Un pensiero su Arrigoni

Passato il Santo, passato il miracolo…o giù di lì.

La bara è rientrata, gli ordini dei giornalisti hanno fatto quadrato, la sinistra “democratica” ha sfilato per le vie cittadine con stendardi e bandiere e il feretro è stato innalzato alla statua della libertà perduta.

Questo è quanto è accaduto con la salma di Vittorio Arrigoni, morto per un idea, per una giustizia che non è di questo mondo, per un gruppo di persone massacrate e giustiziate giorno dopo giorno senza nessun appello.
Lui, uno dei pochi, l’unico degli italiani che ha sacrificato se stesso e la sua idea per l’onestà che altri hanno preferito lasciare sotto la coltre dell’indifferenza e della dabbenaggine.

Unico nel suo genere, astratto, esotico, ma simpatico e cordiale; sempre pronto alla spiegazione; critico ed aspro con i suoi nemici che non erano quelli dall’altra parte, ma l’idea dell’unicità, dell’unica ossessione sionista, onnipresente anche contro la vita di chi in quella terra martoriata ci è nato.

La sua bara adesso è nelle mani dei suoi famigliari che lo piangono in silenzio, che ne gustanio i ricordi e nel silenzio delle loro mura s’affliggono della perdita di un figlio che mai potrà dare la luce nel futuro della sua idea, perché strangolata in gola, strozzata dalla morsa feroce di gente che dell’umano essere non ne conoscono nemmeno le sembianze.

Gente venuta da altri mondi, educata dai sistemi virulenti del “noi siamo gli eletti e voi solo bestie“, di gente che non è gente, ma solo polvere nella polvere, di gente che morrà così come hanno tolto la vita a Vittorio, di gente che avrà le stesse sofferenze come in quelle che loro danno, di gente che non vedrà mai il proprio futuro ricco di una luce giovane e fresca, perché nelle loro azioni è annidiata l’impronta della tenebra.

Gente oscura, addestrata solo ad uccidere, incapace di amare, perché nell’amore ogni essere umano è debolmente affondato nell’altro, senza se e senza ma…e questo era Vittorio.

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