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Agricoltura senza ritorno?

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E’ di questi giorni la notizia che la Coldiretti ha rilasciato: il 30% del cibo prodotto finisce nella spazzatura. Per la verità non è una notizia nuova, perché già tempo addietro avevo scritto qualcosa del genere (qui e qui), ma incuriosisce che anche oggi se ne parli.

Per poter capire qualcosa è necessario partire dalla base, ovvero da come si sviluppa il processo produttivo agricolo. Non si tratta di una lezione di agronomia, ma di qualche spunto per cercare di capire perché si gettano tante derrate alimentari.

Il contadino europeo, ma principalmente italiano, è chiuso in una gabbia che a prima vista sembra essere dorata. La gabbia principale è il contributo europeo per l’agricoltura (PAC) che prevede per ogni contadino una certa cifra per ettaro coltivato. Accade quindi che l’agricoltore coltiva la sua terra, vende il suo prodotto ricavandone un certo profitto e in più riceve dall’Europa un compenso ulteriore. E’ fantastico, penserete, vero? E invece no!

Nei fatti sin dall’inizio di questa gabbia dorata l’agricoltore deve iniziare a spendere denaro per potervi accedere, deve essere iscritto ad un sindacato (sempre presenti!!) e deve seguire delle regole “ferree” nella coltivazione del suo appezzamento. Successivamente inizia a lavorare la terra (aratura, erpicatura, ecc.ecc.) per prepararla alla semina; quindi procede alla semina, ma è obbligato ad acquistare delle sementi certificate, ovvero non può, per esempio, trattenere dal raccolto precedente quella quantità necessaria per la semina successiva come si usava fare nei decenni passati, inoltre la quasi totalità delle sementi (dalla soia al mais al frumento all’orzo) sono pretrattate con pesticidi direttamente sul seme così da evitare la formazione di funghi dannosi (micotossine). Vi sono quindi delle regole colturali da seguire, e a seconda del prodotto seminato il contadino prima o dopo la semina inizia ad irrorare il terreno con una serie sempre più pesante di sostanze chimiche. Troviamo quindi l’azoto, il potassio e fosforo, elementi essenziali per la crescita delle piante. Non è possibile dare una quantificazione reale dei fertilizzanti, perché dipende da moltissimi fattori come il tipo di terreno, il tipo di raccolto che precedeva, la stagione, le caratteristiche della varietà che si semina, l’esposizione, la pendenza ecc.ecc, ma mediamente i trattamenti fertilizzanti si aggirano attorno agli 80/150 kg/Ha.

Il contadino quindi procede nella sua azione con dei trattamenti in “pre-semina” di fitofarmaci volgarmente detti erbicidi, pesticidi che hanno i compito di accoppare tutte quelle erbe e animali concorrenti con lo sviluppo del seminativo. Successivamente, poco dopo la levata (quando cioè le prime foglie sono uscite dalla terra), si procede con una secondo trattamento di sostanze azotate/potassiche/fosforiche e con un trattamento di erbicidi che serviranno ad evitare la nascita di quelle erbe “infestanti” che cresceranno successivamente alla levata del seminativo. Se il tempo è clemente l’agricoltore avrà quasi sicuramente una buona produzione. Molte volte accade però che a causa di una stagione piovosa alcuni fertilizzanti (azoto) non vengano assorbiti dalle piante in tempo utile, perché dilavati dalle piogge e per tale motivo si potrà procedere con una terza/quarta fertilizzazione con conseguente eutrofizzazione dei corsi d’acqua.

A fine del ciclo produttivo l’agricoltore si troverà ad aver impiegato da un minimo 320 kg/Ha ad un massimo di 600 kg/Ha di fertilizzanti e tutto per dare forza al seminativo.

Il costo del lavoro non è però  solo a quello dell’acquisto del fertilizzante, ma all’impiego delle macchine per ogni attività e questo è un costo molto elevato che varia dalle 80/150 euro/ha. Alla fine pertanto, anche se succintamente descritto, l’agricoltore porterà la sua messe presso un consorzio agrario, un’azienda sementiera, oppure lo tratterrà per se in attesa di quotazioni di mercato favorevoli che lo vedranno costretto però ad ulteriori spese per il mantenimento della semente (pesticidi anti-fungini, pesticidi contro insetti “dannosi”, contro i ratti, protezioni meccaniche) essiccatoi.

