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Venti di questi cargo inquinano più di tutte le auto del mondo.

29 dicembre 2018 Lascia un commento

Pieni di alta coscienza ambientale,   di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano   gli automezzi a combustione interna, specie Diesel.  Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici.  Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà  solo auto elettriche  o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna , “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”.  Elon Musk , il più geniale imprenditore secondo i media ,   ha già costruito  la Tesla  Gigafactory,  “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette)  “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.


E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti,  non fossero convinti della convenienza di acquistare  auto elettriche con batterie al litio,  decisamente più costose?  Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene,   già annunciano:   vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino  entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”,  i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini. Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici,  per la sua  geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare  sussidi  pubblici).  Vi toccherà comprare un’auto elettrica.  Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e  insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E   anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico  “a segnale convenuto”  –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.  Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono,  è difficile dire;  ma dev’essere  lo stesso centro,  che sta dovunque e  in nessun luogo,  che ha comandato di  insegnare il gender ai bambini dell’asilo,  l’obbligo di 12 vaccini ai neonati,  il matrimonio ai sodomiti,  puntare all’abolizione del contante,   ridurre la Chiesa  cattolica ad una copia sbiadita di Human Right Watch, e presto legalizzare  l’eutanasia per le bocche inutili.  Tutte cose di cui fino a pochi anni fa nemmeno si parlava, e d’improvviso vengono attuate  dalle due parti dell’Atlantico, simultaneamente,  come da segnale convenuto.

La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti. Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”. Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock –   l’economia dell’intero mondo occidentale,  dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche  centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati   se possono li tengono in deposito;  la   velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra . L’obbligo di comprare auto elettriche,  con la  riconversione di tutta la rete di rifornimento  dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione,  quella che vi diranno è  la più virtuosa:  contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per   bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto  coi loro particolati dannosi.

Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano   quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri –  Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio  –  perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.

Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.

Non solo, ma ogni anno  si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto:  quanto di  questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti,  ogni  anno vanno a  fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici.  Insieme,  beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno,  perché  il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.

https://fr-fr.facebook.com/france5/videos/10153640360249597/

Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5,Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.

Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto extraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.

Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.

Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.

Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.

Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.


Una volta scaricati, i containers  sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono  per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di   rottami metallici e di plastica,  di  stracci e vestiti vecchi, di  carta usata da riciclare.  Tutto ciò che ci resta  dopo aver consumato  cose che un tempo sapevamo fare,  ma che adesso compriamo perché ci costano meno che  pagare i nostri  operai.  Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale.  Basta pensare all’eventualità che   il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca  o – facilissimo – Ormuz  : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna.

Tratto da: Blondet & Friends

Omissioni pilotate?

17 luglio 2013 3 commenti

southstream .

Il caso nazionale dello scandalo Ablyazov e del rimpatrio forzato della moglie Shalabayeva, sta iniziando a insinuarsi nelle pieghe di questa malconcia coalizione di governo e, probabilmente, farà alcune vittime interne della scena politica italiana.

Come ha ricordato domenica scorsa (14.07.2013) il Corsera, in Italia casi di questo genere ce ne sono stati e tutti abbastanza curiosi:

  • Il caso Abu Omar, rapito a Milano con la complicità dei nostri servizi e della Cia, trasferito quindi in Egitto dove subì violenza e torture. Su questo caso vengono imputati l’ex capo del Sismi Pollari con una condanna a 10 anni e il numero due Marco Mancini a 9 anni. Nella stessa questione, guarda caso, il Presidente della Repubblica grazia un colonello americano (Joseph Romano) che rapì Abu Omar;
  • Il caso Ocalan che venne ospitato come rifugiato politico dal Governo D’Alema e successivamente spinto ad andarsene (!) a Nairobi dove fu catturato dai servizi turchi.
  • Il caso del disastro del Cermis in cui tutti gli autori della strage furono estradati negli Usa e non fu permesso allo stato italiano alcun grado di giudizio.
  • Il caso di Mordechai Vanunu, rapito in Italia a Roma ad opera del Mossad e con la complicità dei servizi italiani. Rimpatriato in Israele subirà una condanna che lo vedrà in isolamento per 18 anni. (strano caso il Corsera questa notizia non l’ha riportata)*

Tutto questo chiasso politico probabilmente ha una sua utilità. Il Kazakistan è un immenso stato, ricchissimo di materie prime, circa il 60% delle risorse dell’ex URSS. Nella sua variegata fortuna primeggiano petrolio, carbone, gas, ferro, rame, uranio, cromo e con una presenza della nostra Eni in maniera significativa. Politicamente i legami che uniscono questo paese alla Russia hanno una corsia preferenziale, ma sono anche di carattere storico e nello cambio tra i due paesi si è avviato negli ultimi anni un processo d’integrazione regionale che ha portato all’istituzione di una Unione Doganale, primo passo verso un’Unione Economica Euroasiatica (UEE) che vede un mercato di quasi 200 milioni di persone e di 2.000 miliardi di dollari.

A tale proposito e in virtù di questa alleanza euroasiatica, il Kirghizistan ha votato un accordo a favore della dismissione della base americana di Manas in questo paese a partire dal 2014 che nel 2001 era stata concesse agli Usa. La base russa di Kant, invece, secondo gli accordi con il Primo Ministro Puntin in un recente incontro, la base rimarrà in forza ai russi fino al 2032.

Il gioco delle parti sembra quindi vedere in causa lo svolgersi di una coalizione geo-politicamente molto vicina alla Russia e Cina contro gli interessi espansionistici degli Stati Uniti ed Unione Europea. Il piccolo paese del Kirghisistan appare insignificante di fronte a dei giganti come Russia Cina e Kazakistan, ma è un punto chiave cruciale per gli scambi commerciali e politici della zona. Il fatto che sia stato promesso la dismissione della base militare di Manas agli Usa è un punto sul quale riflettere con attenzione.

Inoltre è di pochi giorni fa l’intesa siglata tra Eni e Gazprom per le prossime forniture di gas dal gasdotto di South Stream in cui l’Eni avrà uno sconto del 7% sulle prossime forniture. In questo scenario il tanto desiderato Nabucco appare impantanarsi sempre di più con costi stellari e tempi di realizzazione dilatati. Nel frattempo il Kazakistan si è offerta alla Romania, tramite alcune deviazioni del South Stream, per le forniture di Gas.

