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Archive for the ‘Lavoro’ Category

Suicidio, fuga irresponsabile

7 Mag 2012 1 commento


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In questo periodo di sconquasso economico e finanziario la cassa di risonanza dei media sta facendo più male che bene all’intero sistema paese. Da inizio anno ad oggi il numero dei suicidi per cause di lavoro sono arrivati ad oltre 60, un numero impressionante che tuttavia è inferiore alla media nazionale riferita dall’Istat.

I dati parlano da soli, nel 2010 ci sono stati 3048 suicidi pari a 254 al mese di persone che si sono tolte la vita. Ovviamente non è possibile riassumere il tutto in semplici aridi numeri, ma è evidente che qualche cosa si è inceppato nel ragionamento di queste persone.

Difronte al problema sempre più impellente della sfida quotidiana con i propri concorrenti, l’essere umano odierno ha alzato bandiera bianca, delegando alla morte il compito di togliere ogni possibilità di rivincita. E’ un fallimento educazionale profondo, così come lo sono tutte quelle morti per altre cause, ma in questo specifico è ancor più grave se confrontato al problema effettivo. Un tassa non pagata, una cartella esattoriale, una multa, un credito mai pagato sono stimoli che spingono alcune persone a scegliere una strada che non offre alternative. Eppure tra le due possibilità c’è sempre una terza via e il detto “tertium non datur” non ha nessun valore.

Cosa potrebbe accadere, andare in carcere perché non c’è denaro? Soffrire la fame? Non avere le possibilità economiche che si avevano prima dell’arrivo della cartella esattoriale?
Nulla di tutto questo è troppo grave, eppure la via di fuga che queste persone scelgono è il proprio annullamento, contro ogni ragione evidente.
La società odierna spinge a questo, imponendo loro di non accettare la vergogna, l’onta del disonore, della miseria, della rinuncia e i più deboli, forse i più onesti, cadono nella trappola. La democrazia fa le sue vittime e la distruzione dei valori più profondi come i legami famigliari, i figli, l’educazione , la scuola, il rispetto degli altri vengono annullati dalla concorrenza spietata, dalla vessazione, dalle imposizioni fiscali più alte che nel resto del mondo.

Tutto ha un prezzo, ma a che prezzo? Le lettere di scuse, di perdono che questi lasciano ai loro cari è ancor più offensivo che la morte stessa, perché impone una condanna a chi sopravvive all’onta elusa dal suicidio.

E’ un atto di irresponsabilità, forse anche di vigliaccheria, che spinge queste persone a suicidarsi?

In parte credo di sì. Il suicidio non è mai accettabile, ancor meno per i debiti lasciando il grave fardello ricadere sulle famiglie. Pensiamo ai mutui, ai debiti contratti per un’azienda, a quanto il suicida aveva contratto per migliorare se stesso e la propria famiglia. Tutto, dopo la sua morte, ricadrà sul coniuge superstite, sui figli, sui parenti più prossimi con dei costi aggiuntivi e con la condanna che non potranno risolvere. E’ questo un atto onorevole, responsabile?

02/01/12

Bari, 74 anni, pensionato si getta dal balcone Inps chiedeva rimborso.

12/01/12

Arzachena, 39 anni commerciante tenta di asfissiarsi, viene salvato.

22/02/12

Trento, 44 anni per i troppi debiti si getta sotto ad un treno…. è salvo.

25/02/12

San Remo, 47 anni, elettricista si spara  L’uomo era stato licenziato qualche settimana fa dalla ditta nella  quale lavorava da molti anni.

02/03/12

Ragusa, commerciante tenta di darsi fuoco.

02/03/12

Pordenone, 46 anni, magazziniere si suicida.

09/03/12

Genova, 45 anni disoccupato, sale su un traliccio della corrente.

09/03/12

marzo Vincenzo Di Tinco, titolare 60/enne di un negozio di abbigliamento si è impiccato ad un albero a Ginosa Marina (Taranto). In pochi giorni si era visto addebitare, forse per errore, 4.500 euro di commissioni bancarie e rifiutare un prestito di poco piu’ di mille euro.

10/03/12

Torino, 59 anni, muratore si da fuoco.

14/03/12

Trieste, 40 anni, appena disoccupato si da fuoco.

20/03/12

un giovane artigiano di 29 anni si è impiccato a Scorano (Lecce). L’uomo ha lasciato un biglietto spiegando che non riusciva a trovare un altro lavoro e che era disperato.

21/03/12

Cosenza, 47 anni, disoccupato si spara.

21/03/12

marzo un imprenditore edile, di 53 anni, in crisi da tempo per i crediti che non riusciva a riscuotere e che vantava nei confronti di pubbliche amministrazione e di privati, si e’ tolto la vita impiccandosi in una baracca dietro casa nel bellunese, mentre i familiari lo aspettavano a cena.

23/03/12

un imprenditore quarantaquattrenne di Cepagatti (Pescara) si è impiccato nella sua azienda. Strozzato dai debiti, non ha retto alla vergogna di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti e all’incertezza sulla sua capacità di garantire un futuro al figlio e alla compagna.

27/03/12

marzo scorso Giuseppe Pignataro, 49 anni, di Trani, si è ucciso dopo essersi lanciato dal balcone della sua abitazione. L’uomo, che faceva l’imbianchino, si è tolto la vita a causa delle difficoltà nel trovare un’occupazione stabile in grado di fornire un reddito degno alla propria famiglia.

