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Fiat, Marchionne, Imprenditoria…e la società che fine ha fatto? (Parte II°)

SECONDA PARTE

E’ possibile quindi trovare una via d’uscita?

In queste condizioni, senza nessuna regola e senza un lavoro attuato di comune accordo e sopratutto all’interno di una comunità europea amministrata dai fautori del mercato libero e della libera e spietata concorrenza, non ci son altre soluzione che la guerra commerciale fino all’ultima goccia di sangue. Il più forte vincerà sempre e comunque sul più debole. E’ la legge della giungla, ma è anche la conseguenza di una politica economica e commerciale che non ha voluto tenere conto dei rapporti di cambio tra il mondo occidentale e quello orientale. Infatti come possiamo competere con paesi il cui costo della manodopera è volutamente tenuto ad un livello così basso che nemmeno nel nostro dopoguerra era possibile? Come possiamo pensare di potere avere una competitività aggressiva con paesi con prezzi delle merci dai valori improponibili per una società odierna occidentale? Pensiamo alle semplici scarpe fatte in Cina o in Vietnam in cui si riescono anche a spuntare prezzi di poco inferiori a 3/5 dollari al paio, mentre successivamente troviamo sui scaffali le stesse scarpe vendute a 100/150 euro. Sono evidenti i divari e la grossa fetta di guadagno che nel percorso produttivo, hanno avuto i diversi attori. Ma anche la stessa Cina si trova adesso nelle stesse condizioni di spuntare prezzi più bassi rispetto a quelli che fino a qualche anno fa li vedeva primi nel mercato. E’ in atto infatti una delocalizzazione proprio del settore delle scarpe in Africa, in Nigeria, dove lì i prezzi, a causa della infinita povertà di quella popolazione, potranno compensare gli aumenti dei costi in patria cinese. Però anche questo espansionismo cinese è in continuo attrito con le realtà africane poiché «contano solo le materie prime: l’uomo africano e il suo sviluppo integrale importano poco. In queste condizioni è impossibile creare un mondo che favorisca e promuova la convivenza». Va comunque detto che rispetto agli sfruttatori europei ed americani, i cinesi, da bravi commercianti, qualche piccola cosa la riescono anche a dare, come la costruzione di chiese, la stampa di bibbie o altre piccole cose che hanno il sapore delle collanine e degli specchietti che gli europei portavano ai popoli barbari nelle Americhe.

La stessa cosa è accaduta anche nella patria del libero commercio e del libero scambio e così in Usa centinaia di migliaia di persone si sono trovate a casa senza un motivo e senza un ammortizzatore sociale: le aziende Usa spinte anch’esse dal maggior guadagno e dalla facilità con la quale potevano sbarcare in oriente hanno chiusa baracca e burattini, tagliando di netto i rapporti interni con le proprie maestranze.

E’ evidente che la prima perdita in assoluto è la qualità della manodopera che nel corso degli anni si era affinata, si era migliorata ed aveva perfezionato tutto un insieme di caratteristiche che faceva dell’Italia un luogo invidiato. Ma l’impresa non sa resistere all’odore del profitto e le forze politiche non sanno imporre una sana politica della difesa del lavoro e del mercato interno se non scendendo a compromessi che non fanno contenti nessuno, ma che hanno portato allo sfascio del lavoro per tutti.

E’ possibile che in questo marasma si possa trovare una soluzione, non facile per alcuni, ma sicuramente più idonea alla collettività, che dal lavoro e dalle attività industriai riceve il suo sostentamento. Una possibilità è sicuramente la responsabilità dell’imprenditore e un’altra è quella del lavoratore. Non voglio entrare in concetti politico sociali a favore di nessuno dei due, perché ogni uno è un elemento costituente dello stato e partecipa allo stesso con le proprie forze.

Sappiamo quindi che dal codice civile (Art. 2082) si definisce imprenditore colui che esercita un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi, mentre il lavoratore è colui che svolge un’attività manuale o intellettivo a scopo produttivo.
Sostanzialmente tra le due figure le differenze stanno in alcune parole “attività economica organizzata” togliendo le quali, le definizioni si equivalgono.

L’onere dell’imprenditore è quello di svolgere un’attività economica organizzata, mentre quella del lavoratore è quella di svolgere un’attività a scopo produttivo: manca il termine organizzata, ovvero il lavorate è quello che non organizza al fine di produrre, ma compie un lavoro che lo porterà a produrre. No so voi, ma sembra che si sia voluto battere l’acqua nel mortaio.