Appare evidente che il caso Ablyazov  non sia altro che una copertura i cui motivi risiedono sulle enormi cifre in ballo e sulla strategica attività che la Russia sta producendo in Europa emarginando sempre di più quella europea per la realizzazione del Nabucco, ma allo stesso tempo, visto che il firmatario del progetto SouthStream fu Berlusconi, il caso in questione sembra sempre di più una mossa politica più casareccia suddita degli interessi anglosassoni di sua maestà britannica per escludere ancora una volta dai grandi giochi internazionali il gruppo di Berlusconi o megliom ancora l’Italia, crocevia indispensabile e cruciale per tutti gli scambi economici, commerciali strategici e militari del mediterraneo. I nostri politici, troppo inclini a leccare la bava di sua maestà britannica, non sanno ancora in che ginepraio si stanno cacciando.

Un passo indietro nella questione libica secondo Chossudovsky.

26 gennaio 2012 1 commento

In una intervista di PressTV a Michel Chossudovsky, direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione, venivano evidenziati con molta naturalezza i veri obbiettivi della criminale guerra di Libia, in cui anche l’Italia ha preso parte e perdendo nel contempo la fiducia internazionale e le grosse riserve petrolifere che il governo di Gheddafi aveva designato per l’Italia.

Press TV:  I poteri occidentali hanno affermato che la comunità internazionale supporterà la politica di transizione per una libera e democratica Libia: In che maniera avverrà questo “supporto”?  Una democrazia “occidentale” imposta ai libici? Che significato avrà per i libici? L’occidente userà lo stesso sistema come hanno fatto in Afghanistan 10 anni fa e in Iraq 8 anni fa? Gli Stati Uniti insistono che i suoi soldati devono essere immuni in questi paesi (Iraq e Afghanistan), come sarà in Libia?

Chossudovsky: credo che dobbiamo capire la natura di questa operazione militare così come quella della copertura di intelligence che sta dietro ai ribelli, come sui bombardamenti delle infrastrutture civili, residenziali, delle scuole, degli ospedali che sono stati portati avanti in questi mesi. In particolare i bombardamenti continui in questi ultimi giorni. Stiamo parlando di oltre 20.000 incursioni e 8.000 bombardamenti. In altre parole quello che è accaduto in questi ultimi mesi è la distruzione di una intera nazione: le sue infrastrutture,  le sue istituzioni che hanno fatto molte vittime civili.

In altre parole, l’occidentale democratico della Nato supporta i ribelli tanto quanto ha sostenuto i capi di stato dei governi di altre nazioni a loro favore. Le mani della “democratica Nato” sono lorde di sangue, poiché hanno massacrato moltissimi donne e bambini.

PressTV: il nostro corrispondente ha riportato, dall’Hotel Rixos, alcune ore fa che lui ed altri giornalisti sono stati liberati dall’hotel in cui erano trattenuti, e adesso sono salvi.

Chossudovsky: Le posso dire, dal mio punto di vista, che prima di tutto questa non è una rivoluzione. Questi ribelli sono killer addestrati dalla Nato e sono forze paramilitari di Al-Qaeda e mercenari. Essi hanno un bassissimo supporto dalla popolazione locale. Se ci piaccia o meno  il regime di Gheddafi non è questo il problema, poichè la maggior parte della popolazione sono contro i ribelli e l’unica cosa che sostiene i ribelli sono i bombardamenti criminali della Nato. Criminali perché in deroga alle leggi internazionali e per le loro conseguenze: l’uccisione di bambini, di persone nelle loro case, e questo è stato ben documentato. Ma quello che è criminale in questo evento è la questione che la guerra è stata presentata ai media come un’operazione umanitaria.

La realtà è stata capovolta: ci è stato detto che la guerra è pace, le bugie sono la verità. In sostanza quanto è accaduto.

Press TV: molti paesi occidentali, inclusa la Francia, parlano del successo di come sta procedendo questa operazione e del suo disingaggio dalla regione. Può questo essere la base per la minaccia di abuso, in quello che è chiamato RTP (Right to Protect) sotto umanitari motivi per i loro interessi, come nello Yemen, Bahrain, Arabia Saudita? Se questa è la maniera di procedere, perché non parlano di queste nazioni? Perché menzionano solo la Siria, come il Presidente francese Sarkozy disse nell’incontro con il NTC?

Chossudovsky: Lei sa che ho studiato le dittature per oltre 30 anni, ho vissuto in America Latina. Gli Stati Uniti non si sono mai preoccupati delle azioni dei dittatori, poiché furono gli Usa a permettere loro di arrivare al potere. Fino a quando i dittatori seguono i loro  (degli Usa) ordini , stabiliscono dei stati fantoccio e servono gfli interessi Usa, e gli americani continueranno a supportarli. Questa fu la situazione in Cile con Pinochet, in Argentina, Brasile e nell’America Centrale.

Dobbiamo quindi capire la natura di questa operazione militare in Libia.

I ribelli senza la Nato, militarmente e politicamente non esisterebbero. Dobbiamo capire che le forze speciali della Nato stanno già operando all’interno della ribellione, ovviamente di nascosto. Sono esperti delle forze armate, mercenari e paramilitari.
Se la Nato si ritira la rivolta non durerà molto a lungo e penso che ogni analista militare lo può confermare. Ma la questione fondamentale, che viene sollevata e che è già sul tavolo del Pentagono e della Nato, è se vogliono invadere il paese con le truppe. (a tale proposito vedasi quanto scrivevo su Libia, Usa, Gas, Italia in netta (s)Concordia )

Una parte delle truppe, sotto mentite spoglie, è già sul terreno e la domanda è quando verrà ufficcializzata? Gli elicotteri Apache e le Forze Speciali sono già dislocate. Abbiamo un massiccio dispiegamento delle forze navali nel Mediterraneo, in particolare la portaerei George Bush con tutta la tecnologia a supporto. E in caso di una guerra terrestre potremmo assistere alle forze alleate atterrare sulle spiagge libiche. Se guardiamo allo scenario è chiaro che i ribelli non avrebbero durato molto senza la Nato: non hanno capacità militare e non hanno le istituzionali competenze per creare un reale governo.

Quindi quello che accadrà sarà: le Forze Speciali della Nato rimarranno, altre arriveranno, probabilmente non ufficialmente, e  instaureranno, come fecero in Iraq nel 2003, un governo fantoccio che modellerà la Libia come un sceiccato al pari dell’Arabia Saudita o dei stati del Golfo Persico.