28/03/12

Bologna, 58 anni, si da fuoco davanti all’Agenzia delle entrate.

29/03/12

Verona, 27 anni, operaio si da fuoco.

01/04/12

Sondrio, 57 anni, perde lavoro, cammina sui binari, salvato in tempo.

02/04/12

Roma, 57 anni, corniciaio, si impicca.

03/04/12

Catania, 58 anni, imprenditore si spara.

03/04/12

Roma, 59 anni, imprenditore, si spara con un fucile.

01/04/12

un artigiano di 57 anni si è impiccato all’interno della sua bottega di conici a Roma a causa dei ‘’problemi economici’’.

04/04/12

Milano, 51 anni, disoccupato si impicca.

04/04/12

Roma Imprenditore si spara al petto col fucile La sua azienda stava fallendo.Mario Frasacco, 59 anni, aveva tre figli.

04/12/12

Mercatale di Ozzano, 58 anni, morto dopo 9 giorni di agonia, si era dato fuoco per i debiti.

06/04/12

A Paternò (Catania) un altro imprenditore di 57 anni ha posto fine alle sue ansie con il suicidio si è impiccato, in un deposito di proprietà della ditta della quale era titolare, in preda alla disperazione a causa dei debiti contratti dalla sua azienda.

14/04/12

Un giovane imprenditore agricolo 29enne di Donnalucata, in provincia di Ragusa, si è tolto la vita impiccandosi in una delle serre della propria azienda.

13/04/12

Imprenditore veneto si è sparato appena uscito dallo studio del commercialista. Le notizie che aveva avuto dal professionista non erano rassicuranti. E’ accaduto a Montecchio Maggiore, nel vicentino. Fortunatamente, in questo caso, l’uomo dovrebbe farcela.

14/04/12

42 anni, dirigente d’azienda disoccupato da alcuni mesi, che si è gettato sotto un treno nei pressi della stazione ferroviaria a Sesto Fiorentino, in provincia di Firenze. È ricoverato in gravi condizioni.

16/04/12

FROSINONE – Un ventenne disoccupato residente a Boiville Ernica (Frosinone) ha tentato il suicidio.

21/04/12

a Corridonia un camionista rimasto senza lavoro tenta il suicidio impiccandosi a una trave di casa. Viene salvato in estremis.

22/04/12

Bosa Giovanni Nurchi 52 anni, moglie e tre figli, non ha resistito. Aveva perso il lavoro.

24/04/12

Napoli si è consumato l’ennesimo suicidio dettato dalla crisi. L’imprenditore Diego Peduto, 52 anni, si è lanciato dal balcome di casa sua in via Cilea.

25/04/12

una signora, lodigiana di 55 anni, ha tentato il suicidio, tuffandosi nell’Adda a Pizzighettone (Cremona). Per fortuna, Carlo Musti, assistente della polstrada di Pizzighettone, l’ha salvata. Alla base del gesto estremo c’era una situazione economica disperata. “Non riesco a pagare la multa, siamo senza soldi e ci stanno tagliando le utenze”.

27/04/12

Un impresario edile di 55 anni, originario di un paese del Nuorese, Mamoiada, si è tolto la vita dopo che la sua azienda, a causa della crisi, aveva cessato l’attività e l’uomo era stato costretto a licenziare i suoi due figli.

03/05/12

Gravina di Catania, si suicida dopo essere stato licenziato.

03/05/12

Uomo armato negli uffici Equitalia con lui ci sarebbero alcuni ostaggi – Milano – “Sono senza soldi, mi uccido”. imprenditore in crisi si impicca.

05/05/12

Gianni Merlo, 52 anni, si toglie la vita nel suo camion l’azienda di cui era socio aveva i conti in rosso. Ieri tragico gesto di due disoccupati. L’uomo, 47 anni, sposato e padre di due figli si è impiccato nel garage della villetta a Troina, nell’ennese.

05/05/12

E’ in condizioni disperate il pensionato 72enne che si è sparato alla tempia dopo aver ricevuto una cartella esattoriale per svariate migliaia di euro.

La patrimoniale è nella lista delle cose da fare, non disperate!

4 novembre 2011 1 commento

Nell’articolo precedente (Patrimoniale del 6 ‰ in arrivo e il popolo zitto si mette a 90° ringraziando) evidenziavo la mossa astuta dei pensatori che stanno al governo così come quella dell’opposizione. Patrimoniale-patrimoniale-patrimoniale: tutti che la vogliono e tutti che la cercano, ma…questa disonesta tassa non è altro che un ditino messo a tappare una voragine spaventosa. Non solo non servirà a nulla e, oltre ad incattivire le persone, sarà l’ennesima dimostrazione di come i nostri amministratori considerino la popolazione italiana.

Come altre volte ho descritto, la patrimoniale è la peggior tassa esistente, iniqua, vessatoria e sopratutto è una tassa su cose e beni che hanno a loro volta subito la tassazione. Pensiamo solo al prelievo forzoso di denaro dal Conto Corrente che fu fatto da quel simpatico ometto di Amato, pensiamo al prelievo del 6‰ sugli immobili sui quali già versiamo delle tasse. Ogni oggetto posseduto è tassato e la patrimoniale che si aggiunge ad altre già pagate.