Nel caso della soia le produzioni medie possono variare dalle 25/45 q.li/Ha con un valore di mercato medio di circa 30/35 €./q.le, mentre per il frumento si possono avere produzioni più abbondanti anche 60 q.li/Ha, ma con valori decisamente più bassi, circa 20 €/q.le, mentre per il granoturco (mais) le produzioni sono molto elevate, ma con valori decisamente bassi 18/19 €/q.le.

Ci sono da tener presente alcune cose. Le sementi impiegate al 90% derivano dalle aziende internazionali (Sygenta, Monsanto, Bayer, Dow) che a loro volta sono anche fornitrici di erbicidi, concimi e pesticidi e, come detto più sopra, il contadino non è in grado di poter trattenere una certa quantità per seminarla l’anno successivo: non troverebbe nessuno che gliela comprerebbe (fatto salvo quelli che cercano di eludere questa catena di controllo) e viene giustificato questo diniego per evitare che nella catena produttiva finiscano produzioni cariche di aflatossine. C’è da evidenziare che in questi ultimi 3 anni i casi di micotossine sono aumentate esponenzialmente senza una ragione precisa e stranamente queste aziende non hanno dato una risposta coerente visto che le sementi sono di loro produzione, ma hanno incolpato le siccità o l’eccessiva piovosità con danno diretto per l’agricoltore.

Il villico ora ha consegnato la sua merce e dopo un mese potrà vedere il denaro che gli spetta dalla vendita effettuata. Vendita che però è subordinata al mercato delle “merci”(comodities) che viene gestito dal Commodity Future Trading Commission e dal CME Group che a loro volta tengono relativamente conto degli andamenti globali delle produzioni agricole di soia, frumento, mais e altro. Le suddette autorità mondiali sono anche gli stessi soggetti che, oltre a controllare il mercato agricolo, si attivano nella speculazione finanziaria permettendo agli operatori bancari di comprare e vendere le derrate alimentari in funzione del solo valore economico e non delle necessità del reale mercato, in poche parole pura speculazione tanto che l’anno scorso i prezzi della soia hanno sfiorato i 54 €./q.le contro un prezzo più o meno normale di circa 30/35 euro/q.le. Quest’anno, per esempio, la Cina ha fatto incetta di soia con acquisti fino a 7 milioni di tonnellate,  in Usa, il maggior produttore di soia, nonostante la siccità e le migliaia di ettari bruciati e la domanda altissima di soia, il prezzo si sta stabilizzando attorno ai 35 €/q.li: c’è qualcosa che non quadra, vi pare?

Il contadino è quindi spinto, volente o nolente a produrre sempre di più e non per una questione di richiesta del mercato, come dovrebbe essere, ma solo e semplicemente per poter pareggiare i costi sempre più alti nella catena produttiva e guadagnare un piccolo posto al sole. Non si parla ovviamente dei grandi proprietari terrieri come Benetton, i Visentin, i Della valle, la regina d’Inghilterra, o dei Gruppi assicurativi, ma dei piccoli produttori con massimo 10/30 ettari di terra. A questo misero e spesso negativo guadagno, al produttore viene dato l’obolo europeo del contributo agricolo che viene anche versato ai grandi produttori con valori che superano le centinaia di migliaia di euro. Oltre a questa beffa ingannevole il produttore italiano, così come quello francese e spagnolo, si trova concorrente con le produzioni ucraine, romene, cecoslovacche, polacche e russe, i cui i prezzi di produzione e della manodopera sono oltre la metà inferiori a quella italiana e dove il controllo produttivo e infinitamente più basso. Si tenga inoltre presente che l’85% dei contributi europei va al 15% dei proprietari terrieri e si parla di decine di miliardi di euro, mentre al piccolo coltivatore rimangono solo le briciole, inoltre quello che molti non hanno ancora capito è che i contributi europei vengono presi dalle tasche delle tasse degli europei per mantenere questa immensa folla di latifondisti a scapito della qualità, favorendo invece una omologazione indifferenziata della produzione stessa. Basti pensare alle mele che acquistiamo (tutte uguali), ai pomodori (tutti uguali), ai pani a prezzi esosissimi (da 2 a 8 euro al chilo) che vengono prodotti semicongelati nei paesi dell’est senza nessun controllo e importati.