In ogni caso, il neo colonialismo o riconquista della Libia, è funzione di un progetto più grande che interessa l’intero continente africano, poiché già contemplato. Questo implica la militarizzazione con AFRICOM (United States Africa Command) ed è parte integrale dell’agenda Usa.

Press TV: vada avanti professore.

Chossudovsky:  molti anni fa, in una conferenza pubblica, mi fu chiesto qualcosa riguardi all’Iraq, e mi fu fatta una domanda: “Professore abbiamo bisogno di quel petrolio”. Va bene, questa è la posizione occidentale.
La mia risposta fu: “Fate commercio, non rubatelo!”

Questo è ciò che le compagnie petrolifere stanno facendo in Libia e esse si sono già posizionate per questo motivo.

La Libyan Oil Company era una entità di stato molto importante, che serviva al popolo libico per lo sviluppo sociale, economico e finanziario. Essa sarà quindi privatizzata e fatta a pezzi e incorporata dalla Total, che è una compagnia francese, assieme ad altre compagnie estere.

Pertanto quando risposi alla domanda “se hai bisogno di petrolio, lo dovresti comperare sul mercato a accettare che una larga percentuale di riserve petrolifere sia nei paesi paesi arabi. E’ oltre il 60% e appartiene al popolo di queste nazioni.

Essi (i paesi occidentali) possono acquistare il grezzo dai paesi arabi e non c’è nessuna necessità di invadere questi paesi e rubar loro il petrolio, ma questo è ciò che accade: questo è successo in Iraq e sta accadendo i Libia.

C’è qualcosa che non funziona: crisi del petrolio

22 novembre 2011 Lascia un commento

Nel blog Il Grande Bluff un lettore, Sinbad, ha scritto una cosa interessante: “…c’è qualcosa che non funziona” che indica come presupposto del fallimento sociale forse per la mancanza delle materie prime (Gas, Petrolio, Minerali rari). E’ vero, di fondo la nostra società si è sviluppata in poco più di 100 anni: un’inezia rispetto al periodo precedente di oltre migliaia di anni in cui i cambiamenti sociali, economici, commerciali, si sono evoluti con estrema lentezza ed assorbiti a piccole dosi.

Quello che un tempo serviva, ora, in poco più di una frazione di secondo, la otteniamo. Pensiamo alla luce, all’acqua, al gas, alla rete digitale, alle informazioni, alle comunicazioni, ai rapporti personali con amici e parenti. Ora tutto apparentemente sembra vicino e facile da avere e da condividere, ma maledettamente lontano da metabolizzare. Mozart per creare le sue opere ci ha messo 30 anni della sua vita ed ora anche il più scemo, in poco più di una mezzora, compone un pezzo che alle orecchie del volgo appare come un’opera. Ecco la quadratura del cerchio socialista, la soluzione dei mali della società acculturate, di quel genere di cultura che travasa in tutti gli strati ma che non permea nessuno, perché troppo indaffarati a cercare stimoli nuovi. Troppo difficile fermarsi e pensare.
Ormai, nessuno insegna più a pensare, a meditare, ad oziare a cercare anche nel fallimento la strada di un pensiero diverso per evitarne un altro. No, tempo perso.

Sinbad insiste che c’è “qualcosa che non funziona” e il suo pensiero giustamente si rivolge al mercato macroeconomico, quel mercato che gestisce i flussi immessi di capitali e denaro che vanno più in là del semplice (non tanto per la verità) gioco finanziario delle opzioni, dei derivati, ma che porta interi blocchi continentali a fare le guerre, o costringere intere popolazioni a svendere i propri beni e risorse. Una volta Soros disse che non è pensabile che la Russia abbia un territorio così vasto con risorse utili per l’umanità perché quei tesori, quelle risorse sono la sopravvivenza dell’umanità stessa. Non credo che Soros sia un fragile mecenate, un filantropo che indirizza gli sforzi per i bene altrui. Non ci credo assolutamente, ma nella sua spudorata affermazione ha espresso un concetto molto preciso, quale quello, ad esempio, di una popolazione affamata che arriva in una valle e nota che il popolo che vi abita ha cibo, acqua, legname per scaldarsi e cucinare. L’ultima spiaggia, l’ultima soluzione, o come dicevano gli antichi “mors tua vita mea”. La possiamo girare anche in altro modo: sopravvivenza. Beh, in questo caso, bisognerebbe capire e definire il significato di sopravvivere, perché ne esistono vari tipi, da quella africana, a quella sud americana o cinese o delle bidonville europee, spesso mai citate nei vari media internazionali, perché non sono persone che contano, ma esiste anche la sopravvivenza grassa, offuscata dalle mille luci della civiltà, dal crepitio di mille motori e di un sacco di marchingegni che circondano la vita di questa fascia di sopravviventi. Tutto necessario, sembrerebbe!
Ma c’è qualcosa che non funziona e la fine delle materie prime porterà le popolazioni a guerreggiarsi, a scannarsi, a sbudellarsi fino all’ultima goccia di sangue per ottenere l’ultimo goccio di petrolio, l’ultima esalata di gas o l’ultimo chicco di grano. Scenario apocalittico, per chi è seguace dei dettami biblici, o più semplicemente una naturale sfrondata stile quella che di tanto in tanto fanno le popolazioni dei lemming. Ma l’uomo non è una bestia, è scritto anche nella bibbia, il libro dei libri attraverso il quale si sono formate generazioni su generazioni, da ebrei, cattolici, protestanti, ortodossi, islamici, calvinisti e chi più ne ha più ne metta e la realtà del mondo occidentale ed occidentalizzato segue pedissequamente, come un lemming questa commedia-impostura dell’uomo superiore, del super uomo, dell’uomo che prevale su tutto ciò che o circonda, dell’uomo che, secondo la teoria evoluzionista, sta sopra la piramide. Ma ne siamo proprio sicuri?

L’uomo segue sempre l’evolversi della sua natura quando costretto in spazi esigui e a stretto contatto di gomito con il suo simile: guerreggiare, violentare, rapinare, rubare. Ne più e nemmeno come fanno altri animali con la piccola, ma significante variante che esso non è in grado di difendere se stesso, anzi, come la più bassa delle specie animali egli attacca se stesso ed annienta il suo simile come fosse suo nemico. Più basso di così nella scala evolutiva non si può! E tanto più bassa è la sua evoluzione quanto più alta la sua voracità e la sua incapacità di mediare “il tanto con il poco”.