Dal prelievo del 1992 ad oggi si sarebbe sperato che qualche cosa sarebbe accaduto a vantaggio di tutti, perché questo potrebbe essere, al limite, lo scopo di uno sforzo comune, ma – ne siamo tutti certi – da allora ad oggi la situazione, oltre ad essere peggiorata vistosamente, è tale che i nostri conti economici e le nostre finanze sono sempre più esigue con un debito pubblico che ormai sembra non essere più di questo mondo, ma un prodotto della fantasia di qualche pazzo. Invece è la realtà, nuda e cruda che dobbiamo accettare nostro malgrado.

Vox populi vox dei, ma ne siamo certi? Ora, pare, sembra, voci di corridoio non confermate dicono che questa ignobile gabella non verrà applicata, mentre si metteranno in atto altre soluzioni vessatorie che non cambieranno assolutamente nulla nella struttura di questa Italia sfasciata.  Ma ne siamo certi al 100% che non verrà presa in considerazione? Di solito quando i politici dicono una cosa, nella realtà comunicano l’esatto contrario.

Quindi, mutande d’acciaio, e preparatevi a pagare. Avverrà sicuramente di notte, in un giorno qualsiasi, per un motivo qualsiasi, in cui ci verrà spiegato che la situazione è talmente grave che non c’era altra soluzione.  Nei fatti ce la vogliono vendere, come dicevo sopra, come una necessità in cui tutti sono chiamati attivamente a salvare la situazione. Così si esprime la Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici: ”Val  la  pena  di  ricordare  –  sottolinea  il  ‘pezzo’  in  prima  pagina  –  che  questa  imposta, quando  è  applicata  straordinariamente,  costituisce  un  prelievo  occasionale  deciso  in condizioni di emergenza, quasi sempre di tasso elevato. Mai come in questo momento ce  n’è bisogno (hanno dimenticato il 1992?), non più per ridurre il debito pubblico, ma per finanziare lo sviluppo e favorire la  ripresa  frustrata  da  nuovi  interventi  di  austerità”.  E’ evidente la malafede o la ignoranza di chi ha scritto questa frase. Ed è su questi assiomi che il popolo bue italiano, bue perché castrato, non opporrà nessuna difesa e barriera a scelte che non avranno nessun ritorno in termini di efficienza, di miglioramento per il paese stesso. Sono infatti sufficienti alcuni sguardi all’andamento delle PMI italiane per capire che con o senza patrimoniale lo sviluppo paese è in totale recessione(*), altro che balle!!

Spanish Services PMI (Oct F) M/M 41.8 vs. Prev. 44.8
Italian Services PMI (Oct F) M/M 43.9 vs. Exp. 45.0 (Prev. 45.8)
French Services PMI (Oct F) M/M 44.6 vs. Exp. 46.0 (Prev. 51.5)
German Services PMI (Oct F) M/M 50.6 vs. Exp. 52.1 (Prev. 49.7)
EU Services PMI (Oct F) M/M 46.4 vs. Exp. 47.2 (Prev. 48.8)
EU Composite PMI (Oct F) M/M 46.5 vs. Exp. 47.2 (Prev. 49.1)

Sulla base di questa tabellina cosa volete che serva la patrimoniale?

Ci sarà un polverone, i giornali che titoleranno e poi alla fine, come sempre succede in Italia, tutto ritornerà come prima, senza nessuno colpevole, più poveri di prima e più ricchioni di prima, già perché a forza delle inchiapettate…

Fonte(*): ilgrandebluff.info

Fiat, Marchionne, Imprenditoria…e la società che fine ha fatto? (Parte II°)

10 ottobre 2011 2 commenti

SECONDA PARTE

E’ possibile quindi trovare una via d’uscita?

In queste condizioni, senza nessuna regola e senza un lavoro attuato di comune accordo e sopratutto all’interno di una comunità europea amministrata dai fautori del mercato libero e della libera e spietata concorrenza, non ci son altre soluzione che la guerra commerciale fino all’ultima goccia di sangue. Il più forte vincerà sempre e comunque sul più debole. E’ la legge della giungla, ma è anche la conseguenza di una politica economica e commerciale che non ha voluto tenere conto dei rapporti di cambio tra il mondo occidentale e quello orientale. Infatti come possiamo competere con paesi il cui costo della manodopera è volutamente tenuto ad un livello così basso che nemmeno nel nostro dopoguerra era possibile? Come possiamo pensare di potere avere una competitività aggressiva con paesi con prezzi delle merci dai valori improponibili per una società odierna occidentale? Pensiamo alle semplici scarpe fatte in Cina o in Vietnam in cui si riescono anche a spuntare prezzi di poco inferiori a 3/5 dollari al paio, mentre successivamente troviamo sui scaffali le stesse scarpe vendute a 100/150 euro. Sono evidenti i divari e la grossa fetta di guadagno che nel percorso produttivo, hanno avuto i diversi attori. Ma anche la stessa Cina si trova adesso nelle stesse condizioni di spuntare prezzi più bassi rispetto a quelli che fino a qualche anno fa li vedeva primi nel mercato. E’ in atto infatti una delocalizzazione proprio del settore delle scarpe in Africa, in Nigeria, dove lì i prezzi, a causa della infinita povertà di quella popolazione, potranno compensare gli aumenti dei costi in patria cinese. Però anche questo espansionismo cinese è in continuo attrito con le realtà africane poiché «contano solo le materie prime: l’uomo africano e il suo sviluppo integrale importano poco. In queste condizioni è impossibile creare un mondo che favorisca e promuova la convivenza». Va comunque detto che rispetto agli sfruttatori europei ed americani, i cinesi, da bravi commercianti, qualche piccola cosa la riescono anche a dare, come la costruzione di chiese, la stampa di bibbie o altre piccole cose che hanno il sapore delle collanine e degli specchietti che gli europei portavano ai popoli barbari nelle Americhe.

