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Donna, mamma, operaia e puttana.

Qualche giorno fa sentivo una notizia data alla radio, in cui si evidenziava una forte diminuzione delle iscrizioni agli asili nido. Nel Veneto questa flessione sembra essere del 25%, praticamente 1 bambino su 4 rimane a casa.

Ci sono alcuni aspetti nella notizia che trovo interessanti. Il primo, quello principale, è la mancanza di lavoro nella regione che fino a qualche anno fa era il motore delle esportazioni verso l’est europeo e verso la Germania. Le donne, come parte della popolazione più debole, sono le prime a dover essere sacrificate dal sistema e quindi le prime a subirne le conseguenze.

Non è una bella notizia ed è simbolico che si attacchi proprio quella fascia di popolazione che è invece il fulcro attorna il quale si costruisce una società. Purtroppo le passate battaglie – manipolate – delle femministe ora pagano dazio e non c’è nulla che fermi questa innarestabile ondata di licenziamenti selvaggi e spesso falsamente motivati dalla concorrenza sleale dell’oriente, quando invece è il vero motivo è la delocalizzazione e il profitto.

Il secondo aspetto che non viene nemmeno preso in considerazione dai media, è che con la donna a casa che accudisce i figli si ritorna – finalmente – alla figura più femminile del problema. Molti non saranno d’accordo, ma la funzione primaria della donna è quello di fare figli e di accudirli almeno fino ai 10 anni di età. Non ci sono santi che tengono, non ci sono elucubrazione sulle varie “parità dei sessi”. La donna, grazie alla sua natura, è l’unica in grado di gestire, allattare ed accudire i bambini e proprio grazie al suo lungo periodo di gestazione è anche l’unica che sa interpretare le esigenze del bambino, almeno nei primissimi anni di vita. La donna, senza che nemmeno se ne renda conto, si riappropria del ruolo che per 40 anni era stato relegato a quello di semplice “fabbrica” di carne umana, buona da essere a sua volta impiegata nello sfruttamento. In questo aspetto negativo sociale, in cui la fasce debole subisce il danno, rinasce un aspetto volutamente nascosto e soppresso dei vari pensieri globalizzanti, liberticidi e falsamente liberatori.

Purtroppo, l’aspetto peggiore della situazione è che la donna, una volta messa forzatamente a casa, deve anche subire l’onta della carenza di denaro e deve ricorrere, spesso, all’aiuto dei genitori o degli amici per il suo sostentamento così come per quello del figlio. Questa è la parte peggiore del sistema.

Nella fine degli anni 50/60 la famiglia tipo era costituita dai genitori e da 3 figli. Il maschio lavorava e lo stipendio che portava a casa era sufficiente alla famiglia per poter vivere dignitosamente. Il costo della vita era inoltre tale che non serviva dissanguarsi per poter acquistare un chilo di pane. In quegli anni la famiglia tipo era quindi in “armonia” con la socialità dello stato in cui essa si inseriva. Successivamente si è visto la necessità di aumentare le produzioni (il PIL) e la richiesta di manodopera diventava sempre più impellente.

Le migrazioni dal sud al nord sono note a tutti, così come molte donne erano impiegate in quelle attività “tipicamente femminili”, così che nelle famiglie più modeste esse trovavano oltre all’onere di accudire la famiglia anche quello di portare a casa parte del denaro necessario al benessere sociale della famiglia.

Donne dal cuore enorme, donne da amare, sulle quali ci sarebbe da scrivere biblioteche di elogi, ma il mercato non badava troppo a queste marginali caratteristiche della famiglia e della società. Meglio la donna in fabbrica, nelle risaie, negli opifici, pagata pochissimo e sfruttata peggio di come veniva sfruttato il maschio. Sì, perché in quei tempi, ma accade anche adesso, oltre all’onta dello sfruttamento c’era anche quella dell’umiliazione sessuale e più la donna era “analfabeta”, ignorante e di estrazioni sociale modesta, maggiormente veniva usata come strumento di piacere sessuale per il bene dei vari capetti, dei vari imprenditori che dalla carne di queste disgraziate ne bevevano la giovinezza.

Si andava quindi costruendo di pari passo la formula della libertà femminista e giusta o sbagliata che fosse, portava la donna a prendere coscienza della sua “effettiva” autoregolamentazione, ma sempre canalizzata nel sistema: guai ad uscire dagli schemi.

La manipolazione delle sinistre, delle varie democrazie e dei vari destri, fece sì che il sistema sociale italiano femminile venisse lentamente, ma costantemente, fagocitato dalla macchina produttiva a vantaggio del profitto, espropriando nell’arco di pochi anni il sistema famiglia e conseguentemente la scuola e l’educazione.

Adesso, nel catafascio sociale e produttivo, si riapre una breccia in cui quella parte più preziosa della società dovrebbe essere salvaguardata per il benessere futuri dei propri figlie e della società stessa. Auguriamoci tutti che non vi sia un ritorno alle caverne, ma che nella coscienza del passato questa nuova luce possa portare una visione più umana e meno focalizzata al semplice ed insignificante profitto.

  1. 23 giugno 2011 alle 10:19

    E’ un cambiamento che potrebbe sì portare ciò che tu ti auguri, tuttavia a mio parere il pericolo forte di ciò che non ti auguri è molto forte..

  2. 23 giugno 2011 alle 17:06

    Grazie del tuo commento e della tua visita. L’augurio è focalizzato sul fatto che donne e uomini hanno vissuto, loro malgrado, una situazione innaturale e per innaturale intendo dire quanto esposto nell’articolo. Donne e uomini strappati con la falsa promessa della libertà, della parità dei sessi e con la menzogna e la manipolazione si è attuato uno dei peggiori crimini sociali. Moltissime colleghe farebbero carte false per non andare a lavorare per accudire i propri figli e la famiglia, ma è solo un esempio limitato, perché ce ne sono altre che invece trovano nell’espressione del lavoro – sacrosanto per tutti indistintamente – la loro dimensione, spesso però queste ultime hanno anche famiglie disastrate o non hanno figli.

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