Siamo alla soluzione finale? Nessuno è in grado di prevederlo, ma se guardiamo quello che altri stanno facendo ci verrebbe da rispondere di sì, e visto che la speranza è l’ultima delle illusioni,  cerchiamo di seguire questa strada e di dare, ancora una volta, una possibilità. Le economie mondiali, da est ad ovest, da nord a sud, sono ormai arrivate ad un punto apparente di non ritorno e nessuna soluzione, tra quelle che vanno in voga in questi ultimi anni, potrebbe essere salvifica.

Non c’è soluzione alla attuale crisi sistematica se non quella di derubricare i debiti accesi e creati bell’apposta, ma in questa maniera si rischierebbe la catastrofe per quanti hanno investito, involontariamente, in capitali fittizi, virtuali, inesistenti essi stessi vacui e senza la benché minima corrispondenza al mondo reale.
Pensiamo ad uno qualsiasi che ha investito un certo capitale in un fondo di risparmio, in cui siano incorporati alcuni strumenti derivati di cui non si conosce nulla, ma che una volta azzerato il debito l’investitore si troverebbe in mano solo cartaccia, senza nessun valore. Denaro, risparmi, sudore di una vita volatilizzato in un secondo, anzi in un milionesimo di secondo, tanto veloci sono oramai giunte oggi le possibilità di rendere ricco o povero un essere umano a causa di un suo simile. Ma sono cose che già si sanno, già digerite, e forse, in alcuni parti del mondo, già provate. Ma funzionerebbero applicate in una scala più grande?
Io credo di no.

Appare quindi, stando così le cose, che non vi sia soluzione e già negli anni ’90, in un rapporto della Shell, veniva evidenziato con una certa attenzione che nel prossimo futuro (si parlava del 2015/2020) si sarebbe incorsi  nella penuria di energia e siccome l’energia a tutt’oggi è per il 60/70 % prodotta dal petrolio questo significava che il petrolio sarebbe diventato via-via sempre più difficile da estrarre e sopratutto da trovare. L’energia per far girare il mondo è entrata in un profondo periodo di crisi e quella sistematica del mondo finanziario è lo specchio di quello energetico.

Nella sua corsa disperata ad accumulare e a sfruttare, l’uomo odierno ha perduto la sua totale comprensione di quello che lo circonda senza rendersi conto che questo lo porterà direttamente alla tomba. Si pensi al mercato in senso globalizzato come una immensa piazza dove tutti gli abitanti della terra si scambiano prodotti con il limite delle distanze. In questa visione, fatta propria dai liberal-globalisti, ogni prodotto è disponibile e facilmente scambiale , ma presuppone la facilità dei movimenti delle merci e delle persone cosa quest’ultima resa impossibile dalle varie dittature del mondo e dalle varie oligarchie finanziario economiche  che gestiscono i flussi di capitali lì dove è minore il costo dell’investimento. E’ palese che in questa condizione di mercato manipolato, la globalizzazione, vista come immenso mercato aperto, è un non senso, mentre per i loro ideatori è solo una chimera.  Se poi a questo vortice subumano di scambi commerciali ci mettiamo che per spostare qualche tonnellata di riso o di cotone si deve ricorrere all’energia da idrocarburi si capisce che il maggior costo è proprio l’energia stessa necessaria per produrre e trasportare che a sua volta viene compensata dal costo umano, quando necessario.

L’uomo è pertanto paradossalmente entrato in una fase di crisi di personalità, di riferimento, in cui i modelli a cui fare riferimento sono saltati perché precipitosamente sovvertiti.
Facciamo un passo indietro. Nei decenni passati l’unica vera fonte di energia era la cellulosa, necessaria per ogni attività umana, dal cibo al fuoco, all’energia. Tutto dipendeva dalla cellulosa e dai suoi derivati, nulla veniva sprecato e tutto veniva integrato. Pensiamo anche alle famiglie, a quelle medie della borghesia che dovevano avere le stufe sempre cariche di legna per scaldarsi, ma anche per cucinare, pensiamo alle attività industriali e artigianali che osservavano un modello di vita e produttivo che non era inteso al consumo, ma all’auto-consumo. Quello che oggi ogni azienda produce nella realtà 1/10 sarebbe utile e forse anche meno. Pensiamo ai cellulari, ai telefoni, alla tv o a qualsiasi altra scoperta (consumistica), come il frigo, il freezer, il forno a microonde, alle scarpe con suole di gomme (vi siete mai chiesti perché vadano tanto di moda quando fino a pochi anni fa erano considerate antigieniche, antiestetiche, dozzinali, utili solo per lavori di manovalanza). Pensiamo ai vestiti, alla composizione dei tessuti, ai filati ed ai processi di produzione degli stessi, oppure come vengono coltivati i campi di cotone o allevate le pecore per la lana (è da notare che molti lanifici italiani sono ormai chiusi e la lana delle nostre pecore viene gettata come rifiuto speciale anche se di ottima qualità) per non parlare poi dei processi di produzione agricola e alimentare in cui ogni segmento della catena produttiva e dipendente dal petrolio e da tutti i suoi derivati. Tutto è petrolio.

E’ evidente che la crisi sistemica del petrolio, sulla base di quanto detto, provocherà uno sconquasso inimmaginabile, devastazioni, ricaduta negativa su tutti le fasce sociali, a parte quella piccola nicchia di potere che sempre nei secoli è riuscita a mantenersi a galla sulle spalle della massa, impoverimento graduale, ma costante delle popolazioni e ritorno ad un periodo buio di tragedia sociale, in cui sanità, assistenza sociale e benessere diffuso saranno solo pallidi ricordi. E’ accaduto anche in questi tempi che in alcune zone del Cile per oltre 24 ore non vi sia stata l’erogazione della corrente elettrica, così come qualche anno fa a New York.