La stessa cosa è accaduta anche nella patria del libero commercio e del libero scambio e così in Usa centinaia di migliaia di persone si sono trovate a casa senza un motivo e senza un ammortizzatore sociale: le aziende Usa spinte anch’esse dal maggior guadagno e dalla facilità con la quale potevano sbarcare in oriente hanno chiusa baracca e burattini, tagliando di netto i rapporti interni con le proprie maestranze.

E’ evidente che la prima perdita in assoluto è la qualità della manodopera che nel corso degli anni si era affinata, si era migliorata ed aveva perfezionato tutto un insieme di caratteristiche che faceva dell’Italia un luogo invidiato. Ma l’impresa non sa resistere all’odore del profitto e le forze politiche non sanno imporre una sana politica della difesa del lavoro e del mercato interno se non scendendo a compromessi che non fanno contenti nessuno, ma che hanno portato allo sfascio del lavoro per tutti.

E’ possibile che in questo marasma si possa trovare una soluzione, non facile per alcuni, ma sicuramente più idonea alla collettività, che dal lavoro e dalle attività industriai riceve il suo sostentamento. Una possibilità è sicuramente la responsabilità dell’imprenditore e un’altra è quella del lavoratore. Non voglio entrare in concetti politico sociali a favore di nessuno dei due, perché ogni uno è un elemento costituente dello stato e partecipa allo stesso con le proprie forze.

Sappiamo quindi che dal codice civile (Art. 2082) si definisce imprenditore colui che esercita un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi, mentre il lavoratore è colui che svolge un’attività manuale o intellettivo a scopo produttivo.
Sostanzialmente tra le due figure le differenze stanno in alcune parole “attività economica organizzata” togliendo le quali, le definizioni si equivalgono.

L’onere dell’imprenditore è quello di svolgere un’attività economica organizzata, mentre quella del lavoratore è quella di svolgere un’attività a scopo produttivo: manca il termine organizzata, ovvero il lavorate è quello che non organizza al fine di produrre, ma compie un lavoro che lo porterà a produrre. No so voi, ma sembra che si sia voluto battere l’acqua nel mortaio.

Le due figure, secondo l’attuale sistema, sono quindi agli opposti e mai potranno convergere agli stessi risultati. Nella realtà sappiamo che le due figure non sono disgiunte e che una non può esistere senza l’altra, tutte e due sono tra loro reciproche, con compiti diversi, ma con lo stesso punto di arrivo: la produzione e quindi il profitto.
Va da se quindi che in una revisione di questo sistema “capitalistico” e, si badi bene, non feudale, ad ogni sobbalzo dei mercati e del flusso dei capitali quello che ne subirà gli effetti negativi sarà il lavoratore e il piccolo imprenditore-lavoratore. In questo sistema è quindi necessario capire che esso si autoalimenta per quello che potremmo definire il “respiro-del mercato” in cui ad espansioni interne di mercato si contrappongono diminuzioni e restrizioni in altre zone e il mantenimento di questo schema permette, ovviamente all’imprenditore, di non essere mai responsabile delle sue attività all’interno della collettività in cui esso si colloca, perché come abbiamo visto l’unico scopo dell’imprenditore è solo ed esclusivamente “organizzare” il profitto. Per contro al lavoratore non resta che la semplice fruizione della sua attività produttiva, senza la quale egli non potrà percepire il punto comune dei due attori del sistema produttivo.

E evidente che in queste condizioni la società non avrà mai la possibilità di miglioramento e di espansione atta a portare un beneficio a tutti i componenti della società stessa, poiché durante quei momenti di espansione l’attenzione sarà puntata alla massimizzazione dell’utile, mentre nei momenti di restrizione l’attenzione sarà focalizzata alla riduzione della voce “costo” che è una componente del profitto stesso: minor costi maggiori profitti.

In epoca medioevale in un periodo che va dal 780 al 1500 nella zona compresa tra Rovigo-Chioggia-Padova esisteva un immenso territorio, buona parte del quale paludoso, sommerso dalle acque salmastre della laguna veneziana e soggetto alle innumerevoli inondazioni dei diversi fiumi che lo solcavano. In questo territorio i padri Benedettini di Santa Giustina a Padova iniziarono un estenuante lavoro di bonifica e di risanamento che durò per quasi 600 anni. In questa lunga e certosina opera forti della loro eredità cistercense, riversarono la forza e la dedizioni alle migliaia di famiglie che in quelle terre inospitali (la malaria era la regina incontrastata) cercavano un sostegno ed un riparo per una vita onorevole.  (I padri benedettini e la loro attività agricola in saccisica)
L’opera eccelsa di questi padri fu quella di coinvolgere tutte le forze lavoro dell’epoca fornendo loro tutto quello di cui avevano bisogno: attrezzi agricoli, ripari, case, sostegno alimentare, oltre ad una paga giornaliera. Nessuno era escluso ed ognuno portava il suo contributo per il miglioramento della collettività e in cambio la comunità benedettina non lesinava a dare in comodato pezzi di terra a quelli che intendevano stabilirsi permettendo a questi di integrarsi nel territorio migliorandolo con il proprio lavoro: potremmo definirla una società di mutuo soccorso, nella quale ogni elemento della stessa partecipa anche marginalmente, al suo miglioramento.