Le due figure, secondo l’attuale sistema, sono quindi agli opposti e mai potranno convergere agli stessi risultati. Nella realtà sappiamo che le due figure non sono disgiunte e che una non può esistere senza l’altra, tutte e due sono tra loro reciproche, con compiti diversi, ma con lo stesso punto di arrivo: la produzione e quindi il profitto.
Va da se quindi che in una revisione di questo sistema “capitalistico” e, si badi bene, non feudale, ad ogni sobbalzo dei mercati e del flusso dei capitali quello che ne subirà gli effetti negativi sarà il lavoratore e il piccolo imprenditore-lavoratore. In questo sistema è quindi necessario capire che esso si autoalimenta per quello che potremmo definire il “respiro-del mercato” in cui ad espansioni interne di mercato si contrappongono diminuzioni e restrizioni in altre zone e il mantenimento di questo schema permette, ovviamente all’imprenditore, di non essere mai responsabile delle sue attività all’interno della collettività in cui esso si colloca, perché come abbiamo visto l’unico scopo dell’imprenditore è solo ed esclusivamente “organizzare” il profitto. Per contro al lavoratore non resta che la semplice fruizione della sua attività produttiva, senza la quale egli non potrà percepire il punto comune dei due attori del sistema produttivo.

E evidente che in queste condizioni la società non avrà mai la possibilità di miglioramento e di espansione atta a portare un beneficio a tutti i componenti della società stessa, poiché durante quei momenti di espansione l’attenzione sarà puntata alla massimizzazione dell’utile, mentre nei momenti di restrizione l’attenzione sarà focalizzata alla riduzione della voce “costo” che è una componente del profitto stesso: minor costi maggiori profitti.

In epoca medioevale in un periodo che va dal 780 al 1500 nella zona compresa tra Rovigo-Chioggia-Padova esisteva un immenso territorio, buona parte del quale paludoso, sommerso dalle acque salmastre della laguna veneziana e soggetto alle innumerevoli inondazioni dei diversi fiumi che lo solcavano. In questo territorio i padri Benedettini di Santa Giustina a Padova iniziarono un estenuante lavoro di bonifica e di risanamento che durò per quasi 600 anni. In questa lunga e certosina opera forti della loro eredità cistercense, riversarono la forza e la dedizioni alle migliaia di famiglie che in quelle terre inospitali (la malaria era la regina incontrastata) cercavano un sostegno ed un riparo per una vita onorevole.  (I padri benedettini e la loro attività agricola in saccisica)
L’opera eccelsa di questi padri fu quella di coinvolgere tutte le forze lavoro dell’epoca fornendo loro tutto quello di cui avevano bisogno: attrezzi agricoli, ripari, case, sostegno alimentare, oltre ad una paga giornaliera. Nessuno era escluso ed ognuno portava il suo contributo per il miglioramento della collettività e in cambio la comunità benedettina non lesinava a dare in comodato pezzi di terra a quelli che intendevano stabilirsi permettendo a questi di integrarsi nel territorio migliorandolo con il proprio lavoro: potremmo definirla una società di mutuo soccorso, nella quale ogni elemento della stessa partecipa anche marginalmente, al suo miglioramento.

L’esempio seppur scarno, è sufficiente per capire che in una società nessuno è estraneo al suo perfezionamento ed ognuno è responsabile – nella società – per l’attività che egli svolge. Non c’è uno migliore dell’altro in senso assoluto, ma tutti, ugualmente, anche se in misura frazionale, contribuiscono al fine di migliorarsi e di migliorare il luogo in cui vivono. Non si tratta di entrare nei meandri del becero comunismo o di un nazionalismo esasperato, ma semplicemente dare a tutti la possibilità di partecipare alla crescita economica-sociale e personale di una società, nessuno escluso.

Per fare questo però sono necessari dei cambiamenti radicali. Uno tra i primi è la responsabilità sociale dell’imprenditoria che attualmente la vede estranea, e compartecipe alle difficoltà solo marginalmente, perché in essa è sempre presente lo sguardo in quei luoghi dove l’egoismo e l’avidità umana possano esplicarsi al massimo. Questa responsabilità non si ottiene semplicemente con un semplice tratto di penna, ma con un’attività educativa che sia funzione dell’uomo, della famiglia e della scuola, mancando i quali si ottiene quello che abbiamo sotto gli occhi.