Facciamo mente locale e pensiamo a farci un caffè. Adesso semplicemente apriamo la scatola del caffè preleviamo alcuni cucchiaini e mettiamo la caffettiera sul fuco che abbiamo acceso con un banale clic. Dopo qualche minuto eccolo pronto, ma cosa accadrebbe se…semplice. Si acquista il caffè, il cui costo però schizzerebbe dalle attuali 8/10 euro/kg a probabili 20/30, una volta portato a casa in grani, perché anche la rivendita di caffè non ha energia elettrica, dovremmo macinarlo – a mano – e una volta raggiunta la quantità giusta per il nostro caffè potremmo metterlo sul fuoco, ma dovremo necessariamente avere una cucina che sia in grado di ospitare il fuoco, e non quello del gas (il prezzo delle bombole a gas – rare – schizzerà dagli attuali 25/30 euro a probabili 50/80 euro), ma quello a legna (anche in questo caso il costo della legna prenderà un’impennata notevole e possiamo supporre che si passerà dagli attuali 25/30 euro/q.le al doppio). E’ quindi necessario accenderlo, avere legna di piccolo taglio per l’inizio del fuoco e quella più grossa per poter cucinare e mantenerlo per un po’ di tempo. Ma anche in questo caso saremo costretti a rivedere alcune cose basilari: i nostri condomini non sono stati studiati per lo scarico dei fumi delle cucine a legna, i camini sono piccoli tubetti di qualche centimetro di diametro e convogliare i fumi della combustione a legna provocherebbe l’asfissia di tutti i condomini in pochi giorni. E’ evidente quindi che ogni cucina avrà un tubo che uscirà da una finestra per lo scarico dei fumi. E stiamo parlando solo di farci un caffè. Provate quindi ad immaginare a fare una cena, a dar da mangiare ai figli, alla famiglia. Ma dopo qualche ora arriva il buio e l’energia non c’è. Che si fa? Candele, lampade ad olio o a gas per i più ricchi, ma non è finita, perché bisogna lavarsi e lavare gli indumenti, mantenere le derrate alimentari (spariranno i grandi centri commerciali e risorgeranno i negozi dei quartieri, più vicini alle necessità dell’uomo, perché non potremo più mantenere 10 kg di carne in congelatore, ma scopriremo la possibilità della conservazione) e così via per ogni attività che adesso ci sembra un banale clic dell’interruttore.

Non sono dell’epoca delle candele e nemmeno delle lampade a gas, ma ho vissuto in quella di mezzo in cui gas, luce e acqua erano comunque un bene di lusso e queste cose, questi piccoli e lenti passaggi portano l’uomo a rivedere i suoi modelli di vita attuali. Tutto diventerà più lento, più umano, più naturale e ci farà riscoprire che tra una estate ed un inverno ci sono mesi di freddo, piedi ghiacciati, coperte che non scaldano (tutte di plasticaccia), vestiti che assorbono umidità, così che sapremo capire che c’è il caldo torrido, l’afa, le punture delle zanzare e le mosche che cresceranno a non finire per la penuria di insetticidi (tutti derivati del petrolio). Si scoprirà la lentezza della comunicazione, ma anche la velocità con cui si riuscirà a tessere amicizie e conoscenze. Il tempo rallentato porta a colloquiare e non ad isolarci come automi. Vedremo che per fare qualche chilometro ci potremo anche impiegare mezza giornata e ci accorgeremo che per inviare una lettera (di cellulosa) ci vorranno anche 10 giorni o forse più. Gli appuntamenti saranno dilatati e la fretta che ogni giorno ci attanaglia sarà un brutto ricordo del passato.

Forse, non tutto il male vien per nuocere e in questa crisi, in questo qualcosa che non va un lato positivo c’è, se non altro la riappropriazione della dimensione umana. L’importante è essere preparati che non tutto è infinito e che ciò che adesso abbiamo, domani potrebbe non esserci più, basta un clic…oppure, come i complottisti insegnano, siamo al punto di non ritorno secondo il picco di Hubber?

Centrata una scuola per bambini Down.

2 maggio 2011 Lascia un commento

L’azione umanitaria si vede da molte cose, una tra queste è quella di aver sterminato tre nipoti e il figlio più giovane di Gheddafi. Su questo non ci sono dubbi: gli aerei della Nato quando colpiscono, colpiscono duro e non fanno sconti a nessuno.

Infatti queste incursioni (Strike) hanno centrato un’abitazione del sanguinario dittatore eliminando una parte della sua famiglia. E’ così che si fa, dai! Non se ne poteva più con questa genia di persone che credono di avere il mondo in mano per un po’ di petrolio, e che diamine!!!

Ma…l’umanità della Nato è senza limiti, non ha precedenti, anzi ne ha molti e come nel passato alcune “piccole” sbavature nelle incursioni ne ha fatte parecchie.
In fondo sono uomini anche loro: errare humanum est, no?

Nel tentativo di massacrare quel dittatore gli aerei delle forze gloriose italo-franco-anglosassoni hanno centrato in pieno una scuola per bambini con la sindrome di Dow. Curiosa la cosa, no?

Un missile ha sbagliato obbiettivo e anziché scegliere l’edificio che secondo i servizi avrebbe dovuto ospitare Gheddafi, ha distrutto una scuola con tutto il suo contenuto.  Come diceva MaoTze-Tung, “i morti civili in guerra sono come le briciole che cadono dal tavolo“. E così, ancora una volta, che si aggiunge alle altre, ma che più di tanto non fa notizia, le forze gloriose alleate centrano un obbiettivo civile in nome di un’azione umanitaria, oppure speravano che ci fosse una scuola zeppa di bambini ritardati e che quindi la razza andasse in qualche maniera sistemata?

Per fortuna, visto che l’incursione è avvenuta di sabato, la scuola era vuota, ma è stata completamente distrutta grazie all’umanità della Nato.

Fonti: worldbulletin.netreuters.com

Il vero motivo della guerra in Libia.

24 aprile 2011 4 commenti

Il valore del dollaro...

Quale può essere il fil rouge che collega tutti  i paesi attaccati – e presi di mira  in varie forme –  dagli USA e Gran Bretagna con l’aiuto di una serie di ausiliari tradizionali  più o meno consapevoli?

Libia, Libano, Siria, Irak, Somalia, Sudan, Iran.  Non hanno in comune  l’etnia ( Iran è ariano mentre gli altri sono semiti  o – Sudan – misti).

Non hanno in comune  la religione: Libano ha cristiani, l’Iran è sciita, la Siria è mista. Non il petrolio: Somalia e Siria non ne hanno in quantità significative. Non la ricchezza: Somalia e Sudan non lo sono.