L’esempio seppur scarno, è sufficiente per capire che in una società nessuno è estraneo al suo perfezionamento ed ognuno è responsabile – nella società – per l’attività che egli svolge. Non c’è uno migliore dell’altro in senso assoluto, ma tutti, ugualmente, anche se in misura frazionale, contribuiscono al fine di migliorarsi e di migliorare il luogo in cui vivono. Non si tratta di entrare nei meandri del becero comunismo o di un nazionalismo esasperato, ma semplicemente dare a tutti la possibilità di partecipare alla crescita economica-sociale e personale di una società, nessuno escluso.

Per fare questo però sono necessari dei cambiamenti radicali. Uno tra i primi è la responsabilità sociale dell’imprenditoria che attualmente la vede estranea, e compartecipe alle difficoltà solo marginalmente, perché in essa è sempre presente lo sguardo in quei luoghi dove l’egoismo e l’avidità umana possano esplicarsi al massimo. Questa responsabilità non si ottiene semplicemente con un semplice tratto di penna, ma con un’attività educativa che sia funzione dell’uomo, della famiglia e della scuola, mancando i quali si ottiene quello che abbiamo sotto gli occhi.

I tempi però sono ormai limitati e non v’è spazio per troppe sofisticherie, perché non solo potremmo perdere l’occasione, ma saremmo costretti a fare un salto all’indietro con conseguenze catastrofiche in tutti i settori. Come già detto la perdita di migliaia di posti di lavoro, la conseguenza carenza di impieghi stabili e della possibilità di mettere a frutto le proprie esperienze porterà nel corso degli anni ad un “imbarbarimento” di quella classe di persone che erano invece il perno principale produttivo dell’Italia: si pensi, ad esempio, al settore artigianale, al tessile, a quello calzaturiero, senza dimenticare i distretti del legno di Manzano, della Brianza o Marchigiano che nel corso di decenni hanno sfornato prodotti invidiati e acquistati solo perché italiani. Ma non sono solo questi i componenti del sistema produttivo italiano, ma anche quello alimentare ed agricolo che per l’effetto della forzata industrializzazione dell’Italia (legassi Fiat e settore dell’acciaio e chimica) e dell’apertura ad est della comunità europea, ha visto l’abbandono delle campagne con il conseguente degrado del territorio. Degrado tanto maggiore quanto più evidente con i dissesti che riscontriamo ad ogni stagione con qualche semplice pioggia.

Questa mancata responsabilità politico-sociale ed imprenditoriale rende assolutamente necessario correre ai ripari, il più rapidamente possibile. Sono finiti i tempi delle stupide ed inutili discussioni che quotidianamente assistiamo o sulle avventure di qualche politico ormai al tramonto; sono quindi necessarie prese di posizione e la ricerca di soluzioni che diano al complesso Italia una via d’uscita da una distruzione che non avrà ritorno. Tutti sono chiamati in causa, perché è un problema comune che coinvolge tutti. E tutti dovremo rivedere le nostre necessità, i nostri doveri e i nostri diritti, imprenditori e banche comprese.
E’ un non senso pensare che tutti siano agricoltori, tutti industriali o tutti dottori. Ogni persona ha le sue capacità di esprimersi e di essere per quel che è, e queste vanno sempre sostenute ed incoraggiate al fine di migliorare la società a cui apparteniamo. In questa revisione sociale la parte del padrone la fa l’Imprenditoria che deve essere sostenuta ed incanalata a supportare le forze sociali senza quel aiutino che lo stato e la falsa politica sociale ha fino ad ora adottato. Ogni attore dello stato deve assumersi le sue responsabilità e rendere conto alla comunità di ciò che fa e di ciò che non fa.
E’ troppo facile prendere baracca e burattini ed abbandonare quelli che fino a ieri hanno concorso al benessere: do ut des!

Fiat, Marchionne, Imprenditoria…e la società che fine ha fatto? (Parte I°)

Fiat, Marchionne, Imprenditoria…e la società che fine ha fatto? (Parte I°)

7 ottobre 2011 Lascia un commento

A distanza di un anno esatto si ripete la commedia della Fiat e di tutto il suo gruppo dirigenziale: la Fiat si è autoesclusa dalla Confindustria e ha evidenziato molto chiaramente le motivazione della sua uscita:

  • Flessibilità del mercato del lavoro (pro domo sua)
  • Abrogazione dell’art. 18 del contratto dei lavoratori (pro domo sua)
  • Sindacati inconcludenti che fanno solo politica

L’addio ufficiale per Marchionne è il primo gennaio 2012.

Credo che commentare questo fatto sia inutile quanto superfluo, perché è necessario vedere le cose da due punti vista: quello imprenditoriale con le regole attuali e quello del mondo del lavoro, le cui regole verranno completamente ribaltate, permettendo il ritorno alle feroci battaglie degli anni 60/70.

L’imprenditore cerca solo una cosa: il profitto che si esprime in termini di vantaggi finanziari e di attività reali nel territorio. Le regole attuali – in Italia – non permettono seriamente ad un imprenditore di agire come meglio crede e nel momento delle sue scelte è subissato da una selva di regole di Stato, Regionali, Provinciali e Comunali, oltre ai limiti imposti dalla sanità, dalla legge 626 e da mille altri lacci e lacciuoli che nella pratica, se fossero tutti rispettati l’impresa non nascerebbe nemmeno. Questa purtroppo è un’amara realtà.

