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Ingerenze statali nella vita sociale e politica

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Ho avuto il piacere di scambiare alcune vedute con Resistenzaliberale su alcuni aspetti riguardanti la figura dello Stato in una società organizzata come potrebbe essere la nostra.

In un articolo di resistenza liberale avevo posto la questione che le leggi sono subordinate al potere, storicamente sedimentato, di alcune classi economiche e sociali. Nella mia idea di Stato quindi auspicavo al vigore dello stesso, basato però su concetti completamente diversi da quelli intesi da resistenza liberale, il quale sostiene la presenza dello Stato come accessorio, demandando al libero arbitrio la libertà di scegliere.

Sarebbe quindi necessario definire cosa è stato e cosa sono i suoi abitanti e che relazione vi sono tra gli uni e l’altro.

Nella forma primitiva, lo stato è definibile come un insieme di persone coese da idee comuni volte spesso al mutuo sostegno e reciproco aiuto. Sostanzialmente non si discosta molto dalle tribale associazioni simile a quella dei kibbutz, in cui l’osservanza di alcune poche regole è subordinata ad un ordine superiore, dettato da dio. Questo il caso del kibbutz, mentre nelle società meno permeate nella religione, come ad esempio alcune tribù del Mato Grosso o della Papua Nuova Guinea il rapporto degli individui di una collettività è funzione dell’apporto di ogniuno alla conservazione delle proprie tradizioni, della propria cultura ed usanze, in cui però spesso si inseriscono caratteri religiosi a sostegno delle scelte della comunità (Irenäus Eibl-Eibesfeldt: Liebe und Haß: Zur Naturgeschichte elementarer Verhaltensweise, Monaco 1970).

Anche in questo caso parlare di stato è improprio, perché siamo in una concezione allargata di famiglia/clan, ma di Stato nel senso della tradizione occidentale non c’è traccia. In epoca pre-romana avveniva che le prime città fossero costituite attraverso una formula barbarica, diremmo ora, che era il ver sacrum: veniva imposto ai giovani maschi l’espulsione dalla tribù e mandati a perdersi nelle foreste a conquistare nuove terre e quindi a costituire nuovi nuclei sociali.
Ed è proprio per una similitudine di questa tradizione che le espulsioni cedettero il passo, nel tempo, alle incorporazioni delle popolazioni conquistate, passaggio chiave per la realizzazione delle polis e successivamente della grandezza dell’Impero Romano.

Ora il passaggio dalle prime forme di società a quelle più complesse ed organiche è avvenuto nell’arco dei secoli con grandissimo dispendio di energie e soprattutto con enormi versamenti di sangue, spesso innocente, analfabeta e manipolato; tutto questo immane disastro umano può avere un significato che non sia il banale interesse materiale di qualche congrega di affaristi? Credo che esso,  al contrario invece nelle società più evolute, il concetto di stato come entità superiore oggi è visto come un corpo al di fuori della società stessa che lo costituisce, ed è quindi combattuto, e sovente ne viene travisato il suo più profondo significato che certamente non è la sua ingerenza nella vita dei singoli.

Ora, Stato, con la esse maiuscola (per me), è sopra di ogni cosa in senso laicista e filosofico. A tal proposito per capire l’essenza del pensiero che mi anima in questa risposta, vorrei consigliare di leggere un piccolo libretto di Padre Trolese sulla Saccisica (“I Benedettini e la loro attività agricola in Saccisica“), molto istruttivo e soprattutto “politicamente” attuale. Per un piccolo spaccato le attività benedettine si svolsero nell’arco di circa 900 anni, dal IX° al  XIX° secolo lavorando una superficie agricola con un’estensione pari a circa ettari 123.021,802. In quell’arco di tempo la comunità benedettina, in osservanza della loro regola in cui tutti partecipano al bene comune, realizzarono opere di bonifica e sistemazione fluviale ed agraria che nessun potente del periodo seppe attuare. Nemmeno lo stato al quale la comunità apparteneva, perché animato spesso da interessi personali più che sociali. Il lavoro era per tutti e tutti vi partecipavano, ognuno uno con le sue capacità e caratteristiche.
Per contro i frati contribuivano al benessere delle maestranze, diremmo oggi, con paga settimanale, alloggi dati in uso a tutti i lavoranti e famiglie. Veniva inoltre concesso il diritto d’uso, spesso e volentieri rinnovato ogni 3 anni, di coltivare i fondi bonificati al fine di mantenere un elevato ciclo produttivo che fosse di aiuto all’intera comunità. Non c’era nessun interesse di sfruttamento, come spesso la sinistra e i giacobini-massoni hanno più volte evidenziato (è da notare che la Corte Benedettina era spesso in contrasto con il vaticano stesso per la “troppa autonomia” e potere che la Corte esercitava, ma va anche sottolineato che il potere – denaro – era quasi completamente riversato alla comunità tramite la costruzione di case,  ospizi, di ostelli, strade, attrezzi di lavoro e costituzione delle botteghe necessarie a forgiare il necessario per le attività artigiani e agricole di raccolta e trasformazione), perché nel concetto benedettino le attività del singolo si riflettevano nella società e ogni manchevolezza di uno è un pezzo della unione che portava alla lunga allo sgretolamento della società stessa.