Se invece vediamo il negativo, vediamo che nessuno di questi paesi  figura tra i 56 aderenti alla Banca per i Regolamenti Internazionali. (BIS)

In pratica sono paesi che hanno rifiutato di far parte della comunità finanziaria internazionale  e  la Libia in particolare se la stava cavando molto bene:

  • Stando ai dati del FMI la Banca centrale libica possiede 144 tonnellate di oro nei suoi forzieri. Per un paese di tre milioni e mezzo di abitanti, non è niente male.  L’educazione  e l’assitenza medica sono gratuite; le coppie che si sposano ricevono  50.000 dollari a fondo perduto.
  • I Ribelli, ancora prima di costituire un governo provvisorio, hanno annunziato ( il 19 marzo) di aver costituito la BANCA CENTRALE DI LIBIALa Banca centrale di Libia ( quella di Gheddafi per intenderci) è pubblica e non privata, stampa la moneta e presta denari allo stato senza interessi per finanziare le opere pubbliche tra cui il famoso fiume sotterraneo fatto dall’uomo che utilizza le acque fossili del Sahara per irrigare tutta l’area agricola della Libia  che si trova al Nord. A proposito l’attività agricola in Libia è esentasse. Completamente. Questa politica è l’esatto contrario di quella seguita dal mondo occidentale  che fa pagare tutti i servizi quali l’educazione e la sanità ed ha privatizzato le banche centrali che fanno pagare gli interessi  agli stati quando forniscono loro i fondi.
  • La ragione ufficiale che ha spinto l’occidente a non mantenere le Banche Centrali come pubbliche  è  che questi prestiti aumentano l’inflazione, mentre prendere prestiti dalle Banche estere o dall FMI , non provocherebbe inflazione. In realtà prendere i denari a prestito da Banche centrali pubbliche  – senza interessi – riduce grandemente il costo dei progetti  pubblici di investimento  e in alcuni casi li riduce del 50%.
  • Gheddafi aveva da poco lanciato la proposta di creare una moneta unica africana  IL DINARO ORO  e l’unico paese africano  che si era opposto, è stata la Repubblica del Sud Africa, che  è stata proprio quella che si è presentata  a Tripoli per la mediazione con i ribelli e la NATO.  Su questa proposta c’è un commento di Sarlosi che l’ha  giudicata “una minaccia per l’Umanità”.
  • Sia Saddam Hussein che Gheddafi avevano proposto  – entrambi sei mesi prima dell’attacco – di scegliere l’Euro ( o il dinaro) come valuta per le transazioni petrolifere.

ADESSO RESTIAMO IN ATTESA DI VEDERE  – IN CASO DI VITTORIA  DELLA NATO – SE  EDUCAZIONE E SANITA’ RESTERANNO GRATUITE, SE LA BANCA CENTRALE LIBICA ADERIRA’ ALLA  B.R.I.  E SE L’INDUSTRIA PETROLIFERA LIBICA VERRA’ SVENDUTA A  PRIVATI.   Poi anche i più ingenui  cominceranno ad avere sospetti.

Fonte: corriere della collera.com

La Libia vista da Claudio Mutti

14 aprile 2011 Lascia un commento

Partiamo da quel lontano 1 settembre 1969, quando Muammar al-Qadhdhafi prese il potere in Libia. Cosa ha rappresentato Gheddafi nella lotta antimperialista e panaraba? Cosa è divenuta nel tempo la Libia del Colonnello?
Gheddafi è stato un panarabista sincero. Nel 1972 la Libia stipulò con l’Egitto e la Siria un accordo da cui sarebbe dovuta nascere una Federazione delle Repubbliche Arabe; sforzi analoghi furono successivamente intrapresi in direzione della Tunisia, del Marocco, dell’Algeria e del Sudan, ma nessuno di essi approdò a buon fine. Nel 1989 nacque l’Unione del Maghreb (Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania), ma anche questo tentativo finì in un vicolo cieco. Ecco perché Gheddafi ha voltato le spalle agli Arabi e si è rivolto verso l’Africa.

Quali sono gli scopi dell’intervento imperialista? Qual è il ruolo della Francia e del suo presidente guerrafondaio nel vile attacco alla Libia?
A parte i motivi di bottega elettorale e le sollecitazioni lobbistiche che hanno indotto lo gnomo dell’Eliseo a trascinare la Francia in questa avventura, l’aggressione congiunta anglo-franco-statunitense, oltre a perseguire l’accesso alle fonti energetiche libiche, mira a garantire alle potenze atlantiche il controllo totale del Mediterraneo (compito che l’Italia potrebbe svolgere egregiamente ed è per tale motivo che siamo una nazione pulcinella, altri ci controllano impedendoci di aggregarci in uno stato forte, nota personale), anche per completare da questo lato l’assedio della Russia. Rinsaldare l’egemonia atlantica nel grande lago euro-arabo diventa particolarmente vitale in un momento in cui la Turchia rialza la testa e riprende il suo ruolo storico di epicentro del mondo musulmano mediterraneo.

Quali effetti produrrà la sudditanza dell’Italia alle dinamiche di guerra per quanto riguarda il futuro rapporto con la Libia e coi Paesi dell’Africa del Nord?
La subordinazione italiana alle logiche politico-militari atlantiche peserà in maniera disastrosa sui futuri rapporti dell’Italia con tutto il mondo arabo. La violazione del Trattato di Amicizia con la Libia, appena siglato, non solo annulla tutta la politica mediterranea fatta da Andreotti e Craxi, ma rafforza ulteriormente quell’ignominioso marchio di inaffidabilità che ci portiamo addosso dall’8 settembre 1943.

Chi c’è dietro i cosiddetti “ribelli”? Quali idee, quale cultura politico-religiosa ispira i “partigiani” del CLN di Bengasi?
Non è più un mistero per nessuno il fatto che la sedizione tribale sia stata ispirata, istruita e attivata dall’Inghilterra, la quale non ha mai digerito di essere stata estromessa dalla Libia, rimasta suo protettorato fino al 1 settembre 1969. Non è un caso che i cosiddetti “partigiani della libertà” abbiano fin da principio inalberato la bandiera della monarchia collaborazionista abolita da Gheddafi. La cultura politico-religiosa predominante nelle file dei sediziosi è degnamente rappresentata dalla grottesca figura dell’erede al trono di Libia, che ha studiato economia negli Usa e si proclama orgogliosamente “liberal”.

Fonte: eurasia.com

Ordine: bombardare!!!

13 aprile 2011 Lascia un commento

L’impegno con la Nato, la disposizione delle basi militari nel sud Italia e l’appartenere ad una comunità sfacciatamente contro l’Italia, sta mettendo a dura prova le diplomatiche risposte di La Russa di fronte alle richieste di bombardare attivamente la Libia.