A tutti quelli che non ci credono provino a vendere delle uova fatte direttamente dalla gallina del contadino: vi trovereste a dover fare i conti con le Asl locali, con le denunce, perché qualche cretino di turno ha avuto una scarica diarroica e via dicendo, con i libri contabili del magazzino da mantenere sempre correttamente (quante uova ha fatto la gallina e quante ne ha covato e quante ne avete venduto), dovreste avere i certificati sanitari delle Asl per le pulizia dell’ambiente, quelli per le disinfestazioni, oltre ad una miriade di timbri, firme e controtrimbri dei vari ispettori.
Per sopperire a questo, il “regime” impone che si vendano solo le uova controllate e timbrate, quelle prodotte da galline alimentate industrialmente con mais transgenico (l’80% del mangime transgenico viene dagli Usa), quelle dei produttori controllati dalle grandi catene alimentari della distribuzione, alimentate con sementi contenti antiparassitari, erbicidi, pesticidi, antibiotici e scarti di produzione alimentare (carni, cascami delle macellerie e della catena alimentare umana). Quelle uova si possono acquistare, perché le Asl le riconoscono come sane e organoletticamanete idonee all’alimentazione umana. Voi le mangereste? Io no! A tal proposto si veda il Codex Alimentarius.

Eppure in questa miriade ingarbugliata di regole, leggi e imposizioni, l’imprenditore sopravvive con la spada di Damocle di aver sbagliato qualche denuncia, di aver omesso qualche fattura, di aver registrato qualche nota di spesa in un quadro sbagliato. Ci sono decine di contadini che di fronte a selve inestricabili di inutile cartaccia hanno preferito chiudere le stalle e dedicarsi solo alla coltivazione, triste, ma è così. Eppure un tempo non era così parossistica la cosa, gli imprenditori avevano la loro fetta di profitto e l’azienda riusciva a produrre distribuendo il guadagno anche alle forze lavoro che contribuivano al suo sviluppo. Così ha funzionato per decenni!

In questa condizione così farraginosa è pacifico che nella politica assistenziale e di mantenimento del posto di lavoro – a tutti i costi – e al peso sociale-economico-impositivo, l’imprenditore cerca la possibilità di impiantare la sua azienda in luoghi dove il controllo sociale, politico, economico abbia le maglie più larghe, dando quindi a lui la possibilità di incrementare la voce profitto e diminuendo quella dei costi.

Marchionne, sotto questo punto di vista, ha agito freddamente e ha spostato gli interessi lì dove sia possibile avere un risultato senza l’aggravio politico-sociale che in Europa e sopratutto in Italia esiste. Ha fatto bene! Possiamo forse dire il contrario?

Risulta pertanto evidente che tutte le forze partecipi all’attività produttiva debbono fare degli sforzi immani per arrivare a solito risultato: profitto, che vale tanto per l’impresa quanto per il lavoratore. Però, tornando ai primi decenni degli anni 70 o anche prima, si scopre che le attività del mondo del lavoro erano molto più snelle, facili da attuare ed immediate. Era sufficiente andare presso un’azienda chiedere se aveva bisogno di un operaio o un impiegato e se la risposta era positiva la cosa era fatta; si stava in prova per un po’ di tempo e poi si veniva assunti in pianta stabile. Non c’era l’acrimonia e l’ingessatura di adesso e si poteva lavorare e cambiare lavoro con molta facilità, anche perché il lavoro ce n’era in abbondanza, era sufficiente solo la buona volontà e la voglia di lavorare. Insomma in qualche maniera nel sistema di allora – che però è stato sorgente dell’ingessatura di oggi – lavoratore ed imprenditore camminavano su due binari, spesso quasi mai convergenti. Lo scopo dell’imprenditore era guadagnare a più non posso, mentre quella del lavoratore era quella, come oggi, di portare a casa un piatto di minestra.

Le cose non sono cambiate, anzi sono cambiate in peggio, perché se in quegli anni le attività fiorivano in ogni angolo d’Italia, sorgendo spesso anche in maniera “furbesca”, adesso quello che rimane sono solo degli scheletri arrugginiti, delle piazzole invase dalle erbacce e di cartelli con scritto “affittasi”. Degli uni e degli altri non c’è l’ombra. Le motivazioni le conosciamo già da tempo: crisi della spesa, crisi industriale, indebitamento oltre ogni possibilità di ripianarli, delocalizzazione selvaggia e non regolamentata, mercato libero, sistema bancario allo sfascio.

In tutto questo marasma politico-sociale-economico e finanziario il mondo del lavoro non ha saputo trovare la strada corretta per mantenere il passo con i tempi, ma sopratutto non ha saputo reggere alla concorrenza delle forze lavoro dei paesi dell’est, prima e della Cina successivamente. L’allargamento della comunità europea tra il 1995 e il 2007 con l’entrata dei paesi dell’est europeo, permise la fuoriuscita di moltissime attività dal nostro territorio a scapito di quello nazionale; molti settori cominciarono a soffrire e le poche aziende che invece sfidavano il mercato dell’est dovevano fare i conti con i prezzi delle importazioni della concorrenza italiana che produceva in quei paesi a prezzi stracciati (una guerra commerciale tra italiani). Il collasso era alle porte e a contribuire a questo le banche fecero la loro parte finanziando a piene mani tutte quelle aziende che andavano all’est per impiantare le proprie attività e così pure i vari governi che si succedettero spingevano gli imprenditori in questa corsa selvaggia.
A Cernobbio nel 2001 i vari Prodi, Amato, Dini, Rutelli, Tremonti, Bersani e tanti altri politici che sono ancora in auge adesso, plaudevano all’espansione che il mercato avrebbe avuto, alla sana concorrenza che si sarebbe creata per una maggiore efficienza del mercato, ma sopratutto per la ricaduta occupazionale e di crescita interna (mai balla fu più gigantesca!).