La concorrenza è spietata, senza esclusione di colpi e lì dove un tempo si coltivavano spighe del biondo grano che davano un pane saporito o una pasta dal gusto equilibrato e rotondo adesso abbiamo semi e produzioni livellate senza soluzione di continuità e con qualità organolettiche spesso coperte da regole comunitarie che favoriscono solamente i grandi gruppi produttivi.

Un tempo nelle diverse coltivazioni la semina era effettuata con file abbastanza rade e con una quantità di semi per metro quadro molto bassa. Ora, nel caso del grano, per esempio, si usano anche 400 semi. La differenza era che allora la lotta contro le erbe infestanti veniva attuata dall’uomo con la zappatura che si faceva entrando nel campo e zappando tra le file del grano o del mais fino a togliere tutte quelle erbe che concorrevano con la pianta seminata. La chimica era solo relegata ai fertilizzanti e spesso, per chi aveva anche la stalla, il letame era il principale fertilizzante. Anche adesso il letame è usato per lo stesso motivo, ma non è più il letame di 30/40 anni fa. Le deiezioni animali sono inquinate di antibiotici, ormoni per la crescita e tutta una serie di medicine usate per evitare il danno dell’animale. La flora batterica espulsa dalle bestie è anch’essa inquinata e il processo di umificazione della sostanza organica contenuta nelle deiezioni porta spesso ad alterare il terreno in maniera contraria a quella desiderata.

Come si può constatare non è un trattato di agronomia, ma una semplice descrizione, magari criticabile, di come oggi si conduce l’agricoltura e per quali scopi. L’agricoltore, se un tempo lavorava la terra per la famiglia e per il futuro dei propri figli adesso, invece, opera soprattutto per il surplus, ovvero per quella parte di reddito che è al di fuori delle necessità della famiglia, ma che permettono ai loro componenti di acquistare oggetti di insignificante valore. I terreni coltivati non sono più diversificati in colture diverse, ma unificati in monocolture. Ecco quindi che in primavera vediamo migliaia di ettari coltivati a grano, colza, orzo, sorgo, senza nessuna differenziazione; passando le stagioni e verso l’autunno incontriamo immense distese di granoturco o di barbabietole.

Questa, vi assicuro, non è agricoltura, ma industrializzazione agricola esasperata spinta al fine di speculare sui prezzi delle derrate alimentari. Ma il piccolo, quello di prima, non ha scelta, deve assecondare l’andamento di mercato e scegliere di scendere a patti con il diavolo (il mercato), fatto salvi quei piccoli poderi autosufficienti dove l’intelligenza umana, e la buona pratica agricola, sa equilibrare l’uso della terra alle necessità umane, ma parliamo di piccole entità, di frazioni infinitesimali dell’intero processo produttivo.

Molto spesso mi capita di conoscere persone che spingono sull’acceleratore produttivo incontrando però l’ostacolo della natura. Capita che, nonostante l’accanirsi di pesticidi, diserbanti, fertilizzanti, la terra – snaturata – non risponda come ci si aspetterebbe e le produzioni crollino. Gli agricoltori si inerpicano quindi in disquisizioni assurde senza capire che non serve produrre di più di quello che la terra può dare, ma serve produrre ciò che il mercato richiede e se la terra lo permette. La produzione quindi non è un numero sempre spinto a quello più alto, ma è un valore che si misura sulle necessità umane.

  1. 26 novembre 2013 alle 10:33

    Buongiorno,

    ti contatto tramite commento perché non ho trovato altro modo per farlo.
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    Silvia
    silvia [at] paperblog.com
    Responsabile Comunicazione Paperblog Italia
    http://it.paperblog.com

    • 26 novembre 2013 alle 14:24

      Grazie dell’invito, appena possibile ti scrivo in privato e vediamo se ci può essere qualcosa di condivisibile.

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