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Cultura, nazione e popolo.

Beh, a leggere il titolo verrebbe da pensare che si sta leggendo un pistolotto, di quelli che appena cominciato farebbero venire una noia infinita, invece è una semplicie deduzione tratta da alcune idee condivise all’ora di cena di un sabato sera con la propria consorte.

Cultura, una parola che ha diversi connotati:  arte, poesia, musica, scultura e archittettura e, in tempi odierni, multimedialità.
La cultura è permeante in ogni individuo, dal più scemo del villaggio al più erudito e forse nel più scemo c’è quella parte di cultura che ai più eruditi scema in un qualche cosa di archetipico. Eppure nella stessa cultura si estrae il succo di un gruppo di persone, si caratterizza il pensiero comune, quel trait-d’union che collega l’erudito allo studioso.
La cultura permea tutti gli italiani, così come tutti i tedeschi, i francesi e non parliamo degli inglesi che stanno sempre sopra a tutte le culture come l’olio. Eppure la nostra cultura, quella italica, è una cultura frammentata, scomposta, formata da colori diversi, ma sempre unita.

E’ un raggio di luce dal colore vivace, vivido e sempre presente: iridescente nelle sue più varie sfumature, ma originata da una luce comune. Difficle da definire se romana, ellenica, egizia o spagnola, tedesca o barbara. E’ la nostra cultura, un coacervo, che nell’arco dei millenni ha saputo forgiare esempi di sublime bellezza nelle varie forme dell’arte. Nessuno al mondo è paragonabile alla nostra cultura! Non è narcisismo nazionalista sfrenato, ma la semplice vista di uno come tutti gli altri che, annusando come un cane da tartufo, scopre le immense bellezze di questa povera e sfortunata Italia.
E’ sufficiente fare un salto nel nostro più prossimo passato per scoprire che tra il 1300 e il 1500 l’Italia, scomposta come i colori dell’arcobaleno, ha prodotto i più grandi artisti che uomo abbia mai potuto vedere. Si pensi ad un Giorgione che nella sua epoca ha potuto conoscere il Verrocchio, il Tiziano, Il Campagnola, Leonardo da Vinci, il Pinturicchio, il Vasari, il Bellini e tanti altri che si sono sviluppati e hanno contribuito alla bellezza ed alla prosperità dell’arte italica. Tutti divisi, ma tutti uniti da un unico seme: quello della condivisione e della trasfigurazione metafisica di un ideale che assumeva i connotati di una unica idea. Gli uni e gli altri che, rimescolando e confrontandosi nei propri lavori, assaporavano le sfumature e le controversie ad azzardate interpretazioni artistiche. Una vera esplosione culturale che non ha esempi in nessuna parte del mondo conosciuto di allora così come in quello attuale.

Questo semplice e piccolo spaccato è la nostra cultura, ora dedicata a pochi e sempre più annichilita da persone mediocri, da mecenati che vedono nel loro pseudo amore per il prossimo il proprio arricchimento e la propria aurea di potere, per nulla culturale, ma solamente narcisistica. Nessun potente odierno si sa attorniare da cultura, né da musici, né da pittori, né da scultori, né da poeti, ma solamente da povere derelitte ed infami prostitute o da infimi travestiti e narcisisti omosessuali che poco hanno da condividere con la bellezza dell’anima umana. No, oggi come ieri, questi potenti, assurti al grado più alto della loro prepotenza, si sono seduti sullo scranno del loro guardiano accettando la semplice ed iniqua arte del linguaggio più basso, di quello che solo la pancia può capire, perché poca è la loro intenzione al bello.  Essi però non sono la maggioranza, sono solo una parte di questa Italia e non sono nemmeno rappresentativi del pensiero comune, per fortuna! Ma rappresentano la crema più immonda che viene risucchiata come dagli idrojet delle società di pulizia dei pozzi neri.