Successivamente, mentre i tessitori della strage di New York piazzavano le loro prove per poter successivamente attaccare l’Iraq e l’Afghanistan, l’11 dicembre del 2001 si aprivano le porte del WTO all’Impero Celeste dichiarando per sempre chiuso un sistema economico che aveva funzionato dall’epoca della rivoluzione industriale. Come in un sistema di vasi comunicanti moltissime attività iniziarono ad essere spostate in quella terra, favorite dai prezzi della manodopera bassissima e sopratutto dalle poche regole interne cinesi. Il bengodi dell’imprenditore in genere: pagare poco e fare quello che si vuole.!

Tutte le regole sono quindi saltate, portando il mondo italiano del lavoro a rivedere le sue posizioni e sopratutto mettendo in discussione il suo futuro. Il mondo del lavoro e sindacale italiano è, nostro malgrado, il risultato di decenni di politica-clientelare selvaggia che ha teso a favorire le correnti politiche anziché quelle sociali-imprenditoriali per il benessere del lavoratore e non ultimo della comunità tutta. Quante aziende straniere, negli anni del bengodi italiano, sono state chiuse perché delocalizzavano in Polonia, in Ungheria, in Bulgaria o Romania lasciando a casa migliaia di operai ed impiegati, mentre sindacati, politici e governi non hanno mosse nemmeno un dito? Eppure quelle aziende hanno usufruito dei vantaggi italiani, della capacità italiana di saper lavorare per un prodotto di qualità, eppure, nonostante questo, all’imprenditore interessa di più l’aspetto, per così dire, frusciante del denaro. Si sono tenuti diversi forum, proteste, cortei, politici all’assalto della ribalta mediatica, ma alla fine i lavoratori hanno perso il loro sostegno e l’imprenditoria ha guadagnato la delocalizzazione, aumentando il divario sociale ed economico con quella classe di popolazione che li aveva permesso di crescere.

E’ evidente che le forze sindacali e l’imprenditoria hanno giocato un brutto scherzo al mondo del lavoro e alla comunità. I sindacati interessati al potere politico di posizione e l’imprenditoria, molto più coerente, interessata al profitto; e mentre i sindacati hanno gabbato i lavoratori per decenni promettendo ed agitando gli stendardi di una parità salariale, di una scala mobile che portò l’Italia allo sfacelo, delle gabbie salariali, ma anche permettendo una più umanizzazione delle attività come i turni di lavoro con le pause, turni al computer con pause di 15 minuti per non stancare gli occhi e molto altro, come le indennità di licenziamento, e sopratutto i piccoli progressi sull’impiego femminile e sul trattamento di questa fascia di lavoratori, gli imprenditori hanno visto bene, appena data loro l’opportunità, di abbandonare la nave prima che affondi lasciando ai remi sempre i soliti galeotti, incatenati dalle loro regole e in attesa del ritmo giusto per poter spostare la barca in qualche porto sicuro.

Queste le regole degli uni e degli altri, sommariamente riassunte e, in queste regole che hanno un peso diverso tra imprenditore e lavoratore, il mondo politico appare come estraneo al problema e cincischia non essendo in grado di dipanare la matassa, di portare idee nuove e sopratutto è troppo legato all’ossessione che deve essere tutto come prima.

In breve ci troviamo quindi davanti ad una situazione economica-sociale che è retrocessa rispetto a quanto guadagnato negli ultimi 100 anni. Un paese con oltre 1,3 miliardi di persone è quindi in grado di spostare l’ago della bilancia a favore di un sistema imprenditoriale piratesco e in questo scenario da incubo l’Italia arranca cercando il rimedio che non potrà trovare se non ritornando a soluzioni anteguerra.

Giovani senza lavoro, e i vecchi?

23 Mag 2011 7 commenti

Dal messaggero la notizia che l’Italia è fanalino d’Europa per quanto concerne il lavoro dei giovani dai 18 ai 39 anni.

Il rischio povertà, miseria e l’incapacità di costruire una famiglia è ormai cosa certa se non verranno presi provvedimenti, sui quali non c’è luce o progetto alcuno.

I giovani arrancano nella speranza di un impiego e di trovare quella sistemazione che ha visto i loro nonni e i loro padri costruirsi questo infame presente: ne vale la pena?

Direi proprio di no! Se queste sono le basi sulle quali costruire il futuro delle prossime generazioni meglio non fare famiglia e rimanere dei semplici “singoli”, anche se questa soluzione è triste.

Ma giovani a parte, ai quali va tutto il nostro rispetto, mi chiedo perché mai non venga mai sollecitato la questione di chi ha superato la soglia dei 40 o 50 anni e che, una volta licenziati, non troveranno nessuno in grado di metterli nuovamente nella catena di montaggio di questa fetida società.

Loro sono gli scarti, e le grandi multinanzionali sanno che non compereranno mai nulla, perché sanno che a quell’età il senso critico e la capcità di scelta non è influenzabile, non è m-a-l-l-e-a-b-i-l-e, contrariamente ai giovani. Capitooo??