Ciò accadde ad opera della Repubblica di Venezia che con la sottrazione di immense quantità di terra alla Corte Benedettina la portò dal 600 e fino alla metà dell’800 ad una devastazione morale e fisica sfibrando quel collante che per secoli aveva retto e prodotto l’intero sistema agricolo e idraulico-fluviale del basso veneto che anche Venezia stessa aveva sfruttato.
Ora, a distanza di 200 anni, stiamo ancora vivendo dell’eredità di quei padri e delle famiglie e che vi morirono a causa della malaria devastante.

Lo stato quindi ha il dovere di difendere i più deboli, di aiutare l’economia e di indirizzare le scelte sociali ed economiche al fine di un migliore benessere sociale. Egli non è pervadente, ma attento e sorvegliante, lascia al libero arbitrio l’organizzazione della società e degli uomini che la compongono, ma indica il vettore sul quale indirizzare i propri sforzi.
I grandi progetti e le grandi idee sono totalmente assenti in questa bieca società ed anzi osteggiati dai vari gruppuscoli politici e sindacali (non mi riferisco al Ponte sullo Stretto che è un’opera inutile e dannosa per tutti, ma per esempio alla distruzione dei nostri porti commerciali, alla costruzione di una flotta mercantile che rivalerebbe  su quella di altre nazioni portando enormi guadagni e benessere per tutti).
Lo Stato è quindi attore primario in tutte le risorse per la vita dei suoi abitanti, nelle telecomunicazioni, e nei trasporti (marittimi, ferroviari e stradali), così come nei beni essenziali della popolazione: aria, luce, acqua ed energia. Lo Stato è attento nella libera istruzione così come nella sanità, ma è altresì oculato e feroce nelle manchevolezze; nei suoi organi, è costituito da individui liberamente assunti in funzione delle capacità e delle professionalità richieste nelle mansioni, ma non è garante in assoluto. Chi sbaglia paga.

Non è né uno stato socialista e nemmeno uno stato comunista, ma uno nel quale la funzione pubblica ha la determinante radice nel rispetto del bene comune, nella responsabilità individuale e nel rispetto della giustizia. Il privato, la impresa privata in questo contesto dovrebbe solo che gioire, proprio perché dietro alle sue spalle c’è un attento osservatore che non agisce per conto di qualche banda di manigoldi, ma è attento sorvegliante che le attività della libera impresa non ledano gli interessi della popolazione e favorisce quanti siano propensi allo sviluppo economico, commerciale e sociale dell’intera comunità. Ben vengano quindi le scuole private che parificate alle pubbliche, avranno il primo dovere, mai espletato oggi da nessuna scuola pubblica e tanto meno privata, di instillare nel cittadino il senso critico, il senso dell’osservazione e soprattutto il rispetto del diritto (jus) e la responsabilità individuale; ben vengano quelle iniziative private volte al miglioramento culturale per una più profonda “virtù” dell’individuo. Ben vengano i progetti che invochino gli aiuti di stato se finalizzati ad opere di interesse nazionale e sovranazionale, nel rispetto però, della tradizione e delle culture.

In questi ultimi 60 anni abbiamo ceduto il passo ai briganti, alla confusione, alle pastette ed ai brogli da sacrestia perdendo di vista l’importanza che una terra come la nostra potrebbe avere ed esercitare in uno scenario internazionale. Abbiamo scambiato la nostra cultura e tradizione millenaria per una manciata di denari e il risultato di questo baratto lo vediamo ora come nei passati ultimi 40 anni.

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