un aggressore, invece di Uribe, che tuttavia è autore di un’alleanza politico-militare con gli Stati Uniti. Cordero ha inoltre osservato che il duo Colombia-Stati Uniti cerca di dividere i suoi vicini per prevenire la formazione di un blocco di difesa e sicurezza collettiva andina o sud-americana. Così, mentre avvelena le relazioni con il Venezuela, il governo colombiano riprendere le relazioni diplomatiche con l’Ecuador. Questo spiega la velocità (anche prima del termine!) e lo spirito di collaborazione straordinario da parte degli Stati Uniti nel ritirare la base militare di Manta, dopo essere stato espulso dal presidente Rafael Correa.

La guerra andina è già qui, dice Cordero, ma invece di penetrare le difese dei paesi presi di mira (Venezuela, Ecuador e Bolivia), si cercherà piuttosto d’infiltrarli; i servizi segreti e i responsabili della sicurezza interna di questi paesi sono chiamati a svolgere un ruolo cruciale. Ad esempio, grazie ad elementi corrotti dell’esercito ecuadoriano che, nell’agosto 2008, il bombardamento di un campo delle FARC, in Ecuador, ebbe successo, uccidendo Raul Reyes, il numero due dei guerriglieri, e silurando il processo di liberazione degli ostaggi, che metteva in cattiva luce l’intransigenza del governo colombiano. Secondo la commissione d’inchiesta ecuadoriana su questi eventi, i militari alla direzione dell’intelligence delle forze di terra dell’Ecuador, hanno permesso agli agenti colombiani di avvicinarsi a Reyes, per offrirgli un libro che conteneva un dispositivo di monitoraggio elettronico via satellite, col quale gli aerei colombiani sono stati in grado di identificare il loro obiettivo. Dopo l’operazione, questi stessi elementi in Ecuador hanno agevolato l’accesso al campo bombardato dell’esercito colombiano, e ad hanno tanto tardato nell’allertare il governo ecuadoriano, che ha potuto tranquillamente rimuovere i corpi e gli oggetti che li interessava, come il famoso computer Reyes, che non finisce di rivelare ciò che Washington vuole sentirsi dire.

I cavalli di Troia colombiani in Venezuela, ha detto Cordero, sono numerosi e potenti: i paramilitari, i servizi segreti colombiani supportati dal Mossad israeliano e dalla CIA, i media dei due paesi, i gruppi dell’opposizione venezuelana finanziata dagli Stati Uniti, i governatori e i poliziotti statali, ecc. Al contrario, “i governi Chavez, Correa e Morales non sembrano essere consapevoli della gravità della minaccia. Hanno troppi pochi contatti con le [rispettive] autorità della sicurezza, dell’intelligence e della difesa, e quando lo fanno, “sono caratterizzati da improvvisazione con un candore e una ingenuità sorprendenti.”

Ref. Espagnol
Ref. eurasia-rivista.org

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