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Come volevasi dimostrare, con la guerra a Gheddafi ci siamo fottuti.

Il titolo non lascia scampo a divagazioni di sorta, infatti si legge:

La battaglia per la ricostruzione della Libia è cominciata. Mahmoud Jalil, il leader dei ribelli, ha chiesto oggi a Milano aiuti immediati per garantire i servizi essenziali alla popolazione. Berlusconi ha promesso una tranche da 350 milioni di euro, più 450 complessivi già stanziati da Eni, UniCredit e Sace. La Francia ha speso per la guerra 160 milioni di euro a fronte di contratti per 28 miliardi di dollari. Noi invece, sulla base dei contratti noti, abbiamo speso 143 milioni a fronte di contratti per 4,81 miliardi. (vogliamo meravigliarci?)

Un anticipo delle forniture di gas e gasolio per le immediate esigenze della popolazione, e lo scongelamento dei fondi libici detenuti nelle banche italiane, con una prima tranche da 350 milioni di euro. Sono questi i primi accordi annunciati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in conferenza stampa al termine dell’incontro milanese con Mahmoud Jibril, leader del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), al suo secondo giorno di tour dopo l’incontro di ieri all’Eliseo con il presidente francese Nicolas Sarkozy.

Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, lunedì sarà a Bengasi, città simbolo da cui è partita la rivolta contro il Colonnello, per siglare il memorandum con il Cnt, di cui al momento non si conoscono i dettagli “numerici”. Si sa solo che il pagamento per l’anticipo delle forniture avverrà in petrolio una volta che i campi in Cirenaica saranno pienamente funzionanti, ovvero tra sei mesi, come ha confermato Scaroni a margine della conferenza stampa di oggi, sottolineando si darà la priorità al ripristino delle forniture di gas, che contano per il 10-12% dell’approvvigionamento italiano. Per quanto riguarda i 350 milioni di euro da trarre dai fondi depositati da Gheddafi, in prevalenza su conti UniCredit, bisognerà aspettare il doppio via libera, dapprima dal Consiglio di sicurezza Onu, e in seguito dal Parlamento europeo, al loro smobilizzo.

Lo stesso discorso, affermano fonti della Farnesina, vale per le due linee di credito da 450 milioni di euro complessivi, da parte di Eni, UniCredit e Sace, annunciate dal ministro Frattini lo scorso 31 maggio. Finanziamenti che, una volta ricevuto il via libera Onu-Ue, saranno presentati al Comitato sicurezza finanziaria della Banca d’Italia. Solo allora, e una volta individuata la controparte libica all’interno della Banca centrale del Paese nordafricano, potranno essere erogati. Soldi che, oltre a contribuire a pagare gli stipendi della popolazione, dovrebbero fungere da “assicurazione” sui progetti italiani in corso d’opera nel Paese, che vedono protagoniste principalmente Impregilo, Ansaldo Sts e Selex, per un ammontare complessivo di poco inferiore a 5 miliardi. Escludendo i 20 miliardi di dollari di investimenti in dieci anni della sola Eni, annunciati da Scaroni la scorsa estate. Il tutto per un esborso militare, tra marzo e giugno, pari a 143 milioni di euro.

Ieri, intanto, i rappresentanti del Gruppo di contatto riuniti a Doha, in Qatar, hanno accolto la richiesta, da parte del Cnt, di scongelare 5 miliardi di dollari di beni libici e di fornire 2,5 miliardi di dollari da destinare ad aiuti umanitari entro agosto, in attesa che, nei prossimi giorni, gli Usa sblocchino altri 1,5 miliardi di dollari a stretto giro. Come ha sottolineato Jibril più volte nel corso della conferenza stampa  di oggi, i libici non ricevono lo stipendio da 4 mesi, e senza l’aiuto finanziario italiano e internazionale «il governo transitorio non sarà in grado di erogare i servizi essenziali» (mi auguro che il governo provvisorio e i loro sostenitori europei ed americani possano essere tutti fucilati per lesa maestà) a favore della popolazione. «La nostra aspettativa», ha poi affermato il leader del Cnt, «è che gli amici italiani svolgano un ruolo importante nel prendersi cura dei civili». Ai microfoni di Radio 24, Frattini – che presiederà il neonato Comitato congiunto Italia-Libia, creato ad hoc per gestire la transizione – ha fatto sapere che: «Da due mesi è a Bengasi un team di militari italiani, con scopi di addestramento», specificando che «abbiamo mandato già 15-20 militari italiani per l’addestramento tecnico di alcune unità di forze armate libiche, ma pensiamo di estenderlo anche alla polizia, con particolare riferimento alla polizia di frontiera e alla guardia costiera libica». Pattugliamento, soprattutto sulla fascia costiera, che avviene utilizzando i radar Selex.

Di tutt’altro segno non nei modi, ma nei temi, l’incontro di ieri con Sarkozy, che ha annunciato per il primo settembre prossimo a Parigi una conferenza dei Paesi “amici della Libia”, nel cui novero sono presenti Russia e Cina, due dei membri del Consiglio di sicurezza Onu con potere di veto, che ieri e oggi hanno sottolineato il ruolo centrale delle Nazioni Unite nella transizione. Proprio la Francia, che ha forzato la mano al Palazzo di vetro per scendere in campo contro il Colonnello, punta ad avere un ruolo di primo piano nella ricostruzione, impegnandosi a garantire la regolare riapertura delle Scuole per il nuovo anno scolastico. Le operazioni libiche, secondo una relazione presentata al Parlamento a inizio luglio, sono costate alle casse transalpine 160 milioni di euro, ben poca cosa rispetto al budget della Difesa, 40 miliardi di euro, e ai contratti per 28 miliardi di dollari siglati finora da Parigi con Tripoli, che coinvolgono principalmente colossi come Eads, Total, Areva e Alcatel-Lucent. Energia, infrastrutture e difesa, gli stessi comparti dove sono attive le società italiane.

La corsa alla ricostruzione, come è facilmente intuibile, si gioca quindi tra Roma e Parigi. Lo denunciano con una malcelata dose di patriottismo Der Spiegel – la Gheddafi Spa ha 7,3 miliardi di dollari depositati negli istituti tedeschi – e il Telegraph che ha accusato le imprese inglesi di “oziare”. Da capire quali saranno le mosse della Cina. Due giorni fa, il ministro degli Esteri dell’ex Celeste Impero ha dichiarato di “rispettare la scelta del popolo libico”, in un’uscita inusuale per l’abbottonatissimo regime di Pechino. I cui interessi petroliferi nell’area africana sono noti da tempo e potrebbero sparigliare le carte messe sul tavolo da Eni e Total.

Fonte: linkinchiesta

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