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L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia (parte I)

3 aprile 2011 Lascia un commento

Riporto integralmente un articolo che evidenzia bene la situazione italiana in Libia.

Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia.

Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.

No Fly Zone

3 aprile 2011 Lascia un commento

Quanti conoscono la risoluzione Onu applicata alla Libia? Credo nessuno e nemmeno quelli che vanno a bombardare, così come non la conoscono quei parassiti che stanno nel nostro parlamento. E’ necessario quindi darci uno sguardo e capire cosa dice e se viene veramente applicata, per quello che è dato di conoscere.

La risoluzione 1973 viene approvata da 10 membri, nessun contrario e 5 astenuti (Cina, India, Brasile, Germania e Russia). Essa autorizza gli stati membri a prendere le misure idonee per proteggere la popolazione civile dagli attacchi (di chi?) escludendo una forza di occupazione straniera in qualsiasi parte del territorio e dandone avviso immediato al Segretario Generale del Consiglio di Sicurezza (Ban Ki-Moon) nel caso si verificasse  (i due casi sono contraddittori!).

La risoluzione quindi affronta i preamboli umanitari e diplomatici dichiarando la no-fly-zone per tutti i velivoli da-e-per la Libia se non per scopi umanitari (è strano, ma credevo che le bombe MK-83 avessero un altro uso!!)

Successivamente la risoluzione sottolinea l’importanza che gli stati votanti facciano rispettare le decisione prese ispezionando e controllando tutti i trasporti sospetti (che vuol dire mettere alla fame un popolo. Ma non era una risoluzione umanitaria?), quindi porta a supporto della decisione presa alcuni discorsi del ministro degli esteri francese Juppé, il quale evidenzia, dal suo punto di vista, e sappiamo qual’è, che la situazione è grave e nella realtà ogni ora persa è grave viste le riconquiste che le forze di Gheddafi sta guadagnando sul campo.

Durata dell’assemblea dalle 18,25 alle 19,20, meno di un ora!!!

Ovvero in 55 minuti l’assemblea delle Nazioni Unite ha deciso come una nazione sovrana debba essere sovvertita, annullata, eliminata, così come hanno fatto con Saddam Hussei e con tutti gli altri fantocci voluti e creati bell’apposta dagli stati membri delle Nazioni Unite.

In accordo quindi con la precedente risoluzione 1970 del febbraio di quest’anno, essa enuncia alcuni punti dei quali alcuni sarebbero da chiarire con Israele come il continuo uso di mercenari. Oppure la condanna sulle sistematiche violazioni dei diritti umani, includenti l’arbitrario arresto, tortura e sommarie esecuzioni (ma non accade anche oggi in Iraq, Afghanistan e Pakistan compiute dalle truppe Nato?) e come mai la stessa cosa non è stata scritta per le barbarie commesse dagli israeliani nella striscia di Gaza che continuano a  massacrare con altri bombardamenti quei poveri cristi a tutt’oggi?

Gli attuali bombardamenti “chirurgici” quelli fatti per intenderci con le bombe  intelligenti (tanto intelligenti che colpiscono anche le proprie forze)a guida laser le LGB (Laser Guided Bombs) come si giustificano con l’attuale risoluzione? C’è qualche discrepanza, sembra di intravvedere, eppure nonostante l’aspetto umanitario della risoluzione si colpiscono civili e si massacrano persone che con gli interessi miliardari dei soliti noti non hanno nulla a che vedere

Comunque, la risoluzione la si può tranquillamente leggere e con un pochino di sforzo lo potete fare anche voi, basta usare il solito google traduttore.

Questa piccola carrellata voleva essere uno stimolo per cercare di capire le basi sulle quali si fondano i massacri di persone che stanno da una parte e dall’altra.
Non c’è una giustizia assoluta, ma l’equilibrio nelle cose da amministrare.

Ogni nazione nel suo paese ha il diritto di autodeterminarsi, anche se in possesso di grandi tesori. Però sappiamo, come Soros ha sottolineato, che quanto appartiene ad un popolo/nazione se di utilità per l’umanità (sarebbe da chiedergli se vale per un certo tipo di umanità o per tutta, lui che all’epoca del nazismo denunciava i suoi connazionali ebrei per accapararsi i beni, fuggendo quindi in Inghilterra con l’appoggio delle SS a godersi del malloppo) deve essere condiviso e messo quindi a disposizione per tutti.

A questo proposito viene utile la segnalazione di un lettore che tramite un articolo ha ben evidenziato i veri scopi invasivi delle forze “umanitarie”: petrolio e denaro.

Il primo è sempre la solita solfa, sappiamo, no? Chi controlla l’energia controlla buona parte del globo, mentre per il denaro l’aspetto diventa quasi filosofico. Nel mondo arabo più osservante il denaro non è oggetto di speculazione, come per il resto del mondo occidentale, e in Libia le banche sono “la banca nazionale libica”. Ovvero il denaro appartiene allo stato, alla popolazione, come giustamente dovrebbe essere anche qui in Italia e nel resto del mondo, e questo aspetto è ancor più potente che non il petrolio stesso.
Innescare una rivoluzione “colorata” con i fondamenti di questo genere vuol dire stravolgere completamente la società in cui si innescano le rivolte e una volta partita la macchina ritornare indietro non è più possibile salvo il cosiddetto melting-pot oltre il quale c’è buio.

Ma attenzione, perché perché a star vicino al fuoco spesso ci si brucia le dita e se tanto mi da tanto, ho l’impressione che qualche mozzicone lo lasceremo anche noi.

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