In ogni caso, che si vinca e che si perda la faccia l’abbiamo persa più volte: primo perché secondo il trattato d’amicizia con Gheddafi era previsto l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3)) e permettendo alle forze della Nato di usare le nostre basi militari lo abbiamo di fatto stravolto;  secondo, perché se dovessimo o ci obbligassero o ci inducessero (molto più subdolamente con un fals-flag terroristico) a bombardare attivamente il suolo libico diventeremmo agli occhi del mondo quelli che oltre a sfruttare i paesi ex-coloniali siamo anche capaci di bombardarli per i nostri interessi (la pubblicità negativa che alcune testate internazionali farebbero su questo fatto sarebbero l’eco per il nostro totale asservimento alle forze estranee all’Italia) eseguendo gli ordini dei veri imperialisti: Francia, Inghilterra e Usa.

E’ la solita nazione Italia che si barcamena da una parte e dell’altra senza mai prendere una posizione decisa; così in questa maniera, se le cose dovessero andare male e andranno male, i veri colpevoli dei danni inferti alla popolazione libica sarebbero gli italiani, quelli che hanno colonizzato la Libia, quelli del voltafaccia della II guerra, quelli che hanno un capo del governo puttaniere che non si fa gli affari suoi, quell’Italia di cui certi vorrebbero completamente svuotata dalle sue tradizioni e dalla sua storia, quell’Italia che è stata il giardino dei divertimenti della varie nazioni.  Quello che colpisce, la totale inosservanza degli accordi lo si legge su “La Stampa”: <…se la Nato dovesse decidere un maggior coinvolgimento dei Paesi di «Unified Protector», impegnati a far applicare la risoluzione 1973 dell’Onu, noi di certo non potremmo sottrarci: si tratta del rispetto di un Trattato internazionale – e di che Trattato – cui l’Italia è legata sin dalla sua fondazione.> Dimentica forse l’autore dell’articolo che l’Italia ha comunque sottoscritto un trattato di non aggressione con la Libia e quindi se deve rispettare il trattato per l’applicazione della risoluzione 1973, dovrebbe a maggior ragione rispettare, l’Italia, quello precedentemente sottoscritto con Gheddafi, in cui sono in ballo interessi vitali per la nostra economia di svariate decine di miliardi di euro. Si sa però che la Stampa e sempre prona agli interessi massonici che non a quelli nazionali.

Quello che non è dato sapere è che gli Usa si stanno impantanando in una guerra, forse, non voluta dai tutti i vertici militari e politici americani: i rivoltosi anti-Gheddafi in Libia, secondo alcune fonti del Pentagono, si stanno servendo delle forze di Al-Qaeda e i bombardamenti attuati dalla coalizioni hanno ammazzato diverse migliaia di persone sia tra i civili che tra le forze alleate della coalizione. Infatti la frustrazione americana ha spinto  Washington a considerare il supporto di Al-Quaeda per le prossime operazioni di terra nel Nord Africa.

La Russa comunque non ha i numeri per puntare i piedi e fermarsi, non è la Merkel, non è Sarkozy e nella sua protervia casalinga di Ministro della Difesa, all’estero, di fronte alle minaccie incombenti e neanche tanto velate sul futuro dell’Italia, lo faranno accettare senza batter ciglio le decisioni dei signori d’oltremanica.
Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! (Dante, Purgatorio · Canto VI)

Mai poesia fu così veritiera.

La vera ricchezza della Libia

6 aprile 2011 Lascia un commento

Forse c’è qualcuno che sa cosa sia il “Libya’s Great Man Made River Project“, ma per quelli invece che non conoscono questo progetto sappiano che la piccola Libia di soli 4 milioni di abitanti, senza l’aiuto del Fondo Monetario, della Banca Mondiale (i veri ladri e rapinatori degli stati sovrani) anni fa ha realizzato uno dei progetti più grandi per l’intero popolo libanese. Si trattò di dare da bere alla terra di Libia, di portare l’acqua in tutte le case, nei campi, nei giardini e di rendere la vita della popolazione degna di essere vissuta senza il sacrificio del razionamento idrico (cosa che accade molto spesso nel nostro sud).

Il progetto Libya’s Great Man Made River Project (GMRA) fu pensato in occasione di alcune scoperte fatte negli anni passati in relazione alle caratteristiche del sottosuolo libico. Si deve infatti sapere che millenni fa la Libia era un paese temperato e le piogge erano spesso copiose e frequenti tanto da ricoprire alcune zone con acquitrini e paludi. Durante il periodo quaternario quest’acqua venne immagganizzata nel sottosuolo procurando un serbatoio di diversi chilometri cubi. La FAO ha stimato che le riserve idriche entro il 2025, per una pop9olazione in crescita fino a 12 milioni di persone, potrà soddisfare il 50% della popolazione stessa, ma non è dato di sapere quando questa mega progetto potrà essere completamente funzionante. Nel periodo 1975-2000  l’estrazione di quest’acqua sotterranea ha prodotto un volume 4.200 milioni di m3, circa 8 volte l’acqua rinnovabile sotterranea. E’ evidente quindi la peculiare importanza di questa risorsa idrica che copre quasi l’80% delle totali.

Tale sistema di acque sotterrane ha portato nel corso dei millenni alla formazioni di alcuni bacini molto importanti:

  1. Il bacino di Murzuq;
  2. Il Hasawnah Jabal, che sta per svolgere un ruolo importante in futuro come una fonte di acqua per il sistema occidentale di trasporto dell’acqua;
  3. L’Al Hamadah sistema di Al Hamra compreso il Nafusah sub Suf-Ajjin Tawurgha-Jabal-bacino, il Ghadamis sub-bacino e la Al Hamadah sistema di al Hamra. Il sistema Jifarah Plain.
  4. Come il bacino Sarir Al sistema di Kufrah.
  5. L’Al Jabal Akhdar al sistema.

I bacini sono quindi evidenziati dalle oasi lì presenti quali ad esempio:  Kufra, Sirte, Murzuk e Hammada.

Il progetto è stato finanziato dai proventi del tabacco, turismo e petrolio, oltre che al finanziamento della Banca Centrale Libica (banca di stato!!), mentre il costo del mega-progetto è stato stimato attorno ai 20/30 mld di US$ senza l’intervento dei soliti affamatori come il FMI e Banca Mondiale.

Ma che significa tutto questo? Che senso ha un progetto ormai già vecchio (è iniziato nel 1983) quando è in corso una guerra sanguinosa che non avrà ne vinti né vincitori, ma solo massacri? Allora ci si chiede se può un dittatore sanguinario come ce l’hanno dipinto, pensare e realizzare un progetto faraonico per dar da bere al suo popolo? Che senso ha? Io non lo vedo, ma mi convinco ancor di più che quello che non si sa è molto di più di quello che viene propagandato dai diversi media nazionali e internazionali.