No! Nel pensiero comune non ci sono loro e nemmeno quelle porcilaie cubiche, quadrate, immonde e passate come esempi illuministici di fulgore artistico: anche un bambino all’asilo è capace di tale elevatezza artistica, ma non lo è mai paragonabile. No! Nel pensioero comune non ci sono loro, ma quelli che dell’Italia hanno dipinto, cantato e musicato le sue virtù e le sue bellezze. Nel pensiero comune, anche di quelli che al massimo prendono un solo giornale alla settimana, la cultura nascosta, quella taciuta e quella dominante, è la nostra. Quella splendente, quella presente, ma sempre decadente. E così anche se Pompei rovina, Ercolano affonda, la Cappella Sistina annerisce per i troppi visitatori, solo per citare le più conosciute, il pensiero comune va in questi luoghi, in quella idea della vera altezza artistica che nessuno potrà toglierci.

Eppur non è così! L’immonda idea è che il pensiero comune deve essere sradicato, annientato annullato, cancellato e gli esempi si susseguono giorno dopo giorno: così Pompei, così musei in rovina, così siti archeologici dissestati, così cantine con reperti che spariscono senza nessun responsabile e la giustificazione è sempre la stessa: abbiamo troppe cose a cui badare e il personale è insufficiente. Ma il vero problema è che chi gestisce la nostra cultura vuole che essa sia annientata, annullata e dissolta nel nulla, perché un popolo senza cultura, senza storia non è nessuno: zero assoluto, tabula rasa.
Lo si può maneggiare, lo si può modellare a proprio piacimento e senza nessun ritegno: così che abbiamo degli omosessuali che anelano alla convivenza riconosciuta legalmente, così’ che la famiglia viene disconosciuta, così’ che la scuola viene distrutta e via dicendo su tutti quei valori in cui, invece,  l’arte ha soffermato la sua attenzione. L’arte è contro i potenti, è la voce fuori dal coro, è la controcorrente, è un movimento che interagisce per verificare e riadattare il pensiero comune, ma l’arte in questo, in quello che accade in Italia, non ha nulla da dire se non quella di buttare uno sbuffo di nero su una tela che non verrebbe comperata nemmeno dal più ignorante commerciante.

L’etimologia della parola Nazione è molto significativa. Essa deriva dal latino natio, nascita, in quanto nato in un certo luogo, come complesso di persone aventi interessi e cultura comune, appartenenti ad un unico popolo. In questo caso ci sono diverse opinioni al riguardo e Shlomo Sand nel suo bellissimo libro “L’invenzione del Popolo Ebraico” definsice abbastanza bene cosa possa significare il termine di nazione e popolo ( “ethnos“) che è la stessa cosa.

Che cose è la nazione Italia? Un nulla, anzi una bellissima cosa tenuta assieme da invisibili fili che da oltre 3000 anni produce e dona al mondo la luce della semplice  bellezza e della società arcadica. Nella sua semplicità, terrena e mistica, essa ha prodotto nell’arco dei millenni le cose più mirabolanti che essere umano abbia mai visto. La lex, la cultura, il senso civico, il rispetto, i grandi progetti, ma anche le innumerevoli innovazioni, i grandi pensieri, i grandi artisti. Possiamo rinunciare a tutto questo come una mescola confusa ed eterogena senza ricondurre alla prepotenza di un’antica radice romana?

