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Alimentazione programmata

scappa

A tutti noi, credo, piace mangiare bene e con prodotti di qualità, ma il mio passato trascorso tra i campi negli anni 50/60 è totalmente estraneo a quello odierno in cui sono ritornato.
La qualità del cibo è funzione della materia prima, questo è un assioma irrinunciabile, ma è anche una scusa per “insaporire” spesso le pietanze con sostanze misteriose.

Senza elencare tutte le sofisticazioni vendute è sufficiente sapere che, per esempio, gli ortaggi hanno subito le più estreme modificazioni genetiche a vantaggio dell’estetica e della forma, la prima per colpire l’acquirente che al 90% non capisce nulla, la seconda per avvantaggiare i commercianti nell’immagazzinamento e nei trasporti e tutto a scapito della qualità organolettica del prodotto. L’Olanda è il “principale produttore europeo” di pomodori, l’Olanda!
Una nota marca di mele provenienti dal trentino tempo fa pubblicizzava che mangiare una mela fa bene, soprattutto con la buccia: errore! Ovvero, sarebbero da mangiare con la buccia dato che la maggior parte di sostanze “buone” stanno proprio nella buccia, ma l’uso indiscriminato di pesticidi ne fanno un mortale morso (leucemie, linfomi, ecc.ecc.). Tutti i prodotti staccati dall’albero sono verdi e messi nei magazzini a temperatura e umidità controllata e settimanalmente, tramite l’uso di etilene o di prodotti similari e lampade, si provoca artificialmente la loro maturazione a scaglioni, in funzione delle richieste di mercato. Le mele che troviamo nei mercati al minuto sono spesso solo Fuji, Stark, Golden, Pink Lady. Qualche rara apparizione di mele Renetta e Annurca, mentre per tutte le altre che si trovavano nel passato zero assoluto, invendute relegate a qualche appasionato o nelle banche dei semi. Troppo brutte per essere invendute, incapaci di essere tutte della stessa forma o colore, non si adattano alla legge di mercato e vengono quindi escluse, seppur eccezzionali.
Se passiamo ad altri prodotti come latte, burro e formaggi dovremo necessariamente stendere un velo pietoso. Già detto altre volte, la produzione lattiero casearia italiana è paragonabile ad una fabbrica dove la vacca è l’elemento primario, ma anche il più abusato: vacche-macchine che non possono vivere più di due anni e devono mangiare una quantità di foraggio elevatissima e sempre per produrre circa 60/90 litri di latte al giorno (novanta!!!), dopo di che vanno abbattute. Vengono alimentate con mangimi costituiti da derivati di farine di soia, mais, cascami delle barbabietole, farine di pesci, farine animali (delle stesse vacche). Da notare che i sfarinati di soia, mais, barbabietole all’80% sono tutti di origini ogm provenienti dagli Usa. A questo si deve aggiungere i complessi vitaminici ed antibiotici per mantenere sane le vacche fino alla fine del ciclo di vita di due anni. Inoltre i vegetali che queste vacche mangiano sono stracarichi di pesticidi, erbicidi e dove credi che vadano questi elementi?

Il Grano, il pane, quello che sfama intere popolazioni è solo un miraggio di qualità. Nelle ultime due stagioni le aflatossine hanno infettato oltre il 60% delle produzioni nazionali rendendolo per lo più inutilizzabile, ma spesso rientra come mangime nella catena alimentare animale (c’è stato anche un’inchiesta in Veneto e le associazioni dei coltivatori, in accordo con il precedente ministro dell’agricoltura, aveva chiesto di aumentare i massimali permessi, così come accadde con l’atrazina nel rodigino e nel ravennate negli anni passati). Le varietà di grano usate un tempo, a gambo lungo e con un numero abbastanza basso di semi per spiga non esistono più, sostituite dal creso più basso e resistente all’allettamento (resistenza a non cadere con il vento) e a certe malattie. Anche questo, come tutti gli altri prodotti è soggetto a cospicui trattamenti erbicidi, pesticidi ed anti fungini e una volta raccolto la parte buona del grano viene destinata ad usi più estetici che alimentari, il resto per le farine.
Non parliamo del granoturco (mais) che è quello maggiormente manipolato (dal ceroso degli anni 80 come alimento per animali alle varietà odierne tutte indistintamente controllate da Sygenta, Monsanto, Bayer, Dupont e Dow) che a loro volta vendono i prodotti chimici per la difesa della pianta (erbicidi, pesticidi e defoglianti) e fertilizzanti (azoto, potassio e fosforo in varie combinazioni), ma che finisce nella catena alimentare del bestiame (dalle vacche ai suini, conigli, pollame ed anche pesce di allevamento) e umana.