Infatti, come dice il detto inglese “Fight like a rat” (combattere senza esclusione di colpi), Gheddafi, messo alle strette, avrebbe annunciato di far saltare le condotte del GMRA assetando la popolazione.

Ma pare credibile una notizia del genere????  O forse sono proprio quelle nazioni canaglia (Inghilterra, Francia e Usa) che vogliono metterci le mani sopra per assetare i libici?
Ricordiamo infatti i gioiellini che nella II guerra i “nostri” alleati ci hanno dato: il massacro di Dresda, i bombardamenti a tappeto sulle nostre città prive di attività militare, lo sconquasso di Cassino, insomma la tipica azione da Piombo fuso (ricordiamocelo, visto che Golstone ha ritrattato il suo rapporto) che nel silenzio della stampa allineata è tuttora in corso con morti e 1.500.000 persone condannate: il più grande lager della storia dell’uomo creato e voluto da Israele con il placet dei suoi alleati.

In effetti da quello che ci dicono, pare che i ribelli abbiano usato il rispetto civile e l’osservanza delle regole d’ingaggio (ROE):

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No Fly Zone

3 aprile 2011 Lascia un commento

Quanti conoscono la risoluzione Onu applicata alla Libia? Credo nessuno e nemmeno quelli che vanno a bombardare, così come non la conoscono quei parassiti che stanno nel nostro parlamento. E’ necessario quindi darci uno sguardo e capire cosa dice e se viene veramente applicata, per quello che è dato di conoscere.

La risoluzione 1973 viene approvata da 10 membri, nessun contrario e 5 astenuti (Cina, India, Brasile, Germania e Russia). Essa autorizza gli stati membri a prendere le misure idonee per proteggere la popolazione civile dagli attacchi (di chi?) escludendo una forza di occupazione straniera in qualsiasi parte del territorio e dandone avviso immediato al Segretario Generale del Consiglio di Sicurezza (Ban Ki-Moon) nel caso si verificasse  (i due casi sono contraddittori!).

La risoluzione quindi affronta i preamboli umanitari e diplomatici dichiarando la no-fly-zone per tutti i velivoli da-e-per la Libia se non per scopi umanitari (è strano, ma credevo che le bombe MK-83 avessero un altro uso!!)

Successivamente la risoluzione sottolinea l’importanza che gli stati votanti facciano rispettare le decisione prese ispezionando e controllando tutti i trasporti sospetti (che vuol dire mettere alla fame un popolo. Ma non era una risoluzione umanitaria?), quindi porta a supporto della decisione presa alcuni discorsi del ministro degli esteri francese Juppé, il quale evidenzia, dal suo punto di vista, e sappiamo qual’è, che la situazione è grave e nella realtà ogni ora persa è grave viste le riconquiste che le forze di Gheddafi sta guadagnando sul campo.

Durata dell’assemblea dalle 18,25 alle 19,20, meno di un ora!!!

Ovvero in 55 minuti l’assemblea delle Nazioni Unite ha deciso come una nazione sovrana debba essere sovvertita, annullata, eliminata, così come hanno fatto con Saddam Hussei e con tutti gli altri fantocci voluti e creati bell’apposta dagli stati membri delle Nazioni Unite.

In accordo quindi con la precedente risoluzione 1970 del febbraio di quest’anno, essa enuncia alcuni punti dei quali alcuni sarebbero da chiarire con Israele come il continuo uso di mercenari. Oppure la condanna sulle sistematiche violazioni dei diritti umani, includenti l’arbitrario arresto, tortura e sommarie esecuzioni (ma non accade anche oggi in Iraq, Afghanistan e Pakistan compiute dalle truppe Nato?) e come mai la stessa cosa non è stata scritta per le barbarie commesse dagli israeliani nella striscia di Gaza che continuano a  massacrare con altri bombardamenti quei poveri cristi a tutt’oggi?

Gli attuali bombardamenti “chirurgici” quelli fatti per intenderci con le bombe  intelligenti (tanto intelligenti che colpiscono anche le proprie forze)a guida laser le LGB (Laser Guided Bombs) come si giustificano con l’attuale risoluzione? C’è qualche discrepanza, sembra di intravvedere, eppure nonostante l’aspetto umanitario della risoluzione si colpiscono civili e si massacrano persone che con gli interessi miliardari dei soliti noti non hanno nulla a che vedere

Comunque, la risoluzione la si può tranquillamente leggere e con un pochino di sforzo lo potete fare anche voi, basta usare il solito google traduttore.

Questa piccola carrellata voleva essere uno stimolo per cercare di capire le basi sulle quali si fondano i massacri di persone che stanno da una parte e dall’altra.
Non c’è una giustizia assoluta, ma l’equilibrio nelle cose da amministrare.

Ogni nazione nel suo paese ha il diritto di autodeterminarsi, anche se in possesso di grandi tesori. Però sappiamo, come Soros ha sottolineato, che quanto appartiene ad un popolo/nazione se di utilità per l’umanità (sarebbe da chiedergli se vale per un certo tipo di umanità o per tutta, lui che all’epoca del nazismo denunciava i suoi connazionali ebrei per accapararsi i beni, fuggendo quindi in Inghilterra con l’appoggio delle SS a godersi del malloppo) deve essere condiviso e messo quindi a disposizione per tutti.

A questo proposito viene utile la segnalazione di un lettore che tramite un articolo ha ben evidenziato i veri scopi invasivi delle forze “umanitarie”: petrolio e denaro.

Il primo è sempre la solita solfa, sappiamo, no? Chi controlla l’energia controlla buona parte del globo, mentre per il denaro l’aspetto diventa quasi filosofico. Nel mondo arabo più osservante il denaro non è oggetto di speculazione, come per il resto del mondo occidentale, e in Libia le banche sono “la banca nazionale libica”. Ovvero il denaro appartiene allo stato, alla popolazione, come giustamente dovrebbe essere anche qui in Italia e nel resto del mondo, e questo aspetto è ancor più potente che non il petrolio stesso.
Innescare una rivoluzione “colorata” con i fondamenti di questo genere vuol dire stravolgere completamente la società in cui si innescano le rivolte e una volta partita la macchina ritornare indietro non è più possibile salvo il cosiddetto melting-pot oltre il quale c’è buio.

Ma attenzione, perché perché a star vicino al fuoco spesso ci si brucia le dita e se tanto mi da tanto, ho l’impressione che qualche mozzicone lo lasceremo anche noi.

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