Assolutamente no! La nazione Italia è quella attorno la quale le altre, piccole e miserrime, prosperanti di luce riflessa, hanno saputo fare profitto delle nostre idee, dei nostri uomini, delle nostre risorse umane e fisiche del territorio. Così che dai tempi lontani come in questi, si sono succedute diverse invasioni, diversi oscurantismi culturali, ma mai capaci di annientare il nostro ed unico pensiero: il rispetto, la legge e la comunione.
Sembra anacronistico leggere cose del genere e sicuramente lo è visto con gli occhi del XXI° secolo, ma possiamo confrontare lo spessore italico, fatto di millenni di storia con una parentesi di qualche decennio da infami e infimi figuri? Secondo Shlomo Sand la nazione è un’invenzione per tenere unite diverse popolazioni e nel caso ebraico attraverso un pensiero comune, quello social-religioso. Ma se nel caso ebraico questo è pur vero, non lo è certamente per noi, che da questa asservita terra ne abbiamo assaporato le varie sfumature. E se così nel Talmud e nella Toarh non v’è rispetto che per la legge giudaica, per noi, invece vige quell’altra: la legge del rispetto, della conviuvenza anche se di fede o politica diversa, e non v’è nessuno al di sopra se non la misericordia di Dio.
Possiamo quindi affermare che la nazione Italia esiste ed è presente nelle pieghe più nascoste della nostra persona? Per alcuni sì, per molti no. Quello che lega gli italiani e tutti quelli che in questa terra sono nati sono poche cose: la variegata capacità della nostra cultura di percepire, di adattare e stravolgere qualsiasi pensiero dominante, spesso con costi umani enormi e spesso per uno stormir di fronda.

In questo immenso coacervo di culture, di colore e di pensieri potrebbe esistere il pensiero di un popolo? Ovvero, ha senso parlare di popolo nell’accezzione di un gruppo di persone appartenenti ad una linea di sangue comune? Sì.
E ancora, è pensabile che persone le cui origini si perdono nella notte dei tempi, molte delle quali estranee da questa terra, hanno invece determinato che questa è la loro terra?
Sono italiani o mezzi italiani con un piede ancora nella loro cultura d’origine?
Ma la nostra tradizione, che spazia dalla grecia alla islamica a quella barbara e via dicendo, la possiamo definire nostra o meglio, un adattamento che nel corso dei secoli ha smussato gli spigoli originali per adattarla alla propria tradizione del luogo ospitante? E tutti i rimescolamenti avvenuti nel corso dei secoli, da tutte le parti del mondo conosciuto, cosa e come ha modificato l’eventuale popolo esistente?

Un popolo italiano, almeno secondo queste povere ed incomplete domande non esiste. Esiste per la verità un insieme di persone di diversa provenienza che in questa terra hanno trovato la casa migliore in cui abitare, vuoi per la sua posizione geografica e per l’accoglienza delle genti esistenti, oppure, come nel passato, per l’occupazione operata con ferocia, con il terrore e le guerre. Il popolo italiano non c’è. Non è mai esistito, mentre esiste la cultura che permea questa terra, cultura diversa, variegata, opposta l’una all’altra, che s è forgiata nel corso dei secoli ed adattata pur mantenendo le origini delle sue radici e queste culture hanno reso questo brodo italiano, il migliore, almeno per il mondo occidentale. E’ sufficiente uscire da una città di pochi chilometri per trovare accenti diversi, parole diverse, usanze diverse per capire meglio queste differenze e se non bastasse basta passare da una regione all’altra per scoprire che molte cose vengono considerate in maniera diversa.  Il popolo italiano quindi pur non esistendo è come la tavolozza di un pittore, molto colorata e con colori spesso contrastanti, ma che nel quadro finale compongono un magnifico equilibrio e sintonia cromatica. In questo senso quindi il pittore è il pensiero comune, i colori i componenti e il quadro l’espressione del popolo. Oggi, nostro malgrado il pittore è stato volutamente sostituito e questo è un’altro esempio della disgregazione esistente all’interno della nostra fasulla coalizione “etnica”. Non siamo ciò che vorremo, ma lo siamo se i pittore è un Giogione, un Bellini, o altri che da questi colori sa trarre il miglior dipinto. Purtroppo altri pensieri prevalgono su questa Italia e spesso non ce ne rendiamo conto dando per scontato l’uso che viene fatto dei colori. Molti, non italiani capiscono e sanno di questo, noi colori di una tavolozza no vediamo il pensiero del pittore e spesso siamo artefici involontari di un quadro che nulla condivide il pensiero originale.

 

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