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Taranto, what’s up?

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Le primarie sono terminate, grazie al cielo e per qualche giorno non sentiremo più farneticazioni di sorta proferite dai vari piazzisti. Da destra a sinistra un coro di promesse di cambiamenti, di giuramenti, di discussioni noiosissime e scontate come sempre accade in Italia. Chi urla di più, a volte è ascoltato.

In questo frastuono pre-elettorale continua invece indefessamente l’attività dei giudici di Taranto sul problema dell’inquinamento del polo industriale della città. Sono stati arrestati i proprietari dell’Ilva assieme ad altre persone tra le quali Michele Conserva, ex assessore all’Ambiente della provincia di Taranto. I problemi dei sequestri e dismissioni ce li hanno urlati nelle orecchie per molti mesi: inquinamento, salute pubblica e ambiente.

Tutte cose sulle quali non si può scherzare e che pone la questione su due aspetti fondamentali: l’acciaio in Italia e la sua localizzazione.

Come per l’Alcoa in Sardegna anche nel caso dell’acciaio ci sono delle crepe informative che non rendono giustizia a ciò che accade. Nel caso dell’Alcoa i forni per la fusione vengono alimentati da corrente elettrica che viene erogata ad un prezzo molto più basso di quello che altre industrie pagano. La differenza di costo viene pagata dalla popolazione italiana. Si spiega quindi perché l’Alcoa, una multinazionale, sia più interessata a fare i suoi investimenti in altre zone dove il costo dell’energia non abbia ripercussioni sul prezzo finale del prodotto. Nel caso dell’Ilva le cose non sono diverse. Anche in questo caso i costi di produzione per gli alti forni sono per una altissima percentuale alimentati con energia elettrica, anche qui a costo convenuto, la cui differenza viene assorbita da pantalone.

La località che vede il polo di Taranto il principale produttore europeo di acciaio è alquanto bizzarra: 1100 km di distanza dal confine del Brennero, oppure la navigazione lungo il Mediterraneo-Atlantico-Canale della Manica-Mare del Nord per giungere nei porti industriali di Germania, Olanda e Inghilterra. I costi dei trasporti, nonostante siano calati paurosamente in questi ultimi 5 anni, hanno comunque un peso notevole per una materia prima essenziale per molte parti dell’economie. Non solleviamo il problema del trasporto su gomma che con gli aumenti del costo dei carburanti e la lunghezza solo per arrivare al confine italiano vedrebbe vanificare qualsiasi economia di scala. Insomma la scelta di Taranto come luogo per la produzione dell’acciaio, non solo è bizzarra, ma è frutto di una politica affaristica per lo sviluppo del mezzogiorno degli ultimi 40 anni che non sembra aver prodotto benessere sociale diffuso, ma sviluppato tutta una serie infinita di problematiche legate all’inquinamento e alla salute pubblica.

Qui si inserisce quindi la considerazione, che già altri sottolinearono, del perché proprio ora, in questo periodo preciso della nostra politica nazionale e internazionale (si faccia mente locale sugli sviluppi che stanno avvenendo nel Medioriente), alcuni giudici abbiamo mosso le loro carte al fine di far chiudere per sempre un’industria italiana, uno delle poche rimaste. La domanda che sorge spontanea e che non avrà mai nessuna risposta: questi giudici dove stavano prima? Perché hanno omesso per anni di indagare sui devastanti effetti cancerogeni e nocivi delle emissioni gassose dell’Ilva? Sono anch’essi colpevoli, alla pari dei proprietari dell’Ilva, di omissione d’atti d’ufficio?

E’ pacifico che non ci potrà essere nessuna risposta, la casta dei magistrati è intoccabile. Però a guardare bene i fatti le domande sorgono spontanee, mentre invece la gran cassa mediatica dei soliti giornalisti proni al potere costituito preservarono su considerazioni spesso al limite del pettegolezzo da lavandaie.

Eppure, nelle fessure mediatiche, alcune indicazioni sembrano prendere corpo in maniera specifica sulle operazioni che i nostri governi hanno compiuto in collegamento con quelli americani. Non sappiamo se queste operazioni sia state imposte o condivise, ma ‘sembra’ che la cessione del polo industriale dell’Ilva abbia nella realtà un interesse per la US Navy che vede nel porto di Taranto un’occasione eccezionale per installare un polo di smistamento di sottomarini nucleari, sfruttando l’area che sarà dismessa dell’Ilva come base operativa per la VI° flotta americana. Lo scopo è evidente: ascoltare, indagare, carpire tutte le informazioni e comunicazioni provenienti dall’est, ma al tempo stesso controllando quella parte del Mediterraneo che diventerà sempre più incandescente.

Esistono quindi due filosofie per affrontare questo problema: cessione della propria sovranità, conversione industriale del settore acciaio e reimpiego degli attuali 12.000 dipendenti dell’Ilva e risanamento ambientale. E’ pacifico che nessuno saprà esattamente quello che accadrà, ma sapendo di che pasta sono i nostri amministratori, spesso servili e facilmente soggiogabili, non è impossibile pensare che la soluzione che andrà presa sarà la cessione della propria sovranità cedendo alla Us Navy Forces l’intera area. Il cambio sarà probabilmente indolore per le nostre casse, a primo vista, ma la ricaduta sociale ed economica sarà devastante. Probabilmente gli stranieri si preoccuperanno di ‘risanare’ a modo loro l’area sulla quale non avremmo nessun controllo e della quale non sapremo, per esempio, che fine faranno le scorie degli alti forni e dove verranno gettate. I futuri amministratori diranno che con una fava abbiamo preso due piccioni: risanamento dell’area e reimpiego di parte delle maestranze all’interno del mega porto militare di Taranto.

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