I vegliardi cinquanteeni o quarantenni sono destinati al marciapiedi, a chiedere l’elemosina, a diventare la muffa grigia in preda alle cosche mafiose, a diventare dei padri scellerati. Andranno ad ingrossare quella fascia sociale che sarà il cancro della società e verranno eliminati, lentamente, come merce avariata.

I giovani invece comperano, non pensano, accettano e vanno lì dove l’urlatore preme sui loro istinti animali.  Bisogna dare il lavoro ai giovani, che sia un lavoro onesto, di poche palanche, ma onesto e che permetta loro, però, di non alzare la testa e di rimanere nelle fila di chi accetta quotidianamente le bastonate sociali.

Un Eni.gmatico downgrade

In un articolo passato avevo affermato che l’attacco l”attacco alla Libia condotto da Francia, Inghilterra e successivamente dai vili italiani (non tutti concordi su questa vigliaccata!!), avrebbe prodotto una rottura negli equilibri economici e finanziari del nostro paese, sopratutto in quelle aziende maggiormente esposte.

Proprio oggi, una agenzia di “rating” europeo la Fitch ha declassato la valutazione della nostra azienda Eni da AA- ad A+, questo scrive Milano Finanza in un articolo.

Avevo scritto anche che uno degli obbiettivi o se vogliamo dirla tutta – una delle conseguenze volute del putiferio che sta accadendo in Libia – era quello di fare spezzatino dell’Eni, azienda che si vede impegnata in moltissimi fronti economici e finanziari con risultati stellari in zone e settori che vedono invece escluse altre industrie ed aziende straniere, come ad esempio gli accordi internazionali tra Russia e Italia (leggasi Southstream) in cui Eni e Finmeccanica hanno già avviato e siglato contratti miliardari, oppure alcuni accordi fatti da Finmeccanica con alcuni paesi arabi (Arabia Saudita, Pakista e Qatar) per la consegna di alcune velivoli senza pilota escludendo da questo pacchetto miliardario alcune aziende israeliane ed americane.

Il dowgrade di Eni, secondo l’articolo, riflette l’andamento dei problemi africani e dell’esposizione che l’Eni ha in questa parte del mondo che influisce per il 33 % della sua produzione contro un 39% sul risultato netto e con un indebitamento che è passato da 24,8 a 27 miliardi.

Nei fatti quello che più impressiona di questo abbassamento della valutazione della nostra azienda è che se la si confronta con altre europee si riscontra che forse non è poi messa molto male, ma la sua presenza massiccia in Libia è una spina al fianco ad alcune sue concorrenti (BP e Total) che invece spingono all’esclusione del colosso italiano negli affari libici.

Credo sia interessante notare come gli insorti di un paese ricco e alfabetizzato siano proprio quelli che appartengono ad una regione dove c’è l’80% della ricchezza libica : la Cirenaica.  Regione questa che vede maggiormente attivi gli interessi della Banca del Qatar e delle summenzionate aziende.

End the Occupation

26 aprile 2011 Lascia un commento

La libertà ha un prezzo che deve essere pagato.

Vanunu Mordechai è un tecnico nucleare israeliano che nel 1986 rivelò al Sunday Times che Israele aveva un piano nucleare segreto e che all’epoca aveva 200 testate nucleari (armi di distruzioni di massa). A seguito di quella dichiarazione, mentre si trovava a Roma, venne rapito da un’agente del Mossad e con la compiacenza dei nostri servizi (!) e riportato in Israele con l’accusa di alto tradimento.
Da allora Mordechai ha subito tutta una serie di vessazioni una tra le quali quella di scontare 18 anni di carcere in isolamento. Al suo rilascio, nel 2004, gli venne imposto di:

  • non può avere contatti con cittadini di altri paesi che non siano Israele
  • non può avvicinarsi ad ambasciate e consolati
  • non può possedere un telefono cellulare
  • non può accedere ad Internet
  • non può lasciare lo stato di Israele

Israele si proclama paese libero dal nucleare, ma in segreto si sta armando e i contributi alla ricerca e alla corsa agli armamenti provengono dalle tasse dei contribuenti americani.

Israele minaccia apertamente e senza ritegno che il male e il pericolo della sua esistenza è la presenza in Iran di fabbriche pronte a creare bombe atomiche che possono distruggere Israele.

Israele ha occupato dal 1948 ad oggi il 90% dei territori palestinesi, ha massacrato migliaia di persone in nome di una fede criminale, la fede sionista razziale e criminale.

Israele dal 2000 al 2009 ha ricevuto dagli Usa 24 miliardi di dollari per acquistare armi, attrezzature militari, bombe, sistemi di difesa elettronica.

Israele dal 2000 al 2009 ha ucciso 2.969 palestinesi attraverso l’occupazione militare illegale della Cis-Giordania (West Bank), dell’Est di Gerusalemme e della striscia di Gaza.

Arrigoni lavorava per un luogo comune dove ebrei, mussulmani e cristiani potessero vivere in pace, coltivando la stessa terra ed amando gli stessi bambini.

Si è chiesto e ottenuto la “No-Fly-Zone” per la Libia per salvare le persone dalle presunte persecuzioni delle truppe di Gheddafi sulla popolazione, ma non si è concessa agli abitanti di Gaza sottoposti a continui attacchi aerei di Israele.

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