Ora su un sunto del genere, che è pochissimo rispetto alla realtà, parlare di qualità del cibo mi sembra quasi una barzelletta nel senso che la stragrande maggioranza del cibo prodotto in Italia nella ristorazione o nei mercati fieristici è per lo più costituito da prodotto di massa, indifferenziato. C’è come una divisa alimentare in cui basta cambiare un bottone per definire la qualità del prodotto, ma la sostanza è sempre la stessa.
Cosa diversa, molto, ma non troppo, è l’agricoltura semplice, di nicchia, che non trovi nei mercati e sicuramente non nei banchi della agricoltura biologica. Essa è fatta da piccoli agricoltori, spesso in perdita, ma che traggono una parte del loro sostentamento nel portare avanti linee di culture dimenticate, così nella vite, nell’olio, nella produzione di carne bovina con razze ormai dimenticate, nei formaggi e via dicendo. Sono però produzioni talmente piccole che oltre ad essere appena sufficienti per la produzione locale spesso vengono acquisite da “alcuni” ristoratori o vengono “raccolte” da commercianti per poi rimarcare il prodotto che entra nella filiera del “made in italy”, ma che non saranno mai in grado di far fronte alle richieste effettive di mercato.
Basti pensare al Picolit un vigna che produce un vino di eccellenza, ma che non raggiunge le 300 mila bottiglie di mezzo litro. Eppure se ne trovano a migliaia in vari parti d’Italia, all’estero nelle enoteche più rinomate…da dove verranno???
Lo stesso vino Brunello, spesso mescolato con il vino nobile di Montepulciano, così negli olii che vengono mescolati con altri del Marocco, Turchia, Grecia, Tunisia. Insomma un guazzabuglio globalizzante a tutto spiano. Si pensi ad esempio a certi prodotti agricoli come l’aglio, la cipolla, il sedano, il prezzemolo, alle zucchine, ai peperoni, alle melanzane tutti prodotti manipolati e molti prevenienti dalla Cina.

L’alimentare quindi è chimica allo stato puro e alimentandoci non facciamo altro che incrementare le casse delle varie Monsanto. La qualità pertanto è un sogno, possibile in alcuni casi, ma talmente difficile da trovare che spesso si rimane delusi. Manca la cultura della qualità che spesso è delegata a dei guru della cucina che del prodotto e della sua produzione non conoscono nulla, oppure ai nomi blasonati in cui è la sola etichetta a fare mercato, perché scavando si trovano cose che sarebbe meglio non sapere. Ogni giorno siamo subissati di notizie immonde che ci riguardano da vicino. Così per le mozzarelle di bufala, per le fragole all’epatite, o al latte in polvere che proviene da paesi ignoti e reidratato in Italia per fare formaggi DOCG.

Un giorno parlando con un grosso agricoltore, si discusse sulla possibilità di un ritorno all’agricoltura “naturale”, con molta franchezza e con un pizzico di rammarico mi disse che per poter attuare una agricoltura del genere si dovrebbe fermare la produzione agricola per almeno 10 anni, tanti servirebbero ai terreni per potersi rigenerarsi dai pasticci chimici, ma allo stesso tempo sarebbe necessario allevare il bestiame di qualche anno fa, quelle linee di sangue non  più produttive e alimentarle con foraggio naturale (non trattato) che è difficile da ottenere visto la qualità della terra.
E’ un cane che si morsica la coda e una cosa non è possibile senza l’altra.

Siamo ad un tale livello di inutilità di regolamentazioni che stiamo rasentando il ridicolo: si va dal supermercayo che ti impne l’uso dei guanti per acquistare una verdura stracarica di pesticidi, oppure, come ho avuto modo di vedere in questi giorni, l’ASl che impone ad un agricoltore di usare un ambiente diverso per la vendita al minuto perché i prodotti potrebbero sporcarsi, oppure comuni che rilasciano permessi edilizi nei pressi di stalle e successivamente gli abitanti si lamentano dell’olezzo.

Siamo arrivati ad un livello di paranoia, follia mista tra codici, regolamenti e altre castronerie che meriterebbe veramente uno stop. Basti ricordare che la comunità europea aveva imposta all’Italia, patria della pizza, l’uso di ambienti totalmente asettici per confezionare le pizze…e questo per una regolamentazione che i nostri infami politici hanno accettato: il Codex Alimentarius.

  1. 7 ottobre 2013 alle 15:22

    Ciao, è molto interessante tutto quello che hai scritto in questo post… hai qualche link ad articoli che riportano in modo “scientifico” i dati che hai inserito? Sarebbe davvero molto interessante.. grazie!

    • 7 ottobre 2013 alle 17:36

      Grazie del tuo commento. Per i link dimmi di che cosa avresti bisogno, poiché molte cose sono di diretta esperienza.

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