I tempi però sono ormai limitati e non v’è spazio per troppe sofisticherie, perché non solo potremmo perdere l’occasione, ma saremmo costretti a fare un salto all’indietro con conseguenze catastrofiche in tutti i settori. Come già detto la perdita di migliaia di posti di lavoro, la conseguenza carenza di impieghi stabili e della possibilità di mettere a frutto le proprie esperienze porterà nel corso degli anni ad un “imbarbarimento” di quella classe di persone che erano invece il perno principale produttivo dell’Italia: si pensi, ad esempio, al settore artigianale, al tessile, a quello calzaturiero, senza dimenticare i distretti del legno di Manzano, della Brianza o Marchigiano che nel corso di decenni hanno sfornato prodotti invidiati e acquistati solo perché italiani. Ma non sono solo questi i componenti del sistema produttivo italiano, ma anche quello alimentare ed agricolo che per l’effetto della forzata industrializzazione dell’Italia (legassi Fiat e settore dell’acciaio e chimica) e dell’apertura ad est della comunità europea, ha visto l’abbandono delle campagne con il conseguente degrado del territorio. Degrado tanto maggiore quanto più evidente con i dissesti che riscontriamo ad ogni stagione con qualche semplice pioggia.

Questa mancata responsabilità politico-sociale ed imprenditoriale rende assolutamente necessario correre ai ripari, il più rapidamente possibile. Sono finiti i tempi delle stupide ed inutili discussioni che quotidianamente assistiamo o sulle avventure di qualche politico ormai al tramonto; sono quindi necessarie prese di posizione e la ricerca di soluzioni che diano al complesso Italia una via d’uscita da una distruzione che non avrà ritorno. Tutti sono chiamati in causa, perché è un problema comune che coinvolge tutti. E tutti dovremo rivedere le nostre necessità, i nostri doveri e i nostri diritti, imprenditori e banche comprese.
E’ un non senso pensare che tutti siano agricoltori, tutti industriali o tutti dottori. Ogni persona ha le sue capacità di esprimersi e di essere per quel che è, e queste vanno sempre sostenute ed incoraggiate al fine di migliorare la società a cui apparteniamo. In questa revisione sociale la parte del padrone la fa l’Imprenditoria che deve essere sostenuta ed incanalata a supportare le forze sociali senza quel aiutino che lo stato e la falsa politica sociale ha fino ad ora adottato. Ogni attore dello stato deve assumersi le sue responsabilità e rendere conto alla comunità di ciò che fa e di ciò che non fa.
E’ troppo facile prendere baracca e burattini ed abbandonare quelli che fino a ieri hanno concorso al benessere: do ut des!

Fiat, Marchionne, Imprenditoria…e la società che fine ha fatto? (Parte I°)

  1. 11 ottobre 2011 alle 00:01

    Siamo al rischio di salto all’indietro che sarà visibile nel settore economico che analizzi tu, perchè un salto indietro gli italiani lo hanno già fatto a livello relazioni interpersonali, quando tu descrivi l’opera dei Bendettini descrivi un mondo in cui c’erano rapporti di comunità. Da lì nasce il mutuo soccorso, la collaborazione, il sentire di avere uno scopo comune e in vista di quello scopo l’individuo cresceva – anche senza proporselo coscientemente – “per” gli altri.
    Dal dopoguerra qui è cresciuto un individualismo sempre più sfrenato, per cui l’essere dentro una società, una comunità umana non è più percepito se non come “teatro” di sè, fondale per le proprie gesta, il proprio ottenere, spiccare,apparire. Anche se si è nella più bassa parte della stratificazione sociale, fra i propri consimili si vuole avere qualcosa di più.
    Dovrebbe entrare in qualche modo quella che con definizione infelice si chiama l’economia del dono, cioè anche la gratuità di un impegno, qualcosa che l’individuo può dare di specifico – non mi riferisco al volontariato, ma a qualcosa che nasce da sè nella situazione in cui si è: scuola, fabbrica, ufficio, quartiere…
    Bisogna tornare a sentire di avere qualcosa da dare, così si equilibra quella continua ricerca di ottenere, come bocche sempre affamate.
    ciao

  2. 11 ottobre 2011 alle 00:45

    Diciamo che un certo giacobismo ha avuto carta bianca nell’affermare la triade democratica “Liberté, Egalité e Fraternité”. Il fatto più evidente, come hai evidenziato anche tu nel tuo articolo, è che quelle che a prima vista sembrano essere i portatori della tanto agoniata libertà, alla fine si dimostrano di essere più sanguinari, più dittatori e più criminali di quelli che essi andrebbero a